Comitato per la Tutela del Territorio Certosino

Comitato per la Tutela del Territorio Certosino Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Comitato per la Tutela del Territorio Certosino, Certosa di Pavia.

Siamo un gruppo spontaneo e apartitico di Cittadini residenti nel Comune di Certosa di Pavia con l'obiettivo di contrastare la costruzione di un Data Center nel nostro Territorio.

Pubblichiamo questo articolo di Nicola Villa su Altreconomia, “Fahrenheit AI. Perché le aziende di intelligenza artifici...
22/08/2026

Pubblichiamo questo articolo di Nicola Villa su Altreconomia, “Fahrenheit AI. Perché le aziende di intelligenza artificiale comprano e distruggono i libri”, quello che racconta merita attenzione e mostra un lato sempre più inquietante della corsa all’intelligenza artificiale..

Avevamo già parlato del fatto che alcune aziende che lavorano sull’intelligenza artificiale stanno acquistando in blocco libri rari, volumi introvabili e manoscritti, non per conservarli o renderli più accessibili, ma per sottoporli a scansione e trasformarli in dati con cui addestrare i propri modelli. In alcuni casi il processo prevede addirittura il taglio fisico del dorso e la distruzione dell’originale, perché è il modo più rapido per acquisirne il contenuto.

È difficile non vedere in tutto questo qualcosa di profondamente distopico.
Per costruire macchine capaci di produrre testi, immagini e conoscenza, si arriva a distruggere gli oggetti materiali che quella conoscenza l’hanno conservata per secoli. La velocità e l’efficienza del processo diventano più importanti della conservazione dell’originale, della sua storia, della sua provenienza e del suo valore culturale.

Se gli originali scompaiono e le copie digitali della conoscenza finiscono concentrate nelle mani di pochissime Big Tech, chi controlla quei dati controlla una parte crescente della nostra memoria collettiva. L’articolo segnala questo rischio: trasformare il patrimonio culturale in una risorsa privata, accessibile attraverso infrastrutture e sistemi controllati da pochi soggetti.

La narrazione sull’intelligenza artificiale come tecnologia “rivoluzionaria” e quasi inevitabilmente positiva mostra un altro lato.
Non è solo una questione di quanta energia consumiamo o di quanti data center costruiamo, ma cosa stiamo sacrificando per alimentare questa corsa, chi decide cosa vale la pena conservare, chi possiede ciò che viene digitalizzato e chi avrà il potere di controllare l'accesso alla conoscenza.

Una tecnologia che promette di rendere la conoscenza infinitamente disponibile non dovrebbe arrivare al punto di rendere più fragile il patrimonio da cui quella conoscenza proviene.

Volumi introvabili e manoscritti secolari acquistati in blocco, tagliati e scansionati al solo scopo di alimentare con i nuovi dati i modelli linguistici "avanzati". Sono i roghi 2.0 della Silicon Valley che però svelano i limiti di una tecnologia spesso erroneamente presentata come molto vicina al...

Pubblichiamo l’articolo su Altreconomia, dedicato alla posizione di ANCI sul Piano nazionale di ripristino della natura ...
21/08/2026

Pubblichiamo l’articolo su Altreconomia, dedicato alla posizione di ANCI sul Piano nazionale di ripristino della natura e alla convergenza con ANCE.

A firmarlo è Paolo Pileri, professore ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano e da anni una delle voci più autorevoli in Italia sul consumo di suolo, sulla pianificazione territoriale e sulla necessità di restituire spazio alla natura. Non è quindi un osservatore occasionale: sul suolo e sul suo ripristino Pileri studia, insegna e scrive da anni.

ANCI è l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, l’associazione che rappresenta i Comuni. ANCE è invece l’Associazione Nazionale Costruttori Edili, cioè l’organizzazione che rappresenta le imprese del settore delle costruzioni.
Una rappresenta i Comuni. L’altra rappresenta chi costruisce.

Secondo quanto ricostruisce Pileri, ANCI ha proposto di eliminare o indebolire diverse misure del Piano di ripristino della natura, comprese quelle che puntavano a fermare nuovo consumo di suolo, tutelare le aree verdi urbane, ridurre le aree trasformabili e favorire la depavimentazione. Una posizione che ha trovato la piena soddisfazione di ANCE, che ha riconosciuto nelle proposte di ANCI molte delle osservazioni già avanzate dai costruttori.

