PciCittanova

PciCittanova La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classe. Karl Marx

20/09/2025
30/08/2025

🛑 𝗙𝗲𝗿𝗺𝗮𝗿𝗲 𝗕𝗲𝗻𝗷𝗮𝗺𝗶𝗻 𝗡𝗲𝘁𝗮𝗻𝘆𝗮𝗵𝘂, 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗲𝗿𝗲 𝗹𝗼 𝗦𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗣𝗮𝗹𝗲𝘀𝘁𝗶𝗻𝗮!

Il Partito Comunista Italiano condivide il contenuto della lettera aperta inviata lo scorso 27 luglio da 70 ex ambasciatori d'Italia alla Presidente del Consiglio dei Ministri Gorgia Meloni, affinché assuma iniziative concrete volte a fermare la politica attuata dal governo israeliano nei confronti della popolazione palestinese e riconosca, come già fatto da 147 Paesi, ai quali da settembre si aggiungeranno la Francia, il Regno Unito e Malta, lo Stato di Palestina.

È infatti tempo di andare oltre le dichiarazioni formali recentemente espresse dal Governo Italiano a fronte dell'insostenibilità della situazione determinatasi nella Striscia di Gaza, in Palestina, e del moto di generale indignazione che ne discende.

Come sottolineato nella lettera in questione “Dinanzi al ripetersi di eccidi e massacri di civili, chiediamo al Governo di adottare comportamenti conseguenti, in particolare i seguenti:
1) sospendere ogni rapporto e cooperazione, di qualunque natura, nel settore militare e della difesa con Israele

2) sostenere in sede UE e nazionale ogni iniziativa che preveda sanzioni individuali (restrizioni agli spostamenti internazionali e congelamento delle attività economico-finanziarie e dei patrimoni) nei confronti dei Ministri israeliani- come Smotrich e Ben G'vir- che incoraggiano e appoggiano il moltiplicarsi degli insediamenti legali e le violenze dei coloni in Cisgiordania

3) unirsi al consenso europeo per la sospensione temporanea dell'Accordo di associazione tra Israele e l'Unione Europea

Come PCI non sappiamo se tale lettera aperta, che facciamo nostra aderendo alla raccolta di firme che la sostiene (change.org: https://www.change.org/p/70-ambasciatori-a-giorgia-meloni-fermare-netanyahu-riconoscere-la-palestina-ora) sortirà l'effetto sperato, di certo rappresenta un passaggio importante.

Ad oggi il governo italiano non è andato oltre il poco o nulla evidenziato, di fatto appiattendosi ancora una volta sulle politiche degli USA, senza il cui sostegno l'azione di Israele sarebbe semplicemente impossibile.

Ad esso, anche attraverso una crescente mobilitazione popolare, va chiesto un radicale cambio di politica.

Il governo Netanyahu, immerso in una deriva sionista, illiberale, fascista, denunciata da gran parte della stessa opinione pubblica israeliana, persegue una politica genocida che va fermata.

Come PCI confermiamo il nostro pieno sostegno alla causa palestinese, siamo e restiamo in campo per promuovere, partecipare, sostenere ogni utile iniziativa volta ad affermarne le ragioni.

La lotta palestinese è la nostra lotta!

