Centro Studi “Alcide De Gasperi” Genzano di Roma

Centro Studi “Alcide De Gasperi” Genzano di Roma Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Centro Studi “Alcide De Gasperi” Genzano di Roma, Genzano di Roma.

L'associazione "Centro studi Alcide De Gasperi" alla luce dell'insegnamento ideale, morale e politico del grande statista si propone come luogo ideale di riferimento per gli appassionati di Storia, di Politica e di studi Sociali. L'Associazione coerentemente con le idee, il pensiero e l'azione di Alcide De Gasperi si propone di approfondire la conoscenza dello statista e l'influenza che ebbe la s

ua permanenza sul territorio dei Castelli Romani. Promuove , incoraggia e diffonde studi e ricerche sul movimento cattolico dei castelli romani con particolare riguardo al pensiero sociale, politico, economico e all'azione e alle opere più significative della nostra storia.

05/09/2026

🔸 LA GIORNATA DELL'AUTONOMIA 🔸

“Così voi considerate l’autonomia del Trentino e Alto Adige. L’importanza del progetto è la seguente: primo che si è riusciti a creare nonostante tutte le difficoltà della Camera italiana e l’opposizione di gran parte dei deputati un ente regione che si chiama Trentino-Alto Adige come si è creata una regione Sicilia e una regione Sardegna. Secondo: che si è riusciti a trovare la via di una collaborazione italotedesca, a creare una specie di soluzione svizzera, venendo incontro anche ai desideri della politica internazionale più larga, che guarda al di là, oltre l’orizzonte delle nostre montagne non soltanto per tutta la nazione italiana ma per l’Europa; siamo in cammino e siamo appena ai primi passi, verso gli Stati uniti di Europa!"

📍 Comizio elettorale di Alcide De Gasperi
Trento, 4 aprile 1948

21/08/2026

E chissà che proprio da Castel Gandolfo, luogo così profondamente legato agli ultimi anni della vita di De Gasperi, Papa Leone XIV non possa tornare a parlare dello statista trentino, fino a indicarlo, un giorno, come esempio di santità vissuta nella Storia. Forse un santo dei Castelli Romani

21/08/2026

La fatica che compì lo statista trentino nel rimettere in piedi il partito, volendo garantire continuità di valori e originalità di proposta, si presenta ai nostri giorni nella forma di un vero paradigma.

19/08/2026

19 AGOSTO: A 72 ANNI DALLA SCOMPARSA DI ALCIDE DE GASPERI.
LA TESTIMONIANZA DI FEDE, RESISTENZA ED EUROPA CI INTERROGA ANCORA

Oggi 19 agosto ricorre l’anniversario della scomparsa di Alcide De Gasperi, avvenuta a Borgo Valsugana nel 1954.
L’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani lo ricorda non solo come statista, ma come protagonista della rinascita morale e materiale dell’Italia uscita dalla guerra e come padre fondatore dell’Europa unita.

De Gasperi è stato uomo della Resistenza prima nelle idee e poi nelle scelte: ha saputo unire la fede cristiana con l’impegno pubblico, convinto che la politica fosse servizio, responsabilità e costruzione del bene comune.
Dalle macerie del dopoguerra ha guidato il Paese verso la democrazia repubblicana, la ricostruzione e la riconciliazione, ponendo al centro la persona, il lavoro, la famiglia e la libertà.

La sua visione era profondamente europea. Per De Gasperi l’Europa non era un calcolo economico, ma una comunità di popoli fondata su valori condivisi: pace, solidarietà, democrazia, dignità umana. Valori che sono poi diventati il cuore della Costituzione italiana del 1948, di cui fu tra i garanti più convinti.

De Gasperi oggi ci interroga.
Ci interroga sulla coerenza tra fede e impegno civile.
Ci interroga sulla difesa della Costituzione, che non è un testo da conservare in un museo ma una bussola da praticare ogni giorno contro le disuguaglianze, l’indifferenza e le tentazioni autoritarie.
Ci interroga sul senso dell’Europa, chiamata a ritrovare unità e coraggio davanti alle nuove sfide della pace e della giustizia sociale.

L’ANPC, erede della tradizione dei partigiani cristiani che hanno combattuto per una Italia libera e democratica, raccoglie questa eredità. Continueremo a portare nelle scuole, nelle piazze e nelle istituzioni la testimonianza di chi, come De Gasperi, ha creduto che dalla Resistenza potesse nascere una Repubblica fondata sul lavoro, sulla partecipazione e sulla fraternità tra i popoli.

