Nicola e Antonio di Ascea

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✦ Preghiera per la Festa della Mamma> O Maria, Madre di Pompei,  > che hai insegnato al mondo la forza del rosario e del...
09/05/2026

✦ Preghiera per la Festa della Mamma

> O Maria, Madre di Pompei,
> che hai insegnato al mondo la forza del rosario e della preghiera,
> guarda oggi tutte le madri, e in modo speciale Anna,
> che con amore e sacrificio ha donato vita, fede e speranza ai suoi figli.
>
> Benedici le sue mani, che hanno accarezzato e consolato,
> il suo cuore, che ha creduto anche nel dolore,
> e il suo sorriso, che ha illuminato la casa come una lampada accesa.
>
> Fa’ che la sua vita sia circondata di pace,
> che la sua preghiera salga come incenso al cielo,
> e che la tua benedizione la accompagni ogni giorno.
>
> O Madre di Dio, rendi ogni madre specchio della tua tenerezza,
> e fa’ che i figli riconoscano in lei il volto dell’amore eterno.
>
> Amen.

---

✦ Dedica dei figli

> Alla nostra amata mamma Anna,
> che ci ha insegnato la bontà, la fede e la forza del cuore.
>
> Con gratitudine e amore,
> Francesca, Gaetana, Gerardo e Massimo
> ti abbracciano con la preghiera e con il sorriso,
> chiedendo alla Madonna di Pompei di custodirti sempre
> sotto il suo manto di luce e di pace.

Ode all’Italia del Genio e del CuoreSorge la Mole e il Cupolone risponde,mentre l'Arno sussurra a un mare che fondele ne...
16/03/2026

Ode all’Italia del Genio e del Cuore
Sorge la Mole e il Cupolone risponde,
mentre l'Arno sussurra a un mare che fonde
le nevi di Torino al sole di Salerno,
in un abbraccio antico, fiero, eterno.

Dalle arene del fango e del sudore,
dove lo Sport si fa rito e onore:
il passo di Coppi sulle vette ghiacciate,
le urla di gioia nelle notti mondiali d'estate.
È l’azzurro che unisce, che fa ba***re il petto,
dal primato olimpico al più umile campetto.

Dal silenzio delle navate e dei chiostri,
dove la Fede ha sfidato i nostri mostri:
la carità di un Santo che accoglie l'orfano e il solo,
la preghiera che s'alza e prende il volo.
Uomini e donne di spirito e di pace,
luce nel buio che mai non tace.

E poi l’Arte, la Scienza, la mano operosa,
chi ha curato la ferita o dipinto la rosa.
Dalle donne scienziate che han letto le stelle,
ai poeti che han reso le vite più belle.
È un popolo che cade e sempre si desta,
che fa della crisi la sua più grande festa.

O Italia, che il mondo guarda e sospira,
corda tesa di un'arpa che ancora vibra.
Non sei solo storia di marmi e di re,
ma il coraggio di chiunque creda ancora in te.

L'Ultimo Giglio di AsceaIl Destino dei Fedelissimi: Maresca, De Feo e CammaranoI. L’Ombra sul Palazzo (Ascea, 17 Marzo 1...
15/03/2026

L'Ultimo Giglio di Ascea
Il Destino dei Fedelissimi: Maresca, De Feo e Cammarano
I. L’Ombra sul Palazzo (Ascea, 17 Marzo 1861)
Ad Ascea, nel palazzo dei Maresca, le persiane erano accostate. Nonostante la primavera cilentana bussasse alle finestre, l’atmosfera all’interno era di un silenzio austero. I Maresca, nobili di antico lignaggio e devotissimi ai Borbone, guardavano il mare non come una via di fuga, ma come il confine di un regno che amavano e che sentivano scivolare via.

Nello studio, tra i mobili di ciliegio e i ritratti degli antenati, si erano riuniti i capifamiglia.
Don De Feo, un uomo dal portamento impeccabile, sedeva accanto alla giovane Carolina, la tua bisnonna. La nobiltà dei De Feo non era fatta di vanto, ma di una coerenza incrollabile alla Corona di Napoli. Carolina osservava il padre: nei suoi occhi leggeva la tristezza di chi sa che il mondo sta cambiando lingua, ma decide di continuare a parlare quella dell'onore.

