GRANATIERI DI SARDEGNA Spagna

GRANATIERI DI SARDEGNA Spagna PAGINA RISERVATA A TUTTI I GRANATIERI IN SERVIZIO E NON DEL 1º/2º/3º REGGIMENTO GRANATIERI DI SARDEGNA GUARDIE RESIDENTI IN SPAGNA E IN EUROPA.

Duca di San Pietro 17 Febbraio 2017.
24/02/2017

Duca di San Pietro 17 Febbraio 2017.

26/04/2016

COSA SIGNIFICA ESSERE “GRANATIERI”

GRANATIERI DI SARDEGNA: Tre Reggimenti una unica Brigata
Eravamo, siamo e saremo per sempre Granatieri, persone incomprensibili, di stampo aristocratico e nobile, con trecentocinquantasette anni di storia sulle spalle. Abituati a tenere posizioni impossibili, a sfondare i più terribili e importanti sbarramenti nemici, e soprattutto “difendere da soli tutte le situazioni anche quelle considerate critiche e senza via di uscita” pronti a difendere l’indifendibile, questo è ciò che ci chiedeva ieri il RE e oggi la REPUBBLICA.
Siamo solo SOLDATI, al servizio incondizionato della PATRIA ieri come oggi e come sará domani. Siamo inesorabili pronti a mandare avanti anche i vigliacchi, senza indietreggiare davanti a coloro i quali ci stanno affrontando. Siamo sempre pronti a difendere i piu’ deboli, gli indifesi ed il nostro suolo patrio. Siamo sempre pronti a sacrificare le nostre vite nel nome della liberta’ dei popoli oppressi. Agli occhi degli altri potremmo apparire pazzi e incoscienti. Chi, in questa vita, non e’ pazzo o incosciente quando la causa per la quale si combatte e’ giusta? A chi si interroga su chi siamo e da dove veniamo noi rispondiamo “SIAMO GRANATIERI E VENIAMO DALLA STORIA”.
Quando sfiliamo con le nostre uniformi e colbacco con la Banda in testa e con la nostra Bandiera di Guerra non esiste Reggimento uguale al nostro, la gente ci riconosce inmediatamente per il nostro modo di marciare con il nostro caratteristico passo cadenzato elegante superbo e ordinato, raccogliamo sempre i loro applausi ed il loro stupore. Ci chiamano “I SOLDATI DI ROMA” perche’ abbiamo difeso Roma a Ostiense, Montagnola, Tuscolano, Prenestino e Cecchignola sacrificandoci fino all’ultimo uomo fronteggiando l’esercito Tedesco numericamente superiore, piú armato e piú organizzato di noi. Correva l’anno 1943 inmediatamente dopo l’armistizio e con l’esercito ormai disgregato e inesistente ma noi no, sempre li davanti al nemico a fronteggiarlo, a ostacolarlo e a morire in nome del sublime e sacrosanto giuramento dato alla Patria.
Siamo carichi di storia e le nostre gesta e i nostri sacrifici sono e saranno ricordate nei tempi.
Abbiamo combattuto sul Monte Cengio e, una volta terminate le munizioni, per non cadere in mano al nemico abbiamo preferito saltare giu’ avvinghiati a loro……nel vuoto. Abbiamo preferito muorire piuttosto che arrenderci. É stato l’Unico corpo che ha ricevuto l’onore delle armi da parte del nemico al termine della Battaglia nonostante il divieto assoluto da parte dello Stato Maggiore Austriaco. Era il 3 Giugno del 1916 e sono passati 100 anni peró siamo sempre gli stessi. QUESTO SIAMO E QUESTO SAREMO
Il nostro motto “A ME LE GUARDIE!” viene gridato ancora oggi mentre sfiliamo e salutiamo la Bandiera
Lo dicono anche le parole della nostra marcia: “SIAMO GRANATIER SUPERBI E FIER ORGOGLIO DELLA STIRPE POEMA DI VALOR….”
Siamo fermamente convinti che anche quando arriveremo alla fine dei nostri giorni resteremo per sempre nei cuori e nelle memorie delle nostre genti.
Massimo Cipriani
GRANATIERE

10/03/2016

Nell'ambito di una futura costituzione della Sezione Granatieri di Sardegna Spagna siamo alla ricerca di Granatieri in congedo residenti in Spagna. Coloro che sono interessati possono scrivere su questa pagina FB o rivolgersi direttamente alle seguenti direzioni email: [email protected] / [email protected]

22/12/2014

A tutti i Granatieri in armi, in congedo e in riserva giungano gli Auguri di Buon Natale e Felice 2015.