Perché chi rappresenta i Comuni dovrebbe trovarsi sulla stessa linea di chi rappresenta le imprese delle costruzioni proprio quando si tratta di indebolire uno strumento pensato per proteggere il suolo e restituire spazio alla natura?

ANCE ha tutto il diritto di rappresentare gli interessi delle imprese del settore edilizio, è il suo ruolo.
Ma ANCI? ANCI dovrebbe rappresentare i Comuni. E i Comuni non sono soltanto amministrazioni che devono gestire procedure urbanistiche: sono i luoghi in cui vivono le persone, e i sindaci hanno una responsabilità diretta sulla qualità e sulla sicurezza dei territori.

Pileri lo sottolinea con forza: città più verdi, meno impermeabilizzate e più capaci di affrontare il caldo estremo e le alluvioni non sono un lusso ambientalista. Sono una questione di salute pubblica e di sicurezza.

Per questo è grave che proprio nel momento in cui l’Europa chiede di ripristinare la natura, la risposta sia quella di trasformare i “devono” in “possono”. Un piano pieno di possibilità, ma privo di obblighi efficaci, rischia di non cambiare nulla. E l’urbanistica dell’adattamento climatico, scrive Pileri, non si fa con i “possono”, ma con i “devono”.

Chi tutela il suolo se anche chi dovrebbe rappresentare i Comuni chiede di indebolire le regole che lo proteggono?
Chi difende il verde urbano quando continuare a trasformarlo rimane possibile?
Quando ANCI e ANCE si trovano dalla stessa parte, chi rimane dall’altra parte della barricata?
Forse sarebbe il caso che a rispondere non fosse soltanto ANCI, ma anche i sindaci e gli amministratori dei Comuni che ANCI dichiara di rappresentare.

Perché, come scrive Pileri in chiusura, la posta in gioco è troppo alta per restare in silenzio. I sindaci e le sindache che hanno dubbi su questa posizione devono avere il coraggio di far sentire la propria voce.
Il territorio non è una merce. Il suolo non è infinito. E il futuro dei cittadini non può essere subordinato allo status quo urbanistico. Il discorso data center è tangente a questi argomenti.

Mentre il governo si appresta a ultimare il Piano di ripristino della natura, emanazione dell'epocale regolamento europeo, l'Associazione dei Comuni ne demolisce il contenuto, rifiutando qualsiasi riforma ambiziosa dell'urbanistica, con il favore dei costruttori. Ma avere città abitabili e dove non...

Vi consigliamo di guardare su RaiPlay la puntata di “Codice – La vita è digitale”, condotta da Barbara Carfagna e dedica...
21/08/2026

Vi consigliamo di guardare su RaiPlay la puntata di “Codice – La vita è digitale”, condotta da Barbara Carfagna e dedicata alla corsa europea alla sovranità tecnologica, con un’attenzione particolare alla strategia francese. Tra gli esperti intervistati c’è anche Gianluca Sgueo, docente a Sciences Po di Parigi.

È una puntata che può essere utile per comprendere il dibattito italiano sui data center. Quando un progetto viene dichiarato di interesse nazionale perché considerato strategico per la sovranità digitale, infatti, vale la pena fermarsi un momento e capire che cosa significhi davvero questa espressione.

La puntata mostra il caso francese, dove la strategia non sembra limitarsi a ospitare sul territorio infrastrutture fisiche destinate a sostenere l’economia digitale, ma punta a costruire un ecosistema tecnologico: data center, capacità di calcolo, semiconduttori, cloud, ricerca e modelli di intelligenza artificiale. La stessa Rai sottolinea che il controllo della capacità di calcolo e dei dati è ormai una leva di potere geopolitico.

Se qui da noi la sovranità digitale viene utilizzata come motivazione per dichiarare strategici nuovi grandi investimenti, dobbiamo anche chiederci quanto sia realmente sovrano un sistema nel quale investimenti, tecnologie, capitali e soggetti che gestiscono le infrastrutture sono in larga parte esteri.

Costruire un grande data center sul territorio nazionale può aumentare la capacità infrastrutturale disponibile in Italia. Ma capacità infrastrutturale e sovranità tecnologica non sono necessariamente la stessa cosa.