19/08/2026
12/08/2026

Il 12 agosto 1961 Amintore Fanfani riferisce sulla missione che lo aveva portato in Unione Sovietica. Il giorno dopo Berlino sarebbe stata tagliata in due.

L’Europa vive uno dei momenti più pericolosi della Guerra fredda. Berlino è il punto di contatto tra i due blocchi e lo scontro tra Stati Uniti e Unione Sovietica rischia di precipitare. In questo scenario il presidente del Consiglio democristiano Amintore Fanfani, accompagnato dal ministro degli Esteri Antonio Segni, decide di andare a Mosca.

Il 2 e 3 agosto incontra al Cremlino Nikita Kruscev. Non è una visita di rappresentanza: al centro dei colloqui c’è soprattutto la questione tedesca. L’Italia è saldamente nella NATO, ma Fanfani prova a utilizzare il rapporto diretto con Mosca per capire fino a dove l’Urss sia disposta a spingersi. L’Archivio storico del Senato conserva ancora i verbali dei colloqui.

Tornato in Occidente, Fanfani informa gli americani. Parla con il segretario di Stato Dean Rusk e fa arrivare le sue valutazioni al presidente John Fitzgerald Kennedy. La sua conclusione è netta: bisogna aprire rapidamente un negoziato con l’Unione Sovietica, perché una successione di mosse e contromosse potrebbe provocare un incidente e trasformarlo in una catastrofe. Lo scriverà anche direttamente a Kennedy.

L’11 agosto Fanfani presenta la relazione al Consiglio dei ministri. Il 12 agosto la missione viene discussa in Commissione Esteri alla Camera.

Poi arriva il 13 agosto.

Nella notte le autorità della Germania orientale chiudono i passaggi tra Berlino Est e Berlino Ovest. Cominciano filo spinato, posti di blocco e sbarramenti: è l’inizio del Muro di Berlino.

La missione non fermò la crisi. Ma racconta un passaggio significativo della politica estera della DC: un presidente del Consiglio italiano, nel pieno dello scontro tra le superpotenze, entrò al Cremlino e provò a ritagliare all’Italia un ruolo diplomatico tra Washington e Mosca.

11/08/2026

Quando la Democrazia Cristiana portò il metano nelle case degli italiani

Nel secondo dopoguerra gran parte delle famiglie italiane si scaldava ancora con legna, carbone o stufe alimentate a combustibili costosi. Il metano era disponibile solo in alcune aree della Pianura Padana, dove erano stati scoperti i primi giacimenti.

La svolta arrivò con i governi della Democrazia Cristiana, che fecero dell’indipendenza energetica uno degli obiettivi della ricostruzione del Paese.

Nel 1945 il governo presieduto da Alcide De Gasperi affidò a Enrico Mattei, dirigente della Democrazia Cristiana ed ex partigiano cattolico, l’incarico di liquidare l’Agip. Mattei fece invece la scelta opposta: scoprì il potenziale dei giacimenti italiani di metano e convinse il Governo a rilanciare l’azienda.

Nel 1953 il Parlamento approvò la legge che istituì l’ENI, affidandone la presidenza proprio a Mattei. Da quel momento iniziò una delle più grandi trasformazioni infrastrutturali dell’Italia del dopoguerra.

Attraverso SNAM furono costruiti migliaia di chilometri di metanodotti che collegarono prima i giacimenti della Pianura Padana e poi, grazie agli accordi internazionali promossi da Mattei, anche le forniture provenienti dall’estero. La rete si estese progressivamente dal Nord al Centro e al Sud, raggiungendo città, piccoli comuni, industrie e abitazioni.

I governi guidati da leader democristiani come Amintore Fanfani, Aldo Moro e Giulio Andreotti continuarono a sostenere l’espansione della rete nazionale del gas, accompagnando il boom economico degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta.

In pochi decenni milioni di famiglie poterono installare il riscaldamento a metano e cucinare con il gas di rete, mentre le imprese beneficiarono di una fonte energetica più efficiente e competitiva. La metanizzazione divenne una delle infrastrutture decisive per la modernizzazione dell’Italia, frutto della collaborazione tra lo Stato, l’ENI guidata da Enrico Mattei e i governi della Democrazia Cristiana.

(Foto: Enrico Mattei e Giorgio La Pira)

10/08/2026

Il 10 agosto 1946, Alcide De Gasperi interviene alla Conferenza di pace di Parigi con parole destinate a rimanere nella storia: «Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me...».

