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Sezione PCI Elio Chianesi - Area fiorentina

10/10/2026
23/09/2026

Dal 10 al 20 settembre 2026, il personale della scuola poteva richiedere l’adesione alla polizza sanitaria integrativa, istituita dal governo a seguito del Contratto Collettivo Nazionale Integrativo (CCNI) sottoscritto il 29 dicembre 2025 dai sindacati di categoria di CISL, UIL, SNALS, GILDA e ANIEF, ma non dalla FLC CGIL e sindacati di base.
La norma prevede una spesa dello Stato di 320 milioni di euro per prestazioni erogate da Unisalute, un cartello assicurativo di Unipol, Poste e Intesa Sanpaolo, imprese a carattere privatistico che si occupano di salute a fini esclusivi di profitto per gli azionisti; mentre viene esclusa esplicitamente la copertura dei ticket della sanità pubblica.

Di fatto si tratta di 320 milioni di euro sottratti al Fondo per il funzionamento amministrativo e didattico delle istituzioni scolastiche, cioè ai bilanci delle scuole che devono coprire le spese per la didattica e la gestione amministrativa.
L’ennesimo regalo alla sanità privata a scapito della sanità pubblica, che rilancia anche nei settori pubblici il welfare aziendale dopo gli incentivi fiscali già messi in atto dal governo Renzi, proprio mentre un progetto di legge popolare promosso dalla Cgil intende rilanciare la sanità pubblica.
Si sottraggono risorse alle scuole pubbliche, costrette ancora una volta ad appellarsi a contributi “volontari” delle famiglie, per sopperire alle mancanze di beni e servizi.
Tutto il contrario di quello che si dovrebbe fare: ridurre le convenzioni con la sanità privata e finanziare adeguatamente il sistema sanitario pubblico come propone il PCI e garantire alle scuole pubbliche le risorse necessarie per il funzionamento amministrativo e didattico.
Denunciamo l’ennesima “marchetta” del Governo “sfascista”.

Dipartimento Istruzione PCI

22/09/2026

Servizio del TG4 sulla nostra Assemblea di sabato 19 settembre.

Riflessioni di fine estate. CD e CS uniti nell' attacco alla democrazia.
16/09/2026

Riflessioni di fine estate.
CD e CS uniti nell' attacco alla democrazia.

Abbiamo letto con attenzione quanto scritto dal filosofo Andrea Zhok in merito alla proposta di emendamento alla legge elettorale presentata dal Governo Meloni. Un a lettura che riportiamo nei commenti e alla quale vogliamo legare una riflessione sulla legge elettorale toscana, che potremmo far passare per una madre putativa dell'emendamento stesso. La legge elettorale Toscana per le elezioni regionali, attualmente in vigore e voluta dal PD e ammennicoli, prevede la divisione della Regione in tredici circoscrizioni, con i partiti fuori dal Consiglio Regionale che hanno il compito di raccogliere tra le 750 e le 1000 firme in ogni circoscrizione (fatte salve tre, dove il limite è più basso). Significa raccogliere all'incirca 13.000 firme e, come nelle scorse elezioni, il tempo di raccolta era ridotto a un mese, peraltro il mese di agosto. Ora, lo spirito e la sostanza della legge toscana, si discostano pochissimo da quanto proposto dal partito della Meloni.
Vorremmo chiedere al Presidente Giani e al PD: come si fa a riempirsi la bocca continuamente con la parola democrazia, quando nei fatti la legge toscana è un modello per gli emendamenti dei partiti governativi?
Per noi è l'ennesima conferma della continua convergenza di interessi tra destra fintosovranista e campo largo e di odio per la democrazia sostanziale che unisce centro destra e centro sinistra in questo paese.
E c’è pure chi vuole aderire al “campo largo

12/09/2026

𝗘𝗠𝗠𝗔 𝗕𝗢𝗡𝗜𝗡𝗢: 𝗙𝗔𝗟𝗦𝗢 𝗣𝗥𝗢𝗚𝗥𝗘𝗦𝗦𝗜𝗦𝗠𝗢 𝗔𝗟 𝗦𝗘𝗥𝗩𝗜𝗭𝗜𝗢 𝗗𝗘𝗟 𝗖𝗔𝗣𝗜𝗧𝗔𝗟𝗘

La scomparsa di Emma Bonino impone una rigorosa operazione di verità politica, sottraendosi a quella retorica agiografica e unanime che i media mainstream riservano sistematicamente ai campioni dell’egemonia della classe dominante. Per chi si colloca dalla parte della classe lavoratrice e della prospettiva comunista, la biografia di Bonino non può che essere letta come l’incarnazione coerente e militante di un progetto politico radicalmente ostile e diametralmente opposto agli interessi delle classi lavoratrici e delle fasce deboli della società.

