16/10/2026
È mezzanotte e sono alla stazione di Bologna, sto aspettando la coincidenza per tornare a Modena visto che il mio treno ha fatto ritardi come al solito.
Intorno a me, vedo un'umanità invisibile. Uomini e donne rannicchiati sotto una coperta, su un cartone, in un angolo. Volti segnati dalla solitudine, dalla povertà, talvolta da un disagio mentale profondo. Persone completamente abbandonate a se stesse.
Un mondo sommerso che prende forma ogni notte, mentre il resto della città si ritira al sicuro nelle proprie case.
Un mondo che non fa notizia, non raccoglie like, non suscita interesse in una società sempre più affetta da analfabetismo emotivo ed empatico.
Passiamo accanto a esseri umani senza vederli, e la cosa più terribile è che abbiamo imparato a considerarlo normale.
La povertà non è una colpa, così come il disagio mentale non è una vergogna. L'indifferenza, invece, è una responsabilità collettiva. E politica.
Stanotte provo tristezza, ma soprattutto rabbia, perché la vera misura di una civiltà non è quanto sa celebrare chi ha successo, ma quanto sa prendersi cura di chi non ha più nulla.
E se siamo diventati capaci di camminare accanto alla disperazione senza nemmeno voltare lo sguardo, allora la domanda non è più soltanto che cosa sia successo a queste persone.
La domanda è che cosa sia successo a noi.
In che baratro siamo finiti, se per sentirci civili abbiamo bisogno di non vedere più gli esseri umani?