Forte della propria storia di democratico e antifascista, lo statista difese il diritto della neonata Repubblica ad un ruolo nel nuovo mondo che andava delineandosi dopo la fine della guerra.

08/08/2026

Storia della Democrazia Cristiana, il partito che ha governato l’Italia con un disegno politico

Non è facile, né semplice, rileggere la storia, l’esperienza, la testimonianza e il magistero politico, culturale, civile ed istituzionale della Democrazia Cristiana. Un esercizio quasi impossibile perché parliamo del più grande partito italiano dal secondo dopoguerra in poi. Parliamo, cioè, di un partito popolare, di massa, interclassista e di governo che ha esercitato un ruolo decisivo ed essenziale nel nostro paese dall’immediato secondo dopoguerra e sino alla fine del 1993. Un partito che viene raso al suolo con l’esaurirsi della stagione della prima repubblica e il cambiamento radicale dell’assetto politico dopo la valanga di tangentopoli e la cancellazione dei partiti che sino a quel momento avevano governato l’Italia. Ma, per fermarsi alla Democrazia Cristiana, non possiamo non soffermarsi su alcuni aspetti, peraltro decisivi, che hanno caratterizzato quel grande partito popolare e di ispirazione cristiana. Uno dei più grandi e qualificati partiti popolari e di ispirazione cristiana d’Europa.

Innanzitutto la Dc non è mai stato un partito confessionale e, men che meno, clericale. La Dc, come disse più volte lo storico Gabriele De Rosa, è sempre stato “un partito di cattolici e mai il partito dei cattolici”. Non a caso, non si è mai teorizzata l’unità politica dei cattolici, e soprattutto, l’unità politica dei cattolici non è mai stato considerato un dogma. Un grande democratico cristiano, Mino Martinazzoli, noto anche per le sue iperbole, sosteneva a metà degli anni duemila che “l’unità politica dei cattolici non è mai stato un dogma come, del resto, non è mai stato un dogma la diaspora politica dei cattolici”. Un modo semplice, ma efficace, per ribadire che la Dc ha sempre rivendicato la sua laicità. Laicità nel declinare concretamente la sua iniziativa politica e il suo progetto politico anche se, come noto, l’ispirazione cristiana è sempre stata la fonte principale ed inesauribile della sua azione politica e di governo. O meglio, del suo “progetto di società”, come si diceva un tempo. Dopodiché, come ovvio, tutto ciò era possibile perché la classe dirigente della Democrazia Cristiana affondava le sue radici nella cultura cattolica.

Ma proprio quella classe dirigente, espressione di una levatura e di una qualità che non hanno più avuto eguali nella storia democratica del nostro paese, era anche l’espressione concreta e tangibile del pluralismo culturale che ha sempre caratterizzato la storia del movimento cattolico italiano. Cattolicesimo democratico, cattolicesimo popolare e cattolicesimo sociale sono stati i tre asset portanti della classe dirigente della Dc. Con una piccola, seppur marginale, componente integralistica e neo confessionale. Se vogliamo fare, al riguardo, alcuni riferimenti concreti, c’erano diversità strutturali e di fondo, ad esempio, tra il cattolicesimo sociale di Carlo Donat Cattin e l’integralismo conservatore e reazionario - in quegli anni - di Oscar Luigi Scalfaro. Come c’era poco in comune tra la sinistra Dc tecnocratica, salottiera e di potere di Prodi, Andreatta, Umberto Agnelli o Mazzotta che si riuniva attorno all’Arel con la sinistra sociale dello stesso Donat-Cattin, Franco Marini e Sandro Fontana. Ma gli esempi si potrebbero moltiplicare con molti altri leader e statisti dell’epoca. Ho scelto volutamente l’alfa e l’omega per evidenziare un aspetto. E cioè, le varie sensibilità politico e culturali erano anche, e soprattutto, il frutto di quelle diversità che hanno sempre caratterizzato il ruolo dei cattolici impegnati in politica. Ma, al contempo, la laicità della Dc, della sua azione politica e di governo non sono mai stati messi in discussione, a prescindere dalla provenienza culturale dei suoi diversi leader e statisti.