𝗟𝗮 𝗦𝗲𝗴𝗿𝗲𝘁𝗲𝗿𝗶𝗮 𝗡𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗣𝗖𝗜

12/08/2025

𝗦𝗖𝗨𝗢𝗟𝗔 𝗜𝗧𝗔𝗟𝗜𝗔𝗡𝗔 𝗘 𝗗𝗜𝗦𝗨𝗚𝗨𝗔𝗚𝗟𝗜𝗔𝗡𝗭𝗘 𝗦𝗧𝗥𝗨𝗧𝗧𝗨𝗥𝗔𝗟𝗜: 𝗖𝗢𝗦𝗔 𝗖𝗜 𝗗𝗜𝗖𝗘 𝗗𝗔𝗩𝗩𝗘𝗥𝗢 𝗜𝗟 𝗥𝗔𝗣𝗣𝗢𝗥𝗧𝗢 𝗜𝗡𝗩𝗔𝗟𝗦𝗜 𝟮𝟬𝟮𝟱 𝗦𝗨 𝗧𝗨𝗧𝗧𝗜 𝗜 𝗚𝗥𝗔𝗗𝗜 𝗦𝗖𝗢𝗟𝗔𝗦𝗧𝗜𝗖𝗜

Il Rapporto INVALSI 2025 presenta, come ogni anno, una fotografia dettagliata dell’istruzione italiana. E, come ogni anno, l’immagine che emerge è quella di un sistema scolastico segnato da profonde disuguaglianze territoriali, sociali, culturali e di genere. Le fratture non si manifestano soltanto nella scuola secondaria di secondo grado: iniziano nella primaria, si ampliano nella secondaria di primo grado e si consolidano definitivamente alle superiori. Il diritto allo studio in Italia continua a dipendere dal luogo di nascita, dal contesto familiare e dal genere.

Di fronte a questo quadro, il Ministero dell’Istruzione guidato da Giuseppe Valditara ha scelto una comunicazione improntata all’ottimismo, parlando di “ripresa”, “scuola del merito” e “personalizzazione dell’apprendimento”. Ma i dati ufficiali non mostrano alcuna ripresa strutturale né un reale superamento delle disuguaglianze. La retorica ministeriale rischia così di trasformarsi in un’operazione ideologica che minimizza fragilità sistemiche e scarica sui singoli la responsabilità degli insuccessi, ignorando il peso delle condizioni materiali in cui gli studenti si formano.

Già in II primaria le differenze territoriali sono evidenti: in Italiano, il 66,3% degli alunni raggiunge almeno il livello base, ma con forti gap tra Nord e Sud; in Matematica la quota scende e il Mezzogiorno registra una percentuale significativamente più alta di bambini in fascia molto bassa. Le bambine ottengono risultati migliori in Italiano, ma in Matematica emerge già un divario di genere a sfavore loro (-3,6 punti percentuali).

Gli studenti di prima generazione migratoria si collocano ben al di sotto dei coetanei nativi, con scarti che in alcuni casi superano i 15 punti percentuali. Al termine della primaria (V classe), i risultati in Italiano migliorano (75,2% almeno al livello base), ma in Matematica il recupero post-pandemia non è ancora avvenuto e il Nord mantiene un vantaggio netto.

Alla fine del primo ciclo (III media), le differenze diventano strutturali. In Italiano, nelle regioni settentrionali oltre il 75% degli studenti raggiunge il livello minimo, mentre al Sud e nelle Isole si resta sotto il 60%. In Matematica, il divario è ancora più marcato, con differenze territoriali fino a 20 punti percentuali. Le competenze di ascolto in Inglese risultano critiche soprattutto nel Mezzogiorno.

Il background socio-economico e migratorio pesa in modo decisivo: le prime generazioni di studenti stranieri hanno risultati medi nettamente inferiori, mentre le seconde generazioni, pur migliorando, restano indietro. Le ragazze continuano a primeggiare in Italiano e Inglese, ma in Matematica il divario a loro sfavore si conferma e inizia a orientare le scelte scolastiche verso indirizzi meno scientifici.

Nella prova di Matematica del secondo anno delle superiori, raggiunge il livello minimo il 64% degli studenti del Nord-Est, contro il 43% del Sud e appena il 39% nelle Isole. In Italiano, le percentuali si mantengono sopra il 70% al Nord, ma non superano il 55% al Sud. Le regioni meridionali restano quelle con la dispersione scolastica implicita più alta: Campania, Lazio, Calabria, Basilicata, Sicilia e Sardegna superano il 10% di diplomati che non raggiungono i livelli minimi in almeno due discipline.