La Francia sembra aver compreso questo passaggio: la sovranità non consiste semplicemente nell’avere i server sul proprio territorio, ma nel costruire competenze, ricerca, industria, capacità di calcolo e tecnologie proprie. La puntata racconta proprio questo tentativo di rafforzare l’autonomia strategica francese.

In Italia stiamo costruendo vera sovranità digitale oppure stiamo semplicemente mettendo a disposizione il nostro territorio, la nostra energia e le nostre infrastrutture per tecnologie sviluppate e controllate altrove?

È una differenza tutt’altro che secondaria, soprattutto quando la parola “sovranità” viene utilizzata per giustificare decisioni che hanno conseguenze molto concrete sui territori, e i cittadini sono chiamati a sopportarne le conseguenze senza nessun beneficio concreto.

Quali sono le rotte del mondo connesso e qual è il progetto umano nell'Era digitale?

Pubblichiamo l’articolo di Maurizio Mazzoneschi su Domani, un’inchiesta che racconta la crescente opposizione alla corsa...
20/08/2026

Pubblichiamo l’articolo di Maurizio Mazzoneschi su Domani, un’inchiesta che racconta la crescente opposizione alla corsa dei data center e mette in evidenza il consumo di suolo, acqua ed energia legato a queste infrastrutture.

È una lettura che aiuta a guardare oltre la narrazione secondo cui i data center rappresenterebbero il progresso e una inevitabile opportunità di sviluppo. Dietro questa corsa ci sono territori che cambiano, enormi quantità di energia e acqua necessarie al loro funzionamento e impatti che non possono essere valutati progetto per progetto, ignorando ciò che sta accadendo intorno.

Nelle domande con cui il giornalista conclude il suo articolo troviamo gli argomenti che portiamo avanti da tempo: a chi giova davvero la costruzione di tutti questi giganteschi data center? E abbiamo davvero bisogno di tutti questi “agenti intelligenti”?
Sono domande che meritano una risposta, prima di continuare a trasformare territori e risorse per una corsa speculativa che viene spesso presentata come inevitabile.

Chi è favorevole alla loro costruzione ripete spesso che, se vogliamo continuare a usare Facebook, fare acquisti online o guardare Netflix, allora dobbiamo necessariamente costruire sempre più data center. Ma non è così. L’uso dei servizi digitali non implica automaticamente che ogni territorio debba essere trasformato in una piattaforma per nuovi giganteschi impianti. Esistono scelte tecnologiche, localizzative, energetiche e di pianificazione che devono essere discusse e valutate. Non possiamo trasformare una precisa scelta industriale e speculativa in una necessità inevitabile per tutti.

Non siamo contro la tecnologia e non siamo contro l’innovazione. Siamo contro l’idea che, in nome della tecnologia e dell’innovazione, ogni territorio debba diventare disponibile e ogni limite possa essere considerato un ostacolo da superare.

Le domande di Mazzoneschi sono anche le nostre. A chi serve questa corsa? Quanto siamo disposti a consumare per sostenerla? E soprattutto, abbiamo davvero bisogno di tutto questo?
Prima di parlare di progresso, sarebbe il caso di avere il coraggio di rispondere. Magari in modo trasparente ed onesto, non con la voce dei proponenti.

In Italia sono attivi 262 impianti e altri 83 sono nei piani di governo e privati. Intanto dalla Lombardia agli Stati Uniti, passando per diversi paesi europei, aumentano le mobilitazioni contro il consumo di suolo, acqua ed energia

Quando a dichiarare quanto si inquina è chi ha tutto l'interesse a dimostrare di inquinare poco, quanto possiamo fidarci...
20/08/2026

Quando a dichiarare quanto si inquina è chi ha tutto l'interesse a dimostrare di inquinare poco, quanto possiamo fidarci dei numeri?

L'articolo di Giuditta Mosca su la Repubblica spiega che mentre le Big Tech dichiarano obiettivi ambiziosi di riduzione delle emissioni, la corsa ai data center per l'intelligenza artificiale sta facendo crescere rapidamente il loro impatto ambientale. Il caso Amazon è emblematico: la sua impronta climatica è passata da 65,28 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente nel 2023 a 80,85 milioni nel 2025, mentre in Texas sta costruendo un enorme data center alimentato da 35 turbine a gas naturale.