Il nuovo granatiere Marco. Ultimo arrivato al 1°Reggimento Granatieri di Sardegna. Onore a lui.
27/07/2014

Il nuovo granatiere Marco. Ultimo arrivato al 1°Reggimento Granatieri di Sardegna. Onore a lui.

18/04/2014

A TUTTI I GRANATIERI DI SARDEGNA IN ARMI O IN CONGEDO GIUNGANO I MIGLIORI AUGURI DI COMPLEANNO (355 ANNI DI STORIA) E DI UNA FELICE E SERENA PASQUA DI RESURREZIONE 2014. AUGURI FRATELLI! "A ME LE GUARDIE!"

31/12/2013

A TUTTI I GRANATIERI IN ARMI ED IN CONGEDO GIUNGANO I MIGLIORI AUGURI DI UN FELICE E SERENO 2014 DALLA SPAGNA.

17/12/2013
15/12/2013
Sicilia, settembre 1943. Il profilo di un uomo si delinea all’orizzonte. Cammina sotto il peso dello zaino. Le gambe dol...
15/12/2013

Sicilia, settembre 1943. Il profilo di un uomo si delinea all’orizzonte. Cammina sotto il peso dello zaino. Le gambe dolenti, scene orribili vibrano nelle pupille, la sua pelle gioisce per il tepore dell’estate. Quell’uomo è Riccardo Di Raimondo, ha attraversato a piedi l’inferno, e ne è uscito vivo.

Da quel terribile inverno, a cavallo tra il 1942 e il 1943, sono passati settant’anni. Riccardo Di Raimondo ripensa alle migliaia di chilometri percorsi nel ghiaccio, e ancora non riesce a spiegarselo. «Eravamo a quaranta sottozero, senza indumenti adeguati, senza un riparo». L’Armata Rossa alle calcagna, davanti solo la neve, marciando in colonna, vedendo i propri compagni «cadere come mosche», senza poter far nulla. Avanzando nel ghiaccio e nel fango sperando di non essere il prossimo, col terrore che ti assale al calar della notte, perché restare fuori vuol dire crepare, morire assiderati a migliaia di chilometri da casa.
“La ritirata di Russia – Dal fiume Don a Varsavia (1942-1943)” è il racconto di quei mesi di orrore, corredato di fotografie scattate dallo stesso autore. «È tutta verità, non c’è una virgola che non sia verità», sottolinea Di Raimondo.
Come tutti i libri, anche questo comincia dalla prima pagina. Ma stavolta non è così semplice. Prima del racconto, c’è il silenzio. Quello di Riccardo Di Raimondo è durato settant’anni.

«Quando sentivo parlare della Russia, cercavo di pensare ad altro. Ho taciuto, non volevo scrivere. Ma come sono uscito da quell’inferno? Perché quello era l’Inferno, non la Terra. I soldati ci sparavano, i russi ci inseguivano, il freddo ci martoriava, la fame non ci lasciava mai.
Non so quanto abbia pianto, mentre scrivevo il libro. Per questo non volevo farlo. Le sofferenze sono incise nella carne. E per questo che l’ho scritto a 90 anni. Perché io volevo dimenticare. Non per quello che avevo sofferto, ma per quello che avevo visto. La carneficina… Soldati sventrati, soldati senza gambe, soldati senza testa, buttati a terra, con le viscere riversate sul terreno. Cose indescrivibili… e io quando sono rientrato ho detto “Voglio dimenticare”».