Preoccupa la quota di diplomati che, pur avendo completato il ciclo, non possiedono competenze adeguate in nessuna materia valutata: 8,7% a livello nazionale, 22,8% negli istituti professionali. La condizione colpisce soprattutto i ragazzi (10,7% contro l’8% delle ragazze) e gli studenti provenienti da contesti svantaggiati.
Il divario di genere in Matematica attraversa tutti i cicli scolastici: parte in II primaria, si rafforza in III media e raggiunge il massimo nelle superiori, dove le ragazze ottengono risultati medi inferiori di 6,8 punti rispetto ai ragazzi, con punte negative nei tecnici e professionali del Mezzogiorno. Questo scarto equivale a circa mezzo anno scolastico di apprendimento.

Al contrario, le studentesse ottengono punteggi più alti in Italiano e Inglese, ma restano sottorappresentate nei livelli di eccellenza in Matematica e quindi nei percorsi STEM. Tra le studentesse con background migratorio, il divario si amplifica: molte frequentano istituti meno prestigiosi e incontrano ostacoli linguistici e culturali non adeguatamente affrontati.

Il Rapporto smentisce il luogo comune secondo cui le grandi città offrirebbero migliori opportunità. A Roma, Napoli, Torino e Palermo, la dispersione implicita raggiunge livelli allarmanti in molte scuole periferiche. In piccoli centri del Centro Italia, come in Umbria e Marche, i risultati sono più omogenei e le condizioni di apprendimento più favorevoli, a dimostrazione che la qualità dell’offerta educativa dipende più dalla coesione sociale e dall’impegno territoriale che dalle sole infrastrutture.

I dati mostrano che le disuguaglianze scolastiche italiane non derivano da scelte individuali, ma da condizioni materiali e strutturali. Le misure promosse – docenti tutor, personalizzazione, meritocrazia – non intervengono sulle cause profonde e rischiano di ampliare le distanze.

La proposta del Partito Comunista Italiano si muove in direzione opposta: investimenti nelle aree fragili, stabilizzazione del personale, potenziamento dell’istruzione tecnica e professionale, inclusione reale degli studenti migranti, politiche attive per la parità di genere e riforma della valutazione in chiave formativa. La scuola deve tornare a essere uno strumento di liberazione collettiva, capace di garantire a tutti e tutte – indipendentemente dal luogo di nascita, dal reddito familiare o dalla provenienza – le stesse possibilità di conoscere, crescere e partecipare.

Non basta misurare le disuguaglianze: occorre decidere da che parte stare e ricostruire, con coraggio e coerenza, una scuola pubblica all’altezza della Costituzione.

Dipartimento istruzione PCI

12/08/2025

Era difficile concentrare in sole sei righe l’intero repertorio razzistoide e islamofobo del leghista medio.

Ma l’ex generale Vannacci ancora una volta è riuscito nell’impresa.

Parlando della (splendida) medaglia d’oro nel triplo di Erika Saraceni agli Europei Under 20, Vannacci ha scritto:

“Un oro che merita la prima pagina! Ma non è nera, non è arrivata col barcone, non è islamica, non fugge dalle famigerate guerre, non è diversamente eterosessuale, non porta il velo e non sfila in burkini. Dunque, per la sinistra non fa notizia”.

Anche una vittoria così bella è riuscito a sciacallare con un’accozzaglia informe di frasi da bar, luoghi comuni, i peggiori pregiudizi.

Come se oggi arrivare su un barcone, nell’Italia ai tempi di Meloni, fosse cool o addirittura uno status symbol invece di un dramma umano personale.

Come se, nel suo mondo al contrario, fuggire da una guerra fosse una specie di Erasmus.

Come se essere omosessuali fosse un privilegio, invece di una condanna quotidiana alla discriminazione.

Il tutto senza neanche il coraggio di nominare il vero bersaglio delle sue frecciate: Kelly Doualla. Il cui oro è stato celebrato non perché nera ma perché a 15 anni ha compiuto imprese e tempi che nessuna prima di lei neanche a 18 anni aveva realizzato.

“Gentile” ex generale, sono tentato di invitarla a dimettersi, ma non ha abbastanza onore.

Le suggerirei di vergognarsi, ma dubito anche che sappia cosa sia la vergogna. Figuriamoci provarla.