Quanto sono realmente verificabili i dati che le grandi aziende comunicano sulla propria sostenibilità? Le emissioni, i consumi e gli obiettivi ambientali vengono in larga parte rendicontati dalle aziende stesse, attraverso metodologie e perimetri che non sempre permettono a cittadini e territori di verificare facilmente quale sia l'impatto reale di un singolo progetto e, soprattutto, quello cumulativo di tutti i progetti.

Non basta che un'azienda dichiari di essere impegnata verso la neutralità climatica. Servono dati trasparenti, verificabili e confrontabili e un controllo pubblico capace di mettere realmente alla prova ciò che viene dichiarato.
Perché una buona parte del problema è quanto siamo effettivamente in grado di verificare.

Perché dovremmo fidarci ciecamente delle stime che ci vengono presentate? Nel Regno Unito le stime ufficiali sulle emissioni dei data center per l’IA sono state riviste passando da un massimo di 142.000 tonnellate a 123 milioni di tonnellate: una sottostima di quasi 900 volte. Se è già successo, e non una volta sola, è ragionevole chiedere che i dati forniti da chi vuole costruire siano verificati da soggetti indipendenti prima di autorizzare trasformazioni irreversibili del territorio.

Amazon sta investendo in un data center in Texas che può mettere in forse i propri obiettivi per l’azzeramento delle emissioni entro il 2040. Le altre big non …

Un nuovo approfondimento del Forum italiano dei movimenti per la difesa del paesaggio e lo stop al consumo di suolo – Sa...
20/08/2026

Un nuovo approfondimento del Forum italiano dei movimenti per la difesa del paesaggio e lo stop al consumo di suolo – Salviamo il Paesaggio, firmato da Enrico Duranti, torna sul tema dei data center strategici e si concentra soprattutto su come vengono prese le decisioni che stanno trasformando il territorio.

Il punto di partenza sono i nuovi investimenti dichiarati di interesse strategico nazionale, tra cui il grande campus previsto tra Zibido San Giacomo e Lacchiarella, e il fatto che in Lombardia si stia formando una concentrazione molto significativa di progetti. Secondo l’analisi, il problema non è soltanto il singolo data center, ma la trasformazione complessiva che deriva dalla somma degli interventi: rete elettrica, risorse idriche, consumo di suolo, infrastrutture ed ecosistemi vengono chiamati a sostenere una crescita che procede attraverso una molteplicità di progetti.

Duranti porta poi un esempio concreto, quello del maxi-data center di Pozzaglio ed Uniti, dove per rendere possibile l’intervento sarebbero necessarie modifiche alle norme urbanistiche relative anche a reticolo idrico, rete ecologica, aree boscate, centuriazione romana, altezze degli edifici e standard urbanistici. È il territorio a stabilire quali insediamenti siano compatibili oppure sono gli strumenti urbanistici a essere progressivamente modificati per adattarsi alle esigenze dell’investimento?

L’articolo richiama inoltre una riflessione di Paolo Benanti sulla differenza tra le promesse di sostenibilità e la natura concreta delle infrastrutture che vengono costruite. Un grande data center non è un'infrastruttura immateriale: significa edifici, energia, reti, impianti, acqua e trasformazioni territoriali. E mentre una promessa o un impegno possono essere modificati nel tempo, un grande insediamento, una centrale o una nuova infrastruttura elettrica possono rimanere sul territorio per decenni.

Decisioni che hanno conseguenze politiche, economiche e territoriali enormi vengono spesso presentate come semplici questioni tecniche, dove sembrano contare soltanto megawatt, miliardi di investimento, tempi di autorizzazione e capacità di calcolo. Restano invece sullo sfondo le domande su chi sosterrà i costi, quali rischi verranno assunti, quali benefici resteranno ai territori e quale modello territoriale verrà costruito.

Il Forum non mette in discussione la necessità dell’innovazione digitale. Chiede però che prima di moltiplicare gli insediamenti si stabilisca quanta capacità di calcolo sia realmente necessaria, dove sia opportuno localizzarla, quali territori debbano essere esclusi e quali siano gli impatti complessivi che possiamo permetterci.