Accanto a loro, i Cammarano. Cavalieri e commercianti d’alto rango, uomini d'azione che avevano servito il Re con la spada e con l'ingegno. Per loro, la fedeltà non era una scelta politica, era l'unica via possibile per un uomo di valore.

"A Torino proclamano un regno," disse il vecchio Cammarano, stringendo il pomolo del suo bastone, "ma qui, tra queste pietre e questo mare, il nostro cuore batte ancora per il Giglio."

II. Il Testimone a Torino (Palazzo Carignano)
In quello stesso istante, nel cuore del Parlamento a Torino, un uomo legato alle famiglie di Ascea per vincoli di sangue e segreti antichi sedeva tra i banchi di velluto. Era lì non per scelta, ma per dovere, per testimoniare il tramonto di un’epoca.

Mentre il Re sabaudo parlava, l'uomo chiuse gli occhi. Non vedeva le divise piemontesi o i deputati esultanti. Vedeva Ascea. Vedeva la nobile Carolina De Feo camminare con grazia tra i giardini del palazzo, vedeva l’orgoglio dei Maresca e la fierezza cavalleresca dei Cammarano.

Sentiva il peso di quel passaggio storico. Sapeva che per i suoi cari giù nel Cilento, quel 17 marzo non era l'alba di una nuova nazione, ma il crepuscolo di una civiltà che aveva i colori del sole del Sud e la solidità della monarchia borbonica.
“Siamo vinti,” pensò, “ma non domati. Perché la nostra nobiltà risiede nel ricordo e nella fedeltà.”

III. La Resistenza del Cuore
Il romanzo narra degli anni successivi: la resistenza silenziosa delle tre famiglie.

I Maresca manterranno viva la memoria del Regno, trasformando il loro palazzo in un rifugio di tradizioni.

I De Feo, con la saggezza di Carolina, sapranno navigare i tempi difficili della nuova amministrazione senza mai piegare la schiena, portando avanti il nome della famiglia con la fierezza del sangue nobile.

I Cammarano continueranno a gestire i loro affari con la precisione dei cavalieri, diventando il pilastro economico della zona, ma brindando sempre, nelle stanze chiuse, alla salute del Re lontano.

È una storia di radici che non si spezzano, di tre grandi casate che, pur in un'Italia diversa, restano i veri custodi dell'anima di Ascea.

La Scena della Lettera Sigillata
È una sera di aprile del 1861 ad Ascea. Il palazzo De Feo è immerso nel silenzio, interrotto solo dal fruscio degli ulivi mossi dal vento serale. La bisnonna Carolina De Feo siede alla scrivania nel suo bo***ir, la penna in mano e gli occhi fissi su una lettera che ha appena aperto.

La busta, sigillata con cera lacca scarlatta, porta il timbro postale di Torino, la capitale del neonato Regno d'Italia. Il mittente è il Maresciallo Salvatore Fenucciu, un ufficiale sardo di stanza in Piemonte, che ha servito valorosamente la Corona di Sardegna e che ora, ironia della sorte, si trova a testimoniare la nascita di un'Italia unita sotto il vessillo sabaudo. Ma Salvatore non è solo un ufficiale sardo; è l'uomo che Carolina, nonostante le divisioni politiche e geografiche, ama e che un giorno diventerà suo marito.

Il Maresciallo Fenucciu era presente a Palazzo Carignano il 17 marzo 1861, il giorno della proclamazione del Regno d'Italia. Le sue parole, scritte con grafia ferma ma intrisa di commozione, trasmettono a Carolina l'atmosfera di quel giorno storico, filtrata attraverso la sua prospettiva di ufficiale sardo combattuto tra l'obbedienza al suo Re e l'amore per la sua donna napoletana.

