02/03/2024
I ministri del se lo meritano
A una settimana di distanza dai pestaggi della polizia, a Pisa e a Firenze, registriamo che – tra le tante voci che si sono levate – il ministro Valditara ha spiccato per silenzio: nulla su fatti che pure riguardano minori frequentanti il sistema scolastico di cui è il responsabile politico. Che abbia pensato “I don’t care”?
Eppure il ministro negli ultimi mesi non sembrava aver perso le parole, ce le aveva fino a un attimo fa. A colpi di note e circolari ha dato direttive su come reprimere i minori, su come punire le occupazioni, intimando ai dirigenti scolastici di adottare la linea dura: fare intervenire la polizia (toh), denunciare, far pagare danni, far pagare con voti in condotta, penalizzazioni, bocciature. Forse è stato meglio il silenzio. Di fronte agli ultimi sviluppi, informativa Piantadosi compresa, suggeriamo un nuovo cambio di nome, per coerenza: ministero della pubblica istruzione e del se lo meritano.
Dimissioni Valditara, vogliamo le dimissioni, insieme a quelle di Piantedosi, i ministri del dignene e del dagnene (forte).
Sono dimissioni che ci libererebbero da questo fine intellettuale, tra le altre cose autore di un libro fresco di stampa, La scuola dei talenti. Non parla, purtroppo, dell’istituto d’arte di “Saranno famosi” né di un talent show: oggetto (vittima?) delle riflessioni del ministro è la scuola pubblica. Il talento di Valditara consiste anche nel lanciare il suo libro con le dichiarazioni alla stampa sul trattamento che dovrebbero ricevere i minori migranti, neoarrivati o meno, nella scuola che lui sogna. La sua soluzione alle difficoltà di inserimento? creare classi differenziali per migranti, che non sanno né l’italiano né la matematica. Una declinazione del celebre “aiutiamoli a casa loro”. Soprattutto che non diano noia a italiane e italiani “de souche” di cui si devono far sbocciare i talenti.
Le dichiarazioni rilasciate da Valditara a “Libero”, riprese oggi da molti altri giornali, saranno da leggere insieme alla recente discussione – aperta da un articolo sul sito roars (qui la raccolta: https://www.roars.it/category/scuola/invalsi/) – sull’opacità dei dati Invalsi e sulla identificazione dei “soggetti fragili”? Non solo classi differenziali, ma sempre più scuole differenziali, in uno Stato definitivamente differenziale grazie all’autonomia che dovremmo chiamare pure questa con il suo vero nome: differenziale.
Soprattutto, le dichiarazioni riportate dalla stampa restituscono l’immagine di un ministro che non ha la più pallida idea dello stato effettivo della scuola pubblica, tanto meno degli strumenti che sono messi in atto per favorire una vera integrazione, con l’obiettivo di lasciare indietro nessuno e nessuna: mediatori, insegnanti di italiano per stranieri. Si mettano a disposizione le risorse necessarie per far funzionare come si deve questi strumenti, e potenziarli: sostegno pomeridiano durante tutto l’anno, corsi estivi strutturati per preparare all’iscrizione dell’anno scolastico successivo. La mattina in classe, se ce n’è bisogno con un mediatore accanto: ma nella propria classe, in un gruppo eterogeneo, che a sua volta trarrà un’educazione non solo tecnica da questa esperienza.
Quale futuro si può immaginare, se fondato su classi differenziali? Una delle forze scuola pubblica è, malgrado tutto, quella di essere un luogo di incontro tra mondi, percorsi e formazioni, età, classi sociali che fuori dalla scuola sono sempre più separati e gerarchizzati, frantumati e isolati. Su questa base dovrebbe gli strumenti per immaginare mescolanza e mobilità sociale, redistribuzione dei saperi e delle risorse. Certo, un obiettivo del genere non si è mai realizzato davvero, ma ora è inscritto in queste riforme-non riforme che partono dal ministero il fatto che la scuola smetta di essere repubblicana e costituzionale e torni a confermare le gerarchie inscrivendole sulla pelle di bambine e bambini, ragazze e ragazzi.
Il nostro slogan è stato “senza scuola non c’è diritti”. La scuola non può essere apprendistato di ghettizzazione. La scuola deve essere al contrario volano di diritti per la società intera: allora alle classi differenziali del ministro rispondiamo con un nostro programma. Che le scuole favoriscano non solo l’istruzione, la crescita e l’integrazione dei minori fragili, perché migranti o per qualsiasi altra ragione; ma promuovano anche quella dei genitori, offrendo e garantendo i corsi e gli strumenti necessari. Dalla scuola partirebbe un programma di cittadinanza ambizioso e prezioso, molto più utile di qualsiasi “esercizio di realtà” o di incontro di educazione civica affidato a qualche esponente delle forze dell’ordine.
Per avviare questo programma serve un altro governo e un ministro che non sia Valditara. La scuola pubblica non se lo merita un ministro del genere. Che intanto se ne vada.