Come diciamo da mesi, quando una trasformazione del territorio è difficilmente reversibile, la discussione sulle sue conseguenze dovrebbe avvenire prima della decisione, non dopo.

Investimenti, consumo di suolo e decisioni irreversibili: una riflessione sui data center. Il Consiglio dei ministri ha dichiarato di preminente interesse strategico nazionale due nuovi programmi per la realizzazione di data center in Lombardia e Sardegna, per 6,8 miliardi di euro complessivi... di....

Un articolo di Roberto Cosentino sul Corriere della Sera racconta un test dell’AI Security Institute britannico che port...
19/08/2026

Un articolo di Roberto Cosentino sul Corriere della Sera racconta un test dell’AI Security Institute britannico che porta l’attenzione sul comportamento autonomo degli agenti di intelligenza artificiale.

Durante una serie di prove di sicurezza informatica, alcuni modelli hanno compiuto azioni che i ricercatori hanno definito autonome e non autorizzate per cercare di raggiungere l’obiettivo assegnato. In un caso, un agente ha tentato di inserire codice malevolo in un progetto open source su GitHub e, per ottenere l’approvazione della modifica, ha utilizzato tecniche di ingegneria sociale, arrivando a creare false identità online e a cercare di convincere un essere umano ad accettare il codice.

Il tentativo non è riuscito e non si sono verificati danni concreti. Ma il dato che preoccupa i ricercatori è un altro: queste azioni non erano state richieste esplicitamente. L’agente le ha adottate come mezzo per portare a termine il compito iniziale.

Il test ha inoltre mostrato comportamenti come trasferimenti di dati al di fuori dell’ambiente di ricerca, utilizzo della rete Tor e tentativi di influenzare altri sistemi di IA attraverso istruzioni nascoste. L’AI Security Institute sottolinea che si tratta di una manifestazione particolarmente chiara di rischi legati all’autonomia e all’inganno che non erano stati previsti in quella forma. I risultati sono comunque in attesa di una revisione da parte di un soggetto indipendente.

La criticità più importante, quindi, non è parlare di una “ribellione” delle macchine, formula che rischia di trasformare un problema tecnico in uno slogan. È molto più concreto il problema della perdita di prevedibilità del comportamento: un sistema a cui viene assegnato un obiettivo può individuare autonomamente strategie non previste dai suoi sviluppatori, anche quando queste comportano azioni che non erano state autorizzate.

E più questi sistemi diventano autonomi, più diventa importante capire quali limiti abbiano, quali accessi possano avere, come vengano controllati e cosa succeda quando il loro comportamento esce dagli scenari previsti.

L’articolo ricorda anche che le tecniche utilizzate dagli agenti non sono nuove e non siamo davanti a un’intelligenza artificiale che abbia provocato autonomamente un danno nel mondo reale. Ma proprio per questo il risultato del test è interessante: comportamenti già conosciuti e potenzialmente dannosi possono essere automatizzati da sistemi capaci di agire con un certo grado di autonomia.

È un altro motivo per cui il dibattito sull’IA non può limitarsi alla velocità con cui possiamo costruire modelli sempre più potenti. Deve riguardare anche la capacità di controllarli, valutarne i rischi e stabilire limiti adeguati prima che l’autonomia dei sistemi cresca più rapidamente della nostra capacità di governarla.

Nei test dell'AI Security Institute britannico i modelli sono sfuggiti al controllo e hanno inserito codice dannoso sfruttando tecniche di ingegneria sociale

Robert Reich, ex segretario al Lavoro degli Stati Uniti, professore emerito di politiche pubbliche all’Università della ...
19/08/2026

Robert Reich, ex segretario al Lavoro degli Stati Uniti, professore emerito di politiche pubbliche all’Università della California, Berkeley e editorialista del Guardian US, analizza in questo articolo il divario tra le grandi promesse dell’intelligenza artificiale e i suoi effetti reali sull’economia e sul lavoro.