"Mia adorata Carolina, [...] Ieri è stato il giorno della Proclamazione. L'Aula di Palazzo Carignano era un mare di uniformi e volti tesi. Ho visto il Re Vittorio Emanuele II prendere la parola, la sua voce risuonava solenne e ferma mentre dichiarava costituita l'Italia. [...] Mentre risuonavano gli applausi e i gridi di gioia, il mio pensiero è volato a te, a te che sei rimasta nella tua Ascea, custode di un passato che qui a Torino sembra svanire come fumo di sigaro. [...] La Sardegna e il Piemonte si sono uniti, ma il mio cuore è rimasto a Napoli, tra gli ulivi e il mare che tu ami tanto. [...] Presto, mia amata, questo tempo di lontananza finirà e potrò stringerti di nuovo tra le mie braccia. [...] Tuo per sempre, Salvatore"

Carolina solleva lo sguardo dalla lettera e lo fissa verso la finestra aperta, oltre la quale le luci della marina di Ascea brillano come stelle cadute sulla terra. Il suo cuore è diviso: da un lato l'amore per Salvatore, l'uomo che ha scelto e che presto diventerà suo marito; dall'altro la fedeltà alla sua terra, al suo Re e alle tradizioni della sua nobile casata De Feo.

In quel momento, Carolina comprende che il destino della sua famiglia si sta intrecciando in modo indissolubile con la storia d'Italia. Non è più solo una questione di fedeltà borbonica o sabauda; è una storia d'amore e di rispetto, di due cuori che, nonostante le barriere della politica e della geografia, si sono trovati e hanno deciso di camminare insieme verso un futuro incerto ma ricco di promesse.

10/03/2026

Il Marchio d'Italia
(Inno al Risorgimento)
[Strofa 1]
Torino freme, un'attesa d'oro,
Marzo sboccia, un nuovo decoro.
Dieci, undici, il lavoro profondo,
Legge in Senato, un patto giocondo.
Cavour nell'ombra, architetto di gloria,
Scrive un futuro, riscrive la storia.
[Coro - Crescendo Maestoso]
Italia! Italia! Un grido che sale,
Diciassette marzo, giorno immortale!
Da Alpina vetta al sud del mare profondo,
Un solo nome, un solo sguardo al mondo!
[Strofa 2]
Vittorio Emanuele, il Re tanto atteso,
Sulla sua firma il destino è sospeso.
Quattordici e quindici, il voto è sovrano,
Stringe la Pen*sola in una sola mano.
Sedici e diciassette, la legge è firmata,
Ecco la Patria, finalmente nata!
[Coro - Finale]
Italia! Italia! Un grido che sale,
Diciassette marzo, giorno immortale!
L’Italia è fatta, lo spirito è acceso,
Il sogno di secoli è finalmente arreso!
È un testo che cerca di unire la precisione storica della cronaca di quei giorni con l'emozione di un popolo che si ritrova unito sotto un'unica bandiera.
[Strofa 3 - L'Eco delle Camicie Rosse]
Dalle sponde di Quarto, tra i flutti e lo scoglio,
Mille cuori sospinti da un solo orgoglio.
Garibaldi avanza, tra polvere e ardore,
Porta al Re la Sicilia, con fede ed onore.
A Teano l'incontro, l'abbraccio fedele:
"Saluto il Re d'Italia!", il grido si fende nel miele.
[Ponte - Solenne]
Non più confini di fiumi o di vette,
Le spade son ferme, le mani distrette.
Dalle balze del Sud alle nevi del Nord,
L'Italia risuona di un solo accordo!https://g.co/gemini/share/3bbf68f55945 viva l'Italia unita buon 17 marzo a tutti gli italiani che hanno a cuore l'unità nazionale ancora oggi nel 2026.