Riccardo di Raimondo ha scritto per loro. È per loro che sono morti con il ghiaccio nella gola che Riccardo ha trovato il coraggio di parlare, di raccontare una storia che nessuno voleva sentire, nemmeno le autorità politiche. «Togliatti non voleva che si sapesse quello che avevamo passato. Della Campagna di Russia degli italiani se n’è parlato poco».
Senza fucile, armato di una macchina fotografica che tiene accanto a due bombe a mano, il giovane ragazzo di Sicilia, venuto dalla terra del sole e prigioniero del regno del ghiaccio, comincia la sua lunga marcia in compagnia della morte. Andare avanti sembra impossibile, ma fermarsi significa morire. E allora vai, Riccardo, ancora un altro passo. Senti il ghiaccio che si rompe sotto il tuo stivale esausto, senti il vento che porta l’urlo del cosacco, mentre un altro uomo cade e la neve lo inghiotte.
Eppure, nel cuore freddo del dolore, c’è ancora l’uomo, sotto il fango e i pidocchi c’è ancora l’uomo. Riccardo rallenta, rischia la vita, ma riesce a salvare il suo amico Zuccarello, che si riprende dalla polmonite. Riccardo ama, perché «proprio quando tutto sembra essersi fermato, il corpo torna a vibrare e ancora una volta la vita si impone». Ma un soldato straniero non può farsi trovare nell’isba di una contadina ucraina, perché i russi non la perdonerebbero e la ucciderebbero senza pietà. La separazione è inevitabile, «e il dolore che ne sarebbe derivato, devastante. Nulla viene risparmiato a un soldato: anche le gioie più belle e pure finiscono col generare altro dolore». Di Lidia resta una fotografia; il suo sorriso risplende ancora in quella vecchia foto sbiadita.

Riccardo Di Raimondo era dentro a quel pugno di uomini gettati dai potenti sulla scacchiera fatale del Secondo Conflitto Mondiale, dentro alle fauci spalancate dell’abisso. Il regime fascista prevedeva una trionfale cavalcata negli spazi orientali al fianco della Wermacht. Ma la storia è andata altrove, e i Panzer sono finiti nel fango. L’impossibilità di raggiungere Stalingrado, fortezza russa che custodiva risorse petrolifere essenziali per continuare la guerra, significa la sconfitta. Lo capiscono tutti, anche Mussolini, che ordina il ritiro delle truppe. Ma ormai è troppo tardi.
Il rientro a casa è un viaggio senza fine. Quasi 200 mila uomini su 270 mila non ce l’hanno fatta. Sono ancora lì, nel ghiaccio, con gli occhi chiari spalancati, a pregare per una salvezza che non arriverà mai. Riccardo Di Raimondo ha scritto per loro. È sopravvissuto per loro. Ha pianto su queste pagine per loro. Per quei 200 mila cuori che hanno smesso di ba***re nel gelo di un campo sterminato. 200 mila anime lo ringraziano, perché continuare a vivere nelle sue parole è l’unico modo che gli resta per tornare a casa.

Sicilia, settembre 1943. Il profilo di un uomo si delinea all’orizzonte. Cammina sotto il peso dello zaino. Le gambe dolenti, scene orribili vibrano nelle pupille, la sua pelle gioisce per il tepore dell’estate. Quell’uomo è Riccardo Di Raimondo, ha attraversato a piedi l’inferno, e ne è uscito vivo.

Da quel terribile inverno, a cavallo tra il 1942 e il 1943, sono passati settant’anni. Riccardo Di Raimondo ripensa alle migliaia di chilometri percorsi nel ghiaccio, e ancora non riesce a spiegarselo. «Eravamo a quaranta sottozero, senza indumenti adeguati, senza un riparo». L’Armata Rossa alle calcagna, davanti solo la neve, marciando in colonna, vedendo i propri compagni «cadere come mosche», senza poter far nulla. Avanzando nel ghiaccio e nel fango sperando di non essere il prossimo, col terrore che ti assale al calar della notte, perché restare fuori vuol dire crepare, morire assiderati a migliaia di chilometri da casa.
“La ritirata di Russia – Dal fiume Don a Varsavia (1942-1943)” è il racconto di quei mesi di orrore, corredato di fotografie scattate dallo stesso autore. «È tutta verità, non c’è una virgola che non sia verità», sottolinea Di Raimondo.
Come tutti i libri, anche questo comincia dalla prima pagina. Ma stavolta non è così semplice. Prima del racconto, c’è il silenzio. Quello di Riccardo Di Raimondo è durato settant’anni.