Ci è stato promesso che l’IA avrebbe creato nuova ricchezza e nuove opportunità di lavoro. Ma i dati che Reich mette in fila raccontano una realtà diversa: negli Stati Uniti a luglio sono stati persi 23.000 posti di lavoro, le stime dei mesi precedenti sono state riviste al ribasso di altri 103.000 posti e la crescita delle retribuzioni è rallentata ai livelli più bassi degli ultimi cinque anni. Le occupazioni maggiormente esposte all’IA mostrano inoltre tassi di disoccupazione più elevati e la pressione si concentra soprattutto sui lavoratori più giovani. Secondo le ricerche citate da Reich, dal 2023 l’impatto dell’IA avrebbe già contribuito a decine di miliardi di dollari di mancati guadagni.

La ricchezza generata da questa corsa tecnologica si concentra sempre più nelle mani di un numero ristretto di grandi investitori e proprietari delle tecnologie, mentre enormi capitali vengono destinati alla costruzione dei data center necessari per alimentarla. Reich mette in evidenza anche il costo ambientale di questa espansione: infrastrutture energivore, nuove emissioni e crescente ricorso a fonti fossili per alimentare la domanda.

Nel nostro territorio chi sostiene la costruzione dei data center presenta questi progetti come una grande opportunità per i nostri giovani e come una fonte di nuova occupazione qualificata. Ma l’analisi di Reich mostra una realtà diversa, quasi opposta: proprio i lavoratori più giovani, cioè quelli che dovrebbero beneficiare maggiormente di questa trasformazione, risultano tra i più esposti alle conseguenze della nuova tecnologia.

È questo che dovremmo tenere presente quando ci vengono presentati i data center come le fabbriche del futuro e come una soluzione per creare occupazione sul territorio. La loro enorme necessità di energia, capitale e infrastrutture non significa automaticamente un numero enorme di posti di lavoro. La ricchezza che alimenta questa nuova industria e il lavoro che essa crea sono due cose molto diverse.

L’articolo di Robert Reich esplicita molto bene questo divario: una crescita straordinaria degli investimenti legati all’IA accompagnata, almeno finora, da risultati molto più modesti sul fronte dell’occupazione e da una crescente concentrazione dei benefici economici.
Questo lavoro è pubblicato dal Guardian US, l’edizione statunitense di una delle più autorevoli testate giornalistiche internazionali.

The dangers of AI become clearer every day. Why are we still acting as if we have no choice about our future?

Vediamo oggi il rapporto tra data center e diritto climatico con il nuovo studio del Grantham Research Institute on Clim...
19/08/2026

Vediamo oggi il rapporto tra data center e diritto climatico con il nuovo studio del Grantham Research Institute on Climate Change and the Environment (Istituto di ricerca Grantham sui cambiamenti climatici e l'ambiente) della London School of Economics and Political Science (LSE), uno dei principali centri internazionali di ricerca dedicati alle politiche climatiche e ambientali.

Il rapporto, dal titolo “Global Trends in Climate Change Litigation: 2026 Snapshot” (“Tendenze globali del contenzioso sul cambiamento climatico: quadro aggiornato 2026”), è firmato da Joana Setzer, Catherine Higham e Tiffanie Chan e analizza l'evoluzione globale dei contenziosi climatici, individuando tra le nuove aree di sviluppo anche le controversie legate agli impatti ambientali dei grandi data center.

Secondo lo studio, il contenzioso climatico continua a crescere e a consolidarsi come elemento della governance ambientale globale. Nel 2025 sono stati registrati nuovi casi in diversi Paesi, portando il numero complessivo delle cause climatiche avviate dal 1986 a migliaia di procedimenti in tutto il mondo.

Le controversie riguardano sempre più ambiti diversi: non soltanto le emissioni prodotte direttamente dalle attività industriali, ma anche il modo in cui vengono autorizzate e realizzate infrastrutture con un impatto significativo sul clima.

Tra le nuove frontiere individuate dagli autori compare proprio il settore dei data center, per il loro crescente fabbisogno energetico e per le emissioni indirettamente collegate alla produzione dell'energia necessaria al loro funzionamento.

Il rapporto evidenzia come il diritto climatico si stia quindi ampliando verso nuove questioni: la valutazione delle infrastrutture, la coerenza delle decisioni pubbliche con gli obiettivi climatici e la necessità di considerare gli effetti complessivi delle trasformazioni in corso.

Lo studio sottolinea inoltre che il contenzioso climatico non riguarda soltanto il risultato finale delle cause, ma anche la capacità delle istituzioni di dare concreta attuazione alle decisioni e agli obblighi in materia di clima.