Mi limito a ricordarle che prima o poi le persone perbene si sveglieranno e la rimetteranno nell’anonimato dal quale viene e che, in un Paese appena decente, merita.

Ci vorrà tempo, fatica, ma arriverà quel giorno. Arriva sempre. Ma sempre troppo tardi.

12/08/2025
12/08/2025

La Relatrice Speciale Onu Francesca Albanese, nel suo rapporto - tradotto in italiano e disponibile in edicola con il Fatto Quotidiano - si è concentrata sulle aziende che stanno facendo profitti sul genocidio.

12/08/2025
12/08/2025

Ziad Saad Abdou Mustafa e Sayed Abdelwahab Mahmoud: morti di lavoro il 4 agosto 2025
La tragica fine di Ziad e Sayed, due esseri umani, due migranti, due lavoratori, mette in luce gli aspetti più crudeli di una realtà che molti, soprattutto i partiti sia di governo che di opposizione, preferiscono ignorare:
la realtà di una società capitalista, ormai basata prevalentemente sulla finanza, che, oggi più che mai, opera mediante lo sfruttamento del mondo del lavoro, riuscendo a ricreare il rapporto padrone/schiavo che credevamo di aver superato e lo fa soprattutto nei confronti dei più deboli e ricattabili: i migranti, a tutti gli effetti gli schiavi del XXI secolo.
Ziad e Sayed erano ospiti di una cooperativa a Mirano, dove vivevano in attesa che la loro richiesta di regolarizzazione in Italia venisse accolta, tramite un contratto di lavoro. Le vittime perfette di questo sistema disumano.
La testimonianza di un loro amico, che vive nella stessa struttura, è chiarissima e di una trasparenza disarmante: racconta una realtà che conosciamo fin troppo bene, ma che continuiamo a tollerare, a fingere di non vedere: una semplice telefonata la sera basta per "reclutare" lavoratori, senza contratto e senza alcuna informazione o formazione sull’attività che dovranno svolgere, quasi una evoluzione tecnologica del caporalato che da sempre si finge di voler sconfiggere. All’alba si presentano davanti alla cooperativa, pronti a essere trasportati sul luogo di lavoro, spesso su furgoni privi di finestrini e agli ordini dei loro schiavisti.
I lavori che debbono svolgere sono spesso o i più umili o, più spesso, i più pericolosi, che loro debbono accettare a qualsiasi costo senza potere in alcun modo tutelarsi né tantomeno protestare. La sera ricevono un compenso in nero: pochi euro e vengono caricati di nuovo, come bestiame, sui mezzi che li riporteranno, nei fatti, in mezzo ad una strada.
Nessuno si premura di fornire loro presidi di sicurezza o di informarli sui rischi che il lavoro comporta, così come non importa quante ore abbiano lavorato o quanto pericoloso fosse ciò che hanno fatto: il compenso è sempre lo stesso, prendere o lasciare: il ricatto è potente, riguarda la sopravvivenza del lavoratore e, spesso, della sua famiglia e purtroppo vince sempre.
Ziad e Sayed non hanno neppure ritirato quei pochi soldi, non hanno nemmeno terminato la giornata di lavoro perché sono morti in una fossa piena di liquami, senza che nessuno li avvertisse del pericolo e, soprattutto, senza alcun presidio di protezione. Le indagini portano a due persone indiziate, quando tutti sanno che il male sta sì in eventuali responsabili, ma soprattutto nel sistema, che vede lo Stato assente, che non vigila e non investe, che accetta se non addirittura alimenta questo che ormai è uno stillicidio quotidiano, che per accontentare orde di “im-prenditori” per i quali la vita di un uomo, di un lavoratore, vale meno che investire in formazione e sicurezza. I responsabili sono in un sistema e uno Stato che ormai tollerano qualsiasi forma di sfruttamento purché funzionale al massimo profitto con minimo costo sulla pelle dei lavoratori.
Così Ziad e Sayed vanno ad aggiungersi agli 873 lavoratori deceduti dall’inizio dell’anno al 31 luglio, in una lista macabra che non accenna mai a smettere di allungarsi.
Ziad e Sayed sono l’ennesimo dramma frutto di un fenomeno sempre più diffuso e sulle cui reali cause occorrerebbe approfondire: il lavoro nero, che significa:
• Mancanza di formazione e preparazione dei lavoratori
• Assenza quasi totale di sistemi e/ presidi di sicurezza adottati dai datori di lavoro
• Totale assenza di tutele, tantomeno di assicurazioni
• Retribuzioni inadeguate
• Nessun diritto riconosciuto a quelli che, oggi, sono gli schiavi 2.0.
Schiavi davvero, perché i lavoratori in nero sono invisibili. Vivono spesso in luoghi inadatti o malsani e lavorano ai margini, ignorati da istituzioni e tutele, senza diritti, spesso senza identità riconosciuta.
Per far fronte al fenomeno del lavoro nero e non sicuro e tutelato, quest’anno il governo ha introdotto la patente a crediti. L’ennesima burla per dare fumo negli occhi e per far annunciare qualcosa ai mezzi di informazione di regime. Ma al di là dei provvedimenti e delle dinamiche legislative, ciò che realmente manca nel nostro paese è la prevenzione.
In Veneto, nel grande e progressista Veneto, nel Nord Est locomotiva del paese, nel solo primo semestre dell’anno gli infortuni mortali sul lavoro sono più che raddoppiati. A livello nazionale si registra un incremento dell’11%. Ma sono numeri ufficiali che, ovviamente, non possono tenere conto degli invisibili e degli infortuni che questi subiscono ogni giorno.
E’ per cambiare e sconfiggere questo sistema che noi comunisti dobbiamo tenere alta la guardia, avendo il coraggio e la forza di lottare, di denunciare, di manifestare per il diritto alla dignità della vita dei lavoratori, per un lavoro sicuro, tutelato e degnamente retribuito.
Emanuela Nicoletta Seno
Federazione di Venezia Treviso e Belluno