«Quando sentivo parlare della Russia, cercavo di pensare ad altro. Ho taciuto, non volevo scrivere. Ma come sono uscito da quell’inferno? Perché quello era l’Inferno, non la Terra. I soldati ci sparavano, i russi ci inseguivano, il freddo ci martoriava, la fame non ci lasciava mai.
Non so quanto abbia pianto, mentre scrivevo il libro. Per questo non volevo farlo. Le sofferenze sono incise nella carne. E per questo che l’ho scritto a 90 anni. Perché io volevo dimenticare. Non per quello che avevo sofferto, ma per quello che avevo visto. La carneficina… Soldati sventrati, soldati senza gambe, soldati senza testa, buttati a terra, con le viscere riversate sul terreno. Cose indescrivibili… e io quando sono rientrato ho detto “Voglio dimenticare”».

Riccardo di Raimondo ha scritto per loro. È per loro che sono morti con il ghiaccio nella gola che Riccardo ha trovato il coraggio di parlare, di raccontare una storia che nessuno voleva sentire, nemmeno le autorità politiche. «Togliatti non voleva che si sapesse quello che avevamo passato. Della Campagna di Russia degli italiani se n’è parlato poco».
Senza fucile, armato di una macchina fotografica che tiene accanto a due bombe a mano, il giovane ragazzo di Sicilia, venuto dalla terra del sole e prigioniero del regno del ghiaccio, comincia la sua lunga marcia in compagnia della morte. Andare avanti sembra impossibile, ma fermarsi significa morire. E allora vai, Riccardo, ancora un altro passo. Senti il ghiaccio che si rompe sotto il tuo stivale esausto, senti il vento che porta l’urlo del cosacco, mentre un altro uomo cade e la neve lo inghiotte.
Eppure, nel cuore freddo del dolore, c’è ancora l’uomo, sotto il fango e i pidocchi c’è ancora l’uomo. Riccardo rallenta, rischia la vita, ma riesce a salvare il suo amico Zuccarello, che si riprende dalla polmonite. Riccardo ama, perché «proprio quando tutto sembra essersi fermato, il corpo torna a vibrare e ancora una volta la vita si impone». Ma un soldato straniero non può farsi trovare nell’isba di una contadina ucraina, perché i russi non la perdonerebbero e la ucciderebbero senza pietà. La separazione è inevitabile, «e il dolore che ne sarebbe derivato, devastante. Nulla viene risparmiato a un soldato: anche le gioie più belle e pure finiscono col generare altro dolore». Di Lidia resta una fotografia; il suo sorriso risplende ancora in quella vecchia foto sbiadita.

Riccardo Di Raimondo era dentro a quel pugno di uomini gettati dai potenti sulla scacchiera fatale del Secondo Conflitto Mondiale, dentro alle fauci spalancate dell’abisso. Il regime fascista prevedeva una trionfale cavalcata negli spazi orientali al fianco della Wermacht. Ma la storia è andata altrove, e i Panzer sono finiti nel fango. L’impossibilità di raggiungere Stalingrado, fortezza russa che custodiva risorse petrolifere essenziali per continuare la guerra, significa la sconfitta. Lo capiscono tutti, anche Mussolini, che ordina il ritiro delle truppe. Ma ormai è troppo tardi.
Il rientro a casa è un viaggio senza fine. Quasi 200 mila uomini su 270 mila non ce l’hanno fatta. Sono ancora lì, nel ghiaccio, con gli occhi chiari spalancati, a pregare per una salvezza che non arriverà mai. Riccardo Di Raimondo ha scritto per loro. È sopravvissuto per loro. Ha pianto su queste pagine per loro. Per quei 200 mila cuori che hanno smesso di ba***re nel gelo di un campo sterminato. 200 mila anime lo ringraziano, perché continuare a vivere nelle sue parole è l’unico modo che gli resta per tornare a casa.

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