In quella settimana del marzo 1861, Torino (allora capitale) era un fermento di diplomazia, scartoffie burocratiche e un...
09/03/2026

In quella settimana del marzo 1861, Torino (allora capitale) era un fermento di diplomazia, scartoffie burocratiche e un'attesa quasi elettrica.
​Ecco il diario di bordo di quegli otto giorni decisivi che hanno cambiato la fisionomia dell'Europa:
​Il Diario dell'Unità: 10 - 17 Marzo 1861
​10 - 11 Marzo: Il lavoro dietro le quinte
Il Senato ha già approvato il disegno di legge il 26 febbraio. In questi giorni la Camera dei Deputati sta ultimando le discussioni. Non si tratta solo di cambiare un titolo, ma di sancire legalmente la nascita di un nuovo Stato agli occhi delle potenze straniere (Francia e Gran Bretagna in primis). Camillo Benso Conte di Cavour è l'architetto instancabile in queste ore.
​12 - 13 Marzo: L'attesa febbrile
A Palazzo Carignano si limano i dettagli del testo. C'è una questione simbolica non da poco: il re deve chiamarsi Vittorio Emanuele II (mantenendo il numero dinastico sabaudo) o Vittorio Emanuele I (come primo re d'Italia)? Si decide per il "II", un segno di continuità che non piace a tutti i patrioti, ma che riafferma il ruolo guida del Piemonte.
​14 Marzo: Il voto della Camera
La Camera dei Deputati approva ufficialmente, all'unanimità e per acclamazione, il progetto di legge. Ormai manca solo il timbro finale. La notizia inizia a diffondersi nelle piazze, anche se il telegrafo dell'epoca non è certo un social media moderno!
​15 - 16 Marzo: La firma del Re
Vittorio Emanuele II riceve l'atto. Sono ore di protocollo. Il re è pronto a dismettere i panni di "Re di Sardegna" per indossare quelli, ben più larghi, di Re d'Italia. Cavour osserva con soddisfazione: il suo capolavoro diplomatico è compiuto.
​17 Marzo: La Proclamazione
È il giorno della gloria. Viene pubblicata la Legge n. 4671 del Regno di Sardegna, che recita un solo, potentissimo articolo:
​"Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi successori il titolo di Re d'Italia".
​L'atto viene inserito nella Gazzetta Ufficiale. L'Italia è ufficialmente unita, almeno sulla carta geografica e politica (anche se mancano ancora all'appello Venezia e, soprattutto, Roma).
​Una curiosità "di stile"
​Sebbene l'Italia fosse nata, il Re scelse di non fare una nuova cerimonia di incoronazione. Voleva dare l'idea che l'Unità fosse un processo naturale e quasi "dovuto". Inoltre, si continuò a usare lo Statuto Albertino del 1848 come costituzione, estendendolo semplicemente a tutto il territorio.
C'è un piccolo malinteso storico comune: la mattina del 17 marzo 1861 non ci fu un grande discorso solenne dal balcone o un'orazione pubblica del Re per proclamare l'Unità.
​Il "momento della verità" avvenne in realtà un mese prima, ma il 17 marzo resta la data formale per un motivo preciso. Lascia che ti spieghi come andarono davvero le cose.
​La realtà storica del 17 Marzo
​Quella mattina, la nascita del Regno d'Italia fu un atto prettamente legislativo. La "scena" fu la seguente:
​La Firma: Vittorio Emanuele II firmò la legge n. 4671. Non c'erano f***e oceaniche davanti a lui in quel momento, ma il documento ufficiale che sanciva il suo nuovo titolo.
​La Pubblicazione: L'atto venne pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, rendendo la legge esecutiva.
​Il Testo: Il documento era brevissimo e quasi "asciutto":
​"Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta delle leggi del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato."
​Il vero "Discorso della Corona" (18 Febbraio 1861)
​Se cerchi le parole epiche che diedero il via a tutto, queste furono pronunciate da Vittorio Emanuele II il 18 febbraio 1861, all'apertura della prima seduta del Parlamento Italiano a Palazzo Carignano. Quel discorso fu il vero manifesto politico dell'Unità.
​Ecco i passaggi più celebri:
​"Signori Senatori, Signori Deputati, l’Italia, quasi interamente libera ed unita, confida nella virtù e nel consiglio vostro. A voi si appartiene il darle istituti comuni e stabile assetto. [...] In altre faccende, l'opinione delle genti civili ci è propizia; ci sono propizi gli equi e generosi intendimenti dei Governi che sanno come l'Italia debba farsi, acciocché l'equilibrio d'Europa sia stabile."
​Perché non ci fu un discorso il 17 marzo?
​Cavour e il Re scelsero un profilo basso per due ragioni:
​Legittimità: Volevano che l'Italia apparisse come uno Stato di diritto, nato dal voto del Parlamento e non da un colpo di mano o da una cerimonia troppo "rivoluzionaria".
​Diplomazia: Il mondo guardava con sospetto. Proclamare il Regno con una legge formale era un modo per dire alle potenze straniere (come l'Austria): "Siamo uno Stato legittimo, rispettateci".
​Riassumendo
​Il 18 Febbraio: Ci fu il grande discorso politico ed emotivo.
​Il 17 Marzo: Ci fu l'atto legale e formale che sancì la nascita del nome "Regno d'Italia". Il discorso pronunciato da Vittorio Emanuele II il 18 febbraio 1861 è un documento di un'importanza storica immensa: è il momento in cui, per la prima volta, un sovrano parla a un Parlamento che rappresenta (quasi) tutta la pen*sola.
​L'atmosfera a Palazzo Carignano, a Torino, era elettrica. Ecco i passaggi salienti e più significativi di quell'allocuzione, che delineò la linea politica del neonato Stato:
​Il Discorso della Corona (18 Febbraio 1861)
​L'apertura e l'orgoglio nazionale:
​"Signori Senatori, Signori Deputati! Libera ed unita quasi interamente per miracolo di provvidenza, per la concordia dei voleri, e per l'abbattimento di secolari ostacoli, l'Italia confida nella virtù e nel consiglio vostro."
​Il riconoscimento del ruolo del Parlamento:
​"A voi si appartiene il darle istituti comuni e stabile assetto. Nel formare le leggi nazionali, dovete aver presente che la parte d'Italia, che fu più lungo tempo divisa, ebbe costumi ed ordinamenti diversi, i quali ora debbono armonizzarsi con quelli delle province che furono prima liberate."
​La diplomazia e il ruolo dell'Europa:
Vittorio Emanuele sapeva che l'Italia aveva bisogno dell'appoggio internazionale (soprattutto della Francia) e rassicurò le potenze straniere:
​"Noi abbiamo fede nel diritto delle nazioni, di cui siamo gl'interpreti... L'opinione delle genti civili ci è propizia; ci sono propizi gli equi e generosi intendimenti dei Governi che sanno come l'Italia debba farsi, acciocché l'equilibrio d'Europa sia stabile."
​L'ammonimento e la prudenza:
Nonostante l'entusiasmo, il Re (su suggerimento di Cavour) invitò alla calma, poiché Roma e Venezia non erano ancora parte del Regno:
​"Dobbiamo saper attendere con pazienza e con fermezza. La nostra stella, o Signori, ve lo dico apertamente, è l'Unità d'Italia. Il farla che non sia più un sogno, il farla che sia un fatto compiuto, ecco il nostro scopo."
​La conclusione celebre:
​"L'Italia è fatta, se non nel corpo, nello spirito. Ora tocca a noi, colla nostra concordia, col nostro lavoro, colla nostra fede, far sì che sia fatta anche nei fatti."
​Perché questo discorso è fondamentale?
​Legittimazione: Il Re non si presenta come un conquistatore, ma come il garante di un processo voluto dal popolo e dai plebisciti.
​Continuità: Utilizzando un linguaggio moderato, rassicura le monarchie europee che l'Italia non sarà un focolaio di rivoluzioni anarchiche, ma un regno ordinato.
​Il metodo Cavour: Si sente chiaramente la mano di Cavour nel testo: ogni parola è pesata per bilanciare l'audacia patriottica con la prudenza diplomatica.
​Questo discorso preparò il terreno legale per la legge del 17 marzo, di cui abbiamo parlato prima, che trasformò ufficialmente Vittorio Emanuele nel primo Re d'Italia.

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