09/01/2023
di GIORGIO GORI
Dal 2008 ad oggi il Pd ha perso sette milioni di voti, sei rispetto alle Europee del 2014. Quelle elezioni, che lo videro raggiungere la soglia del 41%, ci diedero un’idea concreta di cosa fosse la “vocazione maggioritaria”: riuscire a convincere e ad attrarre anche chi in precedenza non la pensava come noi. Da tempo il Pd ha perso quella capacità, ma rinunciare a coltivare la vocazione maggioritaria significa consegnarsi ad un ruolo di testimonianza.
Per tornare ad essere attrattivi, dobbiamo innanzitutto dire cosa vogliamo per l’Italia e per gli italiani, e con quali mezzi vogliamo realizzare i nostri obiettivi. E contemporaneamente dare corso ad un forte rinnovamento della rappresentanza. Se il 25 settembre ci ha infatti consegnato un messaggio, questo non è “cambiate i vostri valori”, ma “cambiate la vostra classe dirigente!”. E adesso è tempo di farlo.
Dobbiamo dire agli italiani — e dimostrare coi fatti — che il Pd è il partito del lavoro contemporaneo, di tutti i lavori: del lavoro dipendente come di quello autonomo; del lavoro qualificato come del lavoro precario e malpagato; del lavoro operaio come delle nuove professioni digitali; del lavoro di cura come delle partite Iva; del lavoro creativo come del lavoro degli imprenditori onesti e coraggiosi, senza la cui iniziativa non ci sarebbero lavoro e creazione di ricchezza. Il lavoro anche di chi non ha lavoro, dei neet e delle donne ancora costrette a scegliere tra occupazione e dimensione famigliare.
Essere un partito modernamente laburista significa affermare il valore del lavoro come princìpio della dignità personale e strumento per la costruzione del benessere individuale e collettivo. Per questo il lavoro dev’essere dignitoso ed equamente retribuito. E se la giustizia sociale, insieme alla libertà, è il nostro obiettivo, è innanzitutto con il lavoro, con lo sviluppo delle forze produttive, con le imprese, con la crescita economica, socialmente ed ecologicamente sostenibile, con l’innovazione e con l’aumento della produttività, che possiamo cogliere quell’obiettivo: contrastare le disuguaglianze, consentire ad ogni persona di immaginare per sé e per la sua famiglia un futuro migliore.
La lotta per la giustizia sociale deve prevedere adeguate misure di assistenza verso i poveri e gli esclusi, ma per evitare una torsione verso l’assistenzialismo deve altresì iscriversi in una credibile strategia di emancipazione, incentrata sul lavoro e sulla valorizzazione dell’iniziativa e del talento degli individui. Il nostro compito è aprire a tutti questa possibilità, contrastando le diseguaglianze di destino, le rendite e i privilegi.
Decisivo, in particolare, è il ruolo del sistema formativo. Una scuola di qualità, purché davvero accessibile a tutti, ad ogni latitudine, assistita da un potente sistema per la promozione del diritto allo studio, è ancora lo strumento più efficace — seppure non il solo — per combattere le diseguaglianze. Per questo è fondamentale che funzioni al meglio.
La missione del Partito Democratico dev’essere quella di accendere la speranza di un futuro migliore per ogni persona, per ogni famiglia, e nell’insieme per il nostro Paese. E il mezzo è una vera uguaglianza delle opportunità, coniugata con la valorizzazione del merito, dell’impegno e del sacrificio, nel lavoro e nella comunità, in un ambiente dinamico e solidale dove il mercato e lo Stato si integrano e si sorreggono.
Dobbiamo puntare a costruire un Paese più giusto, più dinamico e più green, protagonista della dimensione europea. E per riuscirci dobbiamo innanzitutto scommettere sulle persone e sulla società, sulle loro energie, impegnando lo Stato nel compito fondamentale di creare — innanzitutto attraverso l’accesso universale ad una educazione e ad una formazione di qualità; coi propri investimenti a rendimento differito e sui progetti più rischiosi; attraverso la regolazione dei meccanismi di concorrenza; e con la costruzione di dispari opportunità positive a favore di quanti da soli non ce la possono fare —, un contesto favorevole al pieno dispiegarsi di queste energie. Come non esiste redistribuzione senza crescita — soprattutto per un Paese come l’Italia, gravato da un ingente debito pubblico, fermo da oltre vent’anni e in grave crisi demografica — così non esiste crescita senza efficaci politiche di inclusione e di sicurezza sociale.
È interessante annotare come proprio la «scommessa sulle persone e sulla società» sia stata posta al centro della strategia del Labour inglese — “resuscitato” dopo i tracolli dell’era corbyniana — nel “discorso del nuovo anno” pronunciato qualche giorno fa dal leader Keir Starmer.
Distaccandosi nettamente dal modello statalista del suo predecessore, Starmer ha prospettato per lo Stato un ruolo «agile e dinamico», che liberi «l’orgoglio e la determinazione dei cittadini e delle comunità inglesi», oggi frenate dall’eccessiva centralizzazione del potere, consentendo l’espressione delle grandi potenzialità presenti a tutti livelli nella società britannica, e in particolare nel mondo delle imprese e delle professioni. «Il traguardo — ha scandito Starmer — è quello di un’Inghilterra più giusta, più verde e più dinamica; in cui l’ambizione è premiata, i lavoratori hanno successo. E le comunità controllano il loro destino». Proprio quest’ultima è la novità: di fronte all’inefficienza del potere centrale e al bisogno dei cittadini di avere il controllo delle loro vite, la risposta del Labour consiste in una grande operazione di modernizzazione e semplificazione dello Stato, accompagnata da una massiccia devoluzione di poteri dal centro alla periferia (lo slogan è «Take back control», “Riprendiamo il controllo”).
Può non piacere ai detrattori dell’autonomia regionale, e certo non va visto in contrapposizione al princìpio dell’unità nazionale, ma è uno spunto che non trascurerei. In tempi di globalizzazione e di cambiamenti epocali, una forte promozione della sussidiarietà — che si aggiunga al rilancio dell’identità europeista e laburista — può consentire al Pd di tornare a coltivare la vocazione maggioritaria e rappresentare una valida alternativa al sovranismo.