01/06/2016
Nelle analisi lette o ascoltate in questi giorni sui nuovi casi di femminicidio ho sentito rimandare all'importanza del 'no' nei processi educativi dei figli, alle diverse forme di attaccamento, a contesti familiari disturbati, alle solite generiche patologie psichiche e "depressioni", ecc. È raro che si faccia riferimento non alle "figure", ai singoli e diversi casi individuali e ai fattori che posssno aver inciso nella storia personale dell'abusante, ma allo "sfondo": uno sfondo ancora profondamente impregnato di maschilismo. Nel recente passato abbiamo avuto un Presidente del Consiglio incarnazione perfetta di questo tipo di cultura e molti, maschi e femmine, si sono divertiti nei bar, negli uffici, a casa propria, al racconto delle sue gesta, piuttosto che sentirsi indignati. Ascolto quotidianamente i racconti delle storie di vita delle mie pazienti nei quali questa cultura del dominio del maschio nei contesti professionali e privati è data per scontata, agisce in maniera sfumata e subdola, mantiene le donne in una condizione di svantaggio, umiliazione e violenza, psicologica, se non fisica. E non parlo necessariamente di contesti degradati, parlo anche di ambienti professionali di eccellenza, di piccole o grandi aziende, di studi professionali, di famiglie borghesi benestanti della Napoli o della Roma "bene". In molti casi l'idea ad esempio che un uomo che riveste un ruolo dirigenziale o di potere debba avere alcune collaboratrici in una posizione di totale plauso e asservimento, disposte ad accogliere ammiccamenti, allusioni sessuali e/o a rivestire il ruolo di 'ragazze immagine' del capo, oppure a introiettare a pieno la sua ideologia, è dato per acquisito, sembra assurdo il contrario. Alcune donne si rendono disponibili ad aderire a questa visione arcaica dei rapporti, per motivi diversi: per utilitarismo, ambizione, timore, per una inclinazione alla dipendenza o semplicemente perché danno a loro volta per assodata questa visione culturale. Quelle che provano a sottrarsi o a protestare vengono ridimensionate, punite, seppure non apertamente, trasferite, assegnate ad altro incarico, squalificate, esposte al mobbing. E molte volte si sentiranno dire dai compagni che il mondo così funziona. Finché questa cultura, tipicamente italiota, della supremazia del maschio verrà intesa come una ovvietà, continueremo a leggere le statistiche agghiaccianti, a cui alcuni si sono forse già assuefatti, e che sono solo la punta più drammatica e visibile di un fenomeno molto più vasto.