03/10/2018
RIFLESSIONI COLLETTIVE circa la recente vicenda della ragazza 17enne dei Castelli Romani, segregata in casa dalla famiglia perché lesbica
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Durante il Medioevo (ma non solo!), quando bambine, ragazze o donne erano giudicate 'non conformi' al modello sociale dominante, venivano considerate eretiche, pericolose, esseri umani dai quali stare alla larga, da curare oppure condannare al rogo.
Oggi siamo nel 2018, le lotte femministe e lgbtq+ hanno portato a compiere numerosi passi in avanti, disegnando un cammino che abbia come meta il riconoscimento delle diverse soggettività, l'autodeterminazione delle scelte e la libertà di esprimerci nelle nostre diversità. Qualche anno fa sono stati approvati i matrimoni gay e l'omosessualità ha smesso di essere considerata una patologia cui porre rimedio.
La realtà quotidiana è però differente e chi è donna e/o chi non rispetta la norma eterosessuale lo sa bene.
Lo sa molto bene chi sperimenta ogni giorno sulla propria pelle il peso di un sistema fortemente cattolico, eteropatriarcale, machista, omo-lesbo-transfobico e intollerante quando si parla di diversità (di genere certamente, ma anche etniche).
Lo sanno bene coloro che solo pochi giorni fa hanno dovuto assistere alle follie di papa Francesco, che con molta sicurezza accosta l'omosessualità alla malattia, consigliando la psichiatria per tutti quei bambini che manifestano quelle che lui chiama "delle irregolarità".
Ma lo sappiamo bene anche tutt* noi, che in campagna elettorale abbiamo visto i muri delle nostre città riempirsi di manifesti che sostenevano la tanto fantomatica (quanto fantasiosa) "famiglia tradizionale".
Lo sa bene Federico, ragazzo e attivista gay picchiato qualche mese fa a Roma da quattro individui con teste rasate e croci celtiche. E come lui tant* altr*, esposti a violenze fisiche per le strade per motivi riguardanti l'orientamento di genere.
E da un po' lo sa bene anche una ragazza dei Castelli Romani. Ha 17 anni, abita ad Albano, ma il suo tempo lo trascorreva nella camera in cui i genitori aveva deciso di rinchiuderla dopo aver scoperto che era lesbica, portando con loro le chiavi quando erano via e impedendole di varcare la soglia.
Ecco, ora a noi le testate giornalistiche che riportano scritto "Ragazza lesbica segregata in casa", non sembrano poi così diverse dalle terribili condizioni della nostra storia passata ricordate all'inizio di questo post.
Soprattutto, ci danno la misura di quanto gli strumenti di cui oggi disponiamo per prevenire queste vicende siano assolutamente ottusi e inefficienti.
Infatti, poniamo l'accento sul fatto che la ragazza, prima di esser finalmente aiutata dal "Gay Centre", aveva già tentato di evadere da quella condizione di prigionia familiare e aveva addirittura denunciato i genitori alla polizia. Di tutta risposta, le forze dell'ordine le hanno risposto con una pacca sulla schiena, convincendola a ritornare in casa. Insomma, quei funzionari dello Stato, che secondo molt* si prendono la briga di difenderci, hanno alzato le spalle di fronte alla richiesta d'aiuto di una ragazza in difficoltà. Sì, le stesse forze dell'ordine che, secondo rivoltanti logiche securitarie, sono fondamentali per prevenire casi di violenza.
L'eterosessualità obbligatoria e il pilastro della famiglia tradizionale non solo rappresentano delle catene ingombranti per chiunque oggi voglia esprimere liberamente sé stess*, ma generano casi di violenza ogni giorno, per strada, nelle scuole e nelle università, nei luoghi di lavoro e all'interno delle mura domestiche.
Ed è in questi luoghi dobbiamo preoccuparci di decostruirli in continuazione, perché sappiamo bene quanto quella contro le discriminazioni di genere sia una battaglia che ci riguarda tutt*.