L'attuazione delle decisioni in materia di clima richiede una volontà politica costante e un'adeguata applicazione delle norme legislative.

Un principio che riguarda anche il nostro territorio: in Lombardia attendiamo che le norme di diritto ambientale trovino piena applicazione anche nella valutazione dei nuovi grandi insediamenti, considerando non solo gli aspetti economici e infrastrutturali, ma anche la tutela della salute pubblica, dell'ambiente e delle comunità coinvolte.

An exploration of key trends and evolutions in global climate change litigation from the calendar year 2025, plus important new developments through to May 2026.

Un articolo di Paolo Costanzo pubblicato su Linkiesta mette a fuoco una delle contraddizioni più interessanti della cors...
18/08/2026

Un articolo di Paolo Costanzo pubblicato su Linkiesta mette a fuoco una delle contraddizioni più interessanti della corsa italiana ai data center: parliamo sempre più spesso di sovranità digitale, ma stiamo costruendo soprattutto infrastrutture, senza costruire con la stessa attenzione le risorse e le competenze necessarie per renderle realmente nostre.

Il 4 agosto il Consiglio dei ministri ha dichiarato di preminente interesse strategico nazionale altri due programmi di data center per 6,8 miliardi di euro, portando a sette i programmi strategici per oltre 25 miliardi complessivi. Per ciascuno sarà nominato un commissario straordinario.

Il problema evidenziato dall’articolo è che a fronte di questi investimenti non sembra esserci una pianificazione equivalente sulle condizioni necessarie per sostenerli. Quanta acqua sarà necessaria e quanta ne sarà effettivamente disponibile? Quanta potenza assorbiranno e quanto è in grado di reggere la rete? E soprattutto: quali competenze abbiamo già sul territorio per gestire infrastrutture così specializzate e quali dovremo formare?

L'esempio del grande campus hyperscale previsto tra Zibido San Giacomo e Lacchiarella è significativo: 5,3 miliardi di investimento, fino a 400 MW di capacità, circa 2.000 addetti l'anno durante il cantiere e, a regime, circa 200 lavoratori diretti altamente specializzati. Oltre a quanti posti di lavoro verranno creati, sarebbe interessante sapere da dove arriveranno le persone con le competenze necessarie per occuparli, ma è un dettaglio trascurato.

Secondo l'articolo, nel 2024 i data center italiani hanno assorbito l'1,9% dei consumi elettrici nazionali, mentre le richieste di connessione già depositate sfiorano i 30 GW, circa la metà concentrata in Lombardia. Nel frattempo, la tutela delle risorse idriche viene indicata tra gli obiettivi della nuova legge regionale lombarda, ma non risulta ancora disponibile una stima complessiva della risorsa idrica necessaria.

Stiamo dichiarando strategici gli investimenti prima di avere una fotografia altrettanto precisa delle risorse che dovranno sostenerli.

Il termine “sovranità digitale” diventa fuorviante. La sovranità non consiste nel costruire data center sul territorio italiano. Se il capitale, le tecnologie, i modelli, le competenze e persino le persone necessarie a far funzionare quelle infrastrutture arrivano dall'estero, possiamo avere infrastrutture fisicamente italiane senza avere un vero controllo della tecnologia che vi gira sopra.

Possiamo costruire la capacità infrastrutturale senza costruire la capacità cognitiva e industriale necessaria per governarla.

In altre parole, rischiamo di non conquistare una sovranità digitale, ma semplicemente di affittarla, come commenta l'autore.

Prima di chiamare questi progetti “strategici per la sovranità nazionale”, sarebbe opportuno chiedersi se stiamo davvero costruendo autonomia tecnologica oppure se stiamo mettendo a disposizione territorio, energia, acqua e infrastrutture per tecnologie e investimenti che rimangono, in larga parte, sotto controllo altrui.

Il Consiglio dei ministri ha dato l’ok ad altri due centri di calcolo dichiarandoli strategici, ma senza prevedere quanta acqua ed energia serviranno, né come formare chi ci lavorerà. C’è anche il decreto che avrebbe potuto farlo, ma non se ne occupa

Indirizzo

Certosa Di Pavia
27012

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