18/08/2026
COSA DIREBBERO OGGI DE GASPERI E TOGLIATTI
di GIANSTEFANO BUZZI
Il 19 e il 21 agosto sono giorni in cui ricorre la scomparsa di Alcide De Gasperi e di Palmiro Togliatti. Rispettivamente 72 anni per il primo e 62 per il secondo.
Entrambi hanno rappresentato due punti di riferimento opposti, ma complementari, su cui si è fondata l’Italia democratica e repubblicana nata dalla Resistenza. La loro azione, pur muovendo da premesse ideologiche radicalmente antitetiche, ha evitato una guerra civile strisciante e ha canalizzato lo scontro politico dentro le regole della democrazia parlamentare.
In sintesi, pur essendo avversari irriducibili, furono i co-architetti dell’Italia contemporanea: il primo ne assicurò la collocazione internazionale e lo sviluppo economico, il secondo contribuì a far sì che le masse popolari costituissero stabilmente le basi sociali dello Stato democratico.
Se proiettassimo De Gasperi e Togliatti nel disordine politico del 2026 – un’epoca segnata dal tramonto, forse definitivo, di Westfalia, caratterizzata dall’ingordigia di chi si arricchisce e alimenta ingiustizie senza limiti e di chi promuove guerre senza senso strategico, dando vita sia a una frammentazione sia all’assenza di un nuovo assetto globale – l’effetto primario sarebbe quello di vedere due giganti del pensiero strategico all’opera con categorie mentali profondamente diverse da quelle odierne, ma fedeli alle loro matrici culturali.
Ovvero De Gasperi oggi: l’ancoraggio etico e l’ossessione per l’unità europea. Di fronte alla crisi dello Stato-nazione, pilastro di Westfalia, e all’emergere di blocchi continentali e attori transnazionali come le Big Tech, De Gasperi non cercherebbe rifugio nel sovranismo. Al contrario, vedrebbe in questa transizione la conferma che lo Stato, da solo, è ormai anacronistico e inconcludente. Indicherebbe il superamento di Westfalia come una missione. Per lui, di formazione asburgica e cattolico-universalista, la sovranità assoluta degli Stati non è mai stata un dogma sacro, ma spesso una fonte di conflitti.
Oggi spingerebbe per una drammatica accelerazione dell’integrazione politica europea. Di fronte a un mondo in cui il centro rappresentato dalla funzione americana appare oggi in ritirata con le politiche di Trump, la sua risposta sarebbe: «Più Europa, ma una Europa dei popoli e dei valori, non solo dei mercati».
Nei confronti delle trasformazioni in corso, energetica e ambientale, e della deindustrializzazione generatrice di precarietà, applicherebbe i principi della dottrina sociale della Chiesa. Cercherebbe di coniugare l’innovazione tecnologica con la stabilità sociale, vedendo nella coesione comunitaria e nella solidarietà internazionale l’unico argine al nichilismo e alla solitudine dell’uomo contemporaneo.
Sul piano internazionale, considerato il sistema policentrico e caotico, manterrebbe fermo il principio dei valori condivisi, rappresentato dal legame transatlantico, rifiutando la logica dello scontro di civiltà e della forzata esportazione della democrazia liberale. Cercherebbe di fare dell’Europa un mediatore morale universale, un “ponte” in grado di tessere dialoghi anche nel caos della frammentazione globale.
Palmiro Togliatti oggi confermerebbe l’assunto che l’analisi dei dati e dei fattori reali rappresenta la fonte di orientamento per ogni scelta. Egli, con la sua profonda cultura storicista e la sua abilità nella lettura dei rapporti di forza reali, si troverebbe perfettamente a suo agio nell’analizzare la fine dell’ordine westfaliano, che interpreterebbe attraverso la lente delle trasformazioni strutturali del capitalismo globale.
Togliatti non cercherebbe di resuscitare la classe operaia del Novecento. Identificherebbe il nuovo “popolo” da organizzare nei lavoratori della gig economy, nei precari cognitivi e negli esclusi dalle transizioni digitali, ambientali ed energetiche. Sfrutterebbe la crisi di Westfalia per denunciare come i veri decisori globali non siano più i governi, ma i consigli d’amministrazione delle multinazionali tecnologiche e finanziarie.
Riorganizzerebbe il “Partito Nuovo” nell’era degli algoritmi, combattendo il populismo digitale e la politica diseducativa e incivile dei social. Utilizzerebbe la tecnologia non per rinchiudersi nelle echo chamber, cioè nei circoli chiusi di persone che ricevono soltanto conferme delle proprie opinioni, ma per strutturare un nuovo partito di massa moderno: una rete capillare, formativa e culturale, capace di dare coscienza politica e digitale a nuove solitudini della società liquida.
Applicherebbe le categorie del materialismo storico: l’AI e i dati, l’odierno petrolio, non sono elementi neutri, ma i nuovi “mezzi di produzione” concentrati nelle mani di pochissimi capitalisti transnazionali.
Sosterrebbe che i dati generati dai cittadini siano un bene comune e, in quanto tali, proporrebbe forme di controllo pubblico sulle grandi infrastrutture di calcolo e sui modelli di intelligenza artificiale. Sosterrebbe inoltre che lo sviluppo tecnologico debba essere deciso democraticamente dal Parlamento e dai lavoratori, non dagli algoritmi predittivi ottimizzati per il profitto. Direbbe che l’aumento di produttività generato dall’AI dovrebbe scongiurare il rischio della disoccupazione tecnologica di massa e finanziare la riduzione dell’orario di lavoro e il welfare, non soltanto i profitti dei miliardari dell’AI-Tech.
Sulla posizione dell’Italia nel quadro internazionale, Togliatti, davanti a un mondo senza un approdo chiaro, rifiuterebbe sia l’allineamento acritico all’Occidente sia il terzomondismo ingenuo. Applicherebbe la categoria della “coesistenza pacifica” in chiave moderna. Sosterrebbe che, in assenza di un ordine globale condiviso, l’unica via per evitare l’autodistruzione atomica o climatica sia il riconoscimento reciproco tra i grandi blocchi (USA, Cina e Sud globale), rifiutando le crociate ideologiche e promuovendo un pragmatismo antimilitarista.
Se De Gasperi e Togliatti sedessero nuovamente l’uno di fronte all’altro, il loro scontro non avverrebbe sulle nostalgie del passato, ma sulla direzione da dare al caos presente.
In questo scenario di crisi, illuminato dalla celebre formula di Antonio Gramsci, secondo cui «il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati», la grande lezione che entrambi ci lascerebbero sarebbe il rifiuto della rassegnazione.
Non vedrebbero il presente come un destino subito, ma come un terreno di lotta e di costruzione politica, convinti che anche il caos più deleterio possa essere governato quando si possiedono una solida cultura e una profonda moralità d’intenti.