Fin dalle origini del Partito Radicale, la sua traiettoria si è mossa lungo una direttrice ben precisa: l’indottrinamento liberale e liberista delle masse, abilmente travestito da progressismo sui diritti civili. Bonino è stata una figura centrale nell’architettura del riformismo borghese, votata a modernizzare il capitalismo italiano ed europeo smantellando ogni residuo di protezione sociale. La sua opposizione viscerale ai diritti collettivi del lavoro ha trovato l’apice nella feroce crociata per l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, brandito come un laccio da tagliare per consegnare i lavoratori alla precarietà totale del mercato. Per lei, i contratti collettivi nazionali erano relitti da superare in favore di una flessibilità selvaggia che riduceva il salario a variabile dipendente della competizione globale, promuovendo al contempo la privatizzazione della sanità e dei settori strategici.

Questo disegno economico andava di pari passo con la sistematica distruzione della sovranità democratica popolare. Bonino è stata tra le massime teoriche e pratiche del trasferimento dei poteri decisionali dai parlamenti nazionali, espressione, seppur borghese, del suffragio universale, alle torri d’avorio delle istituzioni sovranazionali, della Commissione Europea e dei circuiti tecnocratici finanziari. Svuotare la democrazia costituzionale significava immunizzare le scelte economiche dal controllo dei lavoratori, consegnando sovranità e bilanci ai diktat dei mercati e dei grandi poteri economici.

Sotto la maschera dei diritti individuali, la sua azione si è saldata indissolubilmente con gli interessi dell’imperialismo occidentale. È stata una sostenitrice entusiasta delle “guerre umanitarie”, legittimando i bombardamenti NATO e l’intervento armato ovunque servisse a ridefinire gli equilibri geopolitici a favore degli Stati Uniti. La sua fedeltà atlantica e il suo intransigente sionismo non sono mai stati marginali, ma l’asse portante di una visione del mondo che trovava sempre il modo di schierarsi con i forti: implacabile nell’alimentare l’anticomunismo e nell’aggredire Cuba socialista, e al contempo fiancheggiatrice e complice dell’entità sionista per le tragedie inflitte al popolo palestinese.

La retorica che vorrebbe accreditare il radicalismo borghese come unico e vero paladino dei diritti civili in Italia è un falso storico colossale, utile solo a rimuovere il protagonismo delle lotte di massa. Le grandi conquiste di emancipazione sociale, dalla legge sul divorzio a quella sull’aborto, non sono germogliate nei salotti ovattati della buona borghesia illuminata, ma sono il frutto di conflitti durissimi animati dalla classe lavoratrice, dal movimento sindacale e dalla sinistra di classe. I radicali si sono inseriti spesso in processi già aperti, riducendo la portata trasformativa dei diritti a mere libertà formali individuali, rigorosamente sganciate da qualsiasi istanza di emancipazione collettiva.

Ridurre l’orizzonte dell’emancipazione all’autodeterminazione individuale senza mai mettere in discussione i rapporti di produzione significa accettare la gabbia del capitalismo.

Ed è proprio qui che emerge tutta l’ipocrisia di certa finta sinistra contemporanea, oggi impegnata in una gara di celebrazione e santificazione di Emma Bonino. Una “sinistra” che, dopo aver smarrito ogni riferimento alla questione di classe, al conflitto sociale e alla trasformazione dei rapporti di produzione, tenta di costruirsi una nuova legittimazione progressista attraverso l’omaggio a una figura che ha rappresentato, per larga parte della sua storia, l’esatto opposto degli interessi del mondo del lavoro. È la stessa “sinistra” che ha progressivamente sostituito l’emancipazione collettiva con l’individualismo dei diritti formali, la lotta contro lo sfruttamento con la compatibilità di mercato e l’internazionalismo proletario con l’atlantismo e la subalternità geopolitica.

La celebrazione odierna di Bonino da parte di questi settori non è dunque soltanto una rimozione storica: è la fotografia impietosa della loro definitiva collocazione politica. Non si celebra una presunta icona progressista, ma si rende omaggio a una cultura politica che ha contribuito a disarmare ideologicamente la sinistra, a recidere il legame con le classi popolari e a rendere accettabile, persino a sinistra, il dominio del capitale.

Emma Bonino ha incarnato alla perfezione questo disegno: la campionessa di un individualismo competitivo e atomizzato, perfettamente funzionale all’Europa delle banche, dei trattati machiavellici e dei parametri di bilancio.

Il fatto che oggi una parte significativa della sinistra la celebri come simbolo di progresso dice molto più sulla trasformazione e sulla crisi di quella sinistra che sulla reale parabola politica della stessa Bonino.

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