12/08/2025

Elezioni significa anche raccogliere le firme, ovvero chiedere alle cittadine e ai cittadini di sottoscrivere con la propria firma e il proprio documento la possibilità di candidarsi, di presentarsi alla tornata elettorale con una lista. La legge regionale "democratica" Toscana, prevede che si debbano raccogliere le firme nelle 13 Circoscrizioni nelle quali è divisa la Regione. Per chi è fuori dal Consiglio Regionale, a parte poche eccezioni, in ogni circoscrizione si dovrà raccogliere dalle 750 alle 1000 firme. Facendo due conti spicci, almeno 10.000 firme. 10.000. Da raccogliere entro il 12 Settembre, sempre se sua maestà il PD deciderà quale data elettorale il 12 Ottobre. Si capisce come lo sforzo sia titanico. Per contro, chi fosse già presente in Consiglio Regionale, dovrà raccogliere dalle 10 alle 25 firme per circoscrizione. Sempre entro il 12 Settembre, beninteso. 10.000 contro un centinaio. Per ogni loro firma, ne dovremo raccogliere 100. La chiamano democrazia...

12/08/2025
12/08/2025

La ministra Santanche' giusto un paio di giorni fa si e' lasciata andare a considerazioni ottimistiche sulla tenuta del settore anche ad agosto, parlando, con riferimento alle spiagge vuote, di inutili allarmismi.
Bene, ci auguriamo che sia come dice lei, e che il settore continui ad andare a gonfie vele.
Il punto e' un altro: puo' l' Italia permettersi un futuro fatto solo di turismo ?
Giani e Santanche' a quanto pare, strinti in un metaforico abbraccio, pensano di si.
Noi, come PCI, crediamo invece che di solo turismo agonizzano i paesi sottomessi e colonizzati.
L' Italia come il Kenia ( verso il quale nutriamo un profondo rispetto, sia chiaro) e' la cartolina virtuale che il duo ci intende inviare.
Va rispedita al mittente senza indugi.

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