In secondo luogo la natura popolare della Democrazia Cristiana. È inutile, al riguardo, fare della facile ironia. Esercizio, questo, particolarmente caro a tutti coloro che con insistenza indomita e rara faziosità, frutto anche di atavici e radicati pregiudizi politico e culturali, continuano ad individuare nella Dc una sorta di associazione a delinquere o, nella migliore delle ipotesi, solo e soltanto un agglomerato di potere e clientelare. Ora, la Dc ha vinto le elezioni, seppur con alti e bassi, per quasi 50 anni. Democraticamente e liberamente. E questo perché aveva un progetto politico condiviso da milioni di italiani e anche, e soprattutto, perché era un partito profondamente radicato nella società italiana. Ovvero, un grande e riconosciuto partito popolare. Punto di riferimento politico di mondi vitali, di associazioni professionali, di movimenti cattolici, di amministratori locali e liste civiche e in ultimo, ma non per ordine di importanza, di settori culturali, sociali ed economici che individuavano nella Dc il naturale interlocutore politico. Un elemento, questo, che apparteneva specificamente alla Dc e che non si è più ripetuto nella storia democratica del nostro paese. Un partito popolare che esigeva, di conseguenza, una presenza capillare nei paesi, nei villaggi, nelle singole comunità e nelle città. Piccole, medie e grandi. Un tessuto culturale, sociale ed ideale che apparteneva indubbiamente ai grandi partiti popolari dell’epoca: dal PCI al PSI, dai gruppi della sinistra organizzata allo stesso MSI. Ma la Dc era oggettivamente un partito che vantava una originalità ed una specificità diversi rispetto alle altre organizzazioni politiche dell’epoca. Una presenza che, comunque sia, era anche il frutto della sua identità politica e culturale in quel particolare momento storico. Detto con altre parole, non era soltanto l’ormai celebre “diga anticomunista” ma era anche, e soprattutto, l’espressione più compiuta di un progetto politico che rispecchiava l’evoluzione della società italiana. Un partito, cioè, che era capace di rappresentare segmenti crescenti della società italiana e che cercava, al contempo, di farsi carico delle domande, degli interessi e dei bisogni concreti di larga parte della popolazione. Non solo, quindi, “un partito Stato “ ma anche, e principalmente, “un partito società”.

In terzo luogo la Democrazia Cristiana ha saputo dispiegare, con rara efficacia e capacità, quella che comunemente viene chiamata “cultura di governo”. Un dato che oggi viene riconosciuto non solo da chi ha sempre espresso giudizi positivi sull’esperienza politica della Democrazia Cristiana ma anche dagli storici detrattori. Una cultura di governo che si è identificata con i suoi storici statisti - da De Gasperi a Andreotti, da Fanfani a Moro, da Donat-Cattin a Marcora, da Gaspari a Emilio Colombo, da Gava a Scotti, da Tina Anselmi a De Mita a Rosa Russo Iervolino solo per citarne alcuni. Una cultura di governo che, attraverso la “cultura della mediazione”, la “cultura del confronto” con amici ed avversari, la “cultura della composizione e della concertazione” degli interessi contrapposti con le rappresentanze sociali e la “cultura del rispetto dell’avversario” che non era mai un nemico da annientare e da distruggere, ha saputo concretamente ed efficacemente governare ed amministrare la società italiana. Senza strappi istituzionali e senza mettere in discussione i principi e i valori contemplati nella Costituzione repubblicana.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, la Democrazia Cristiana era un partito che garantiva. Garantiva la governabilità di un paese complesso e articolato come l’Italia; garantiva la conservazione della libertà e della democrazia nel nostro paese; garantiva il rispetto delle istituzioni, di tutte le istituzioni; e infine garantiva il sistema perché era un partito di cui si poteva fidare e che non avrebbe creato strappi a livello europeo ed internazionale. Insomma, con la Dc al governo non si navigava al buio e né, soprattutto, si correva il rischio di radicalizzare il conflitto e lo scontro politico, malgrado le violente contestazioni che piovevano da destra e in modo più marcato e virulento dalle sinistre nelle loro multiformi espressioni. Per queste ragioni, semplici ma oggettive, la Dc non è mai stato un “inciampo della storia” ma, al contrario, un partito che ha saputo essere un luogo politico rassicurante, sicuro, affidabile e normale. Questo è stato, sinteticamente, il segreto del successo politico ed elettorale della Democrazia Cristiana.

di Giorgio Merlo

03/04/2026

La Moldova sceglie l’Europa e lascia definitivamente la CSI, chiudendo con l’ambiguità post-sovietica. Una decisione politica chiara che mette al centro sovranità, sicurezza e collocazione europea. In un contesto segnato da aggressioni e violazioni dei confini, non esistono più zone grigie, o si sta dalla parte della libertà e dello Stato di diritto, o si resta ancorati a un sistema che li nega. Questa è una scelta di campo, netta, e riguarda tutta l’Europa.

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