28/08/2026
Suoni in Cava 2026: Quando la politica scopre l'amnesia.
Dallo stop del 2012 ai "trionfi" d'oggi.
Oggi la Giunta festeggia l'evento simbolo di Apricena.
Ma gli archivi ricordano: all'inizio dell'era Potenza, la rassegna fu bollata come "inagibile, costosa e inutile."
Sotto le luci dei riflettori che illuminano le maestose pareti scolpite della cava, con il pubblico delle grandi occasioni ad applaudire gli artisti dell'estate 2026, l'immagine del sindaco Antonio Potenza appare impeccabile.
Sorrisi, strette di mano e discorsi d'apertura in cui la narrazione istituzionale rivendica con orgoglio la paternità e la grandezza di "Suoni in Cava", definita il fiore all'occhiello dell'identità culturale e turistica della «Città del Marmo e della Pietra».
Un grande successo, senza dubbio. Ma la memoria storica è un dovere incorruttibile.
E basta sfogliare la rassegna stampa dell'estate 2012 — anno d'insediamento della prima amministrazione Potenza — per scoprire una realtà diametralmente opposta, fatta di dinieghi, forbici ai bilanci, accuse di illegalità e una vera e propria crociata contro la manifestazione.
L'estate 2012: il "No" del Sindaco e il pretesto delle autorizzazioni
Nel luglio del 2012, fresca d'elezione, la prima giunta guidata da Antonio Potenza presentò il cartellone estivo "Apricena È…state". Un programma da 75 eventi minori costato circa 45mila euro, dal quale Suoni in Cava fu clamorosamente e drasticamente tagliata fuori dopo dodici edizioni consecutive di successi.
La motivazione ufficiale fu netta e perentoria. Il primo cittadino motivò lo stop parlando di un ostacolo burocratico insormontabile:
_«Una manifestazione che quest'anno l'amministrazione non organizzerà per via dell'elevato numero di autorizzazioni che occorrono per eventi ospitati in location particolari come le cave», dichiarò Potenza il 2 luglio 2012.
Non solo burocrazia: a condire la decisione vi fu anche una narrazione economica ed esplicitamente denigratoria. Potenza accusava la passata amministrazione di aver sborsato cifre eccessive per soli sei giorni di festival (30mila euro di contributo comunale nel 2011 su un totale di 60mila spesi per gli eventi estivi), contrapponendovi la propria presunta "spending review".
Il sindaco arrivò persino a giustificare lo stop erigendosi a difensore dei commercianti, dichiarando di voler ve**re incontro alle loro preoccupazioni riguardo allo *«spopolamento della città nei giorni della manifestazione».
Lo avete dimenticato, vero? Noi no.
L'ondata d'indignazione e le smentite degli organizzatori
La cancellazione del festival scatenò un'ondata di sdegno e una mobilitazione civica senza precedenti. Su Facebook nacque il gruppo spontaneo "Riportateci in cava", mentre giovanissimi cittadini e studenti inviarono lettere accorate al sindaco ricordando che tagliare Suoni in Cava significava «tagliare un pezzo della nostra cultura e della nostra storia».
Dure furono le reazioni dell'opposizione e del mondo culturale, con appelli accorati inviati persino da Franz Di Cioccio della Premiata Forneria Marconi.
Ma a smontare la tesi del Sindaco furono soprattutto gli stessi organizzatori. Franco Salcuni, allora presidente del consorzio Five Festival Sud System, e Nunzio Francalancia sbugiardarono pubblicamente le dichiarazioni del primo cittadino*: non solo l'associazione non aveva mai ricevuto 40mila euro dal Comune (bensì 18mila), ma il Sindaco aveva persino rigettato autorizzazioni che non gli erano mai state formalmente richieste, *trasformando una scelta politica in un presunto veto tecnico.
Dall'aula sbarrata all'amnesia del 2026
Il clima di scontro toccò il culmine il 6 luglio 2012, quando all'opposizione, al consigliere regionale Sergio Blasi (ideatore della Notte della Taranta), all'assessore regionale Elena Gentile e ai dirigenti culturali venne negata persino l'autorizzazione per utilizzare la Sala Consiliare per una conferenza stampa. Lo scontro sfociò in un sit-in nell'atrio di Palazzo Lombardi tra accuse reciproche e l'intervento delle forze dell'ordine sollecitato dallo stesso Potenza per presunta "occupazione abusiva". Che bella figura facemmo come Città.
Negli anni successivi, attraverso le note della lista Uniti per Cambiare, l'amministrazione continuò a liquidare la difesa di Suoni in Cava come una mera “strumentalizzazione politica".
Oggi, nell'agosto del 2026, lo scenario appare completamente capovolto. Quel festival che nel 2012 "richiedeva troppe autorizzazioni", che "svuotava il centro" e che "costava troppo", è ritornato ad essere il fiore all'occhiello. E al centro del palcoscenico c'è proprio Antonio Potenza, pronto a incassare gli applausi e a intestarsi il merito di una creatura culturale che, alle sue prime armi da sindaco, cercò in tutti i modi di affossare.
I festival passano, gli applausi sfumano, ma gli atti amministrativi e i giornali dell'epoca restano. Ricordare da dove si è partiti non è polemica strumentale, ma un atto di trasparenza dovuto ai cittadini di Apricena: festeggiare Suoni in Cava oggi è doveroso, ma dimenticare chi ne ha spento la voce per ben 11 anni, sarebbe un torto alla verità storica.
Sostenere Suoni in Cava solo oggi non è amore per il territorio, ma calcolato opportunismo : il Sindaco Potenza usa un festival di tutti, che dovrebbe far conoscere la pietra di Apricena, la fatica del lavoro nelle cave, ad un pubblico più ampio, come un banale megafono per la propria campagna elettorale.
Mentre migliaia di persone vanno via senza sapere cosa sia la pietra di Apricena, chi sono i cavamonti, e nemmeno dove sia l'uomo più antico d'Europa. Storie di giganti costrette a lasciare spazio ad una politica incapace di guardare oltre se stessa.
P.s. All' attenzione degli avventori di Suoni in Cava.
Tra le foto che alleghiamo, risalenti alle manifestazioni precedenti al 2012 (ante Potenza), si può notare la particolare cura e attenzione per la discesa in cava messa in atto in passato con la sistemazione della passerella che accompagnava gli ospiti fino alla zona spettacoli.