30/04/2026
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In fondo a Via delle Erbe, dove il centro storico smette di fare il prezioso e tira fuori la sua anima vera, quella fatta di selciato consumato, insegne sbiadite e negozi che non hanno bisogno di convincerti di nulla, ecco, proprio lì c'è una libreria che esiste dal 1927.
Non è grande, non ha un sito internet, non ha nemmeno un profilo sui social, e se lo avesse, Isidora probabilmente non lo saprebbe usare, o non le importerebbe abbastanza da provarci. C'è un cartello sulla porta che dice OPEN, scritto a mano da suo nonno Kiefer settant'anni fa, e nessuno ha mai pensato di cambiarlo.
Isidora ha quarantadue anni e non ha mai voluto fare altro nella vita. Lo sa da sempre, da quando da bambina si nascondeva tra gli scaffali mentre il nonno serviva i clienti, e i libri le sembravano creature vive che respiravano nell'aria satura della libreria. Non si sbagliava, o almeno così ha sempre pensato, perché Isidora, quando tocca un libro, sente.
Non è qualcosa che si spiega facilmente. Non è una visione, non è una voce. È più simile a una temperatura: ogni libro ha la sua. Alcuni bruciano un pò, come se chi li aveva tenuti tra le mani portasse ancora dentro qualcosa di irrisolto. Altri sono freschi e lisci, pieni di una pace che si trasmette direttamente alle dita. Qualcuno, raramente, ha un peso che non corrisponde alle sue pagine, come se le vite di tutti i suoi proprietari si fossero sedimentate nella carta, una sopra l'altra, silenziose e pesanti come strati di storia.
Quella sera, mentre sistemava una copia consumata di Rebecca di Daphne du Maurier appena arrivata da una casa svuotata, Isidora si fermò.
Le sue dita rimasero ferme sulla copertina.
Qualcuno aveva amato moltissimo con questo libro in mano. E qualcuno aveva sofferto. E le due cose, capì, erano state la stessa persona. Posò il libro sul bancone con delicatezza, come si fa con qualcosa di fragile, e lo mise da parte. Aveva bisogno di tempo per capirci qualcosa di più. Il cliente giusto, se esisteva, sarebbe arrivato da solo; succedeva sempre così, in questa libreria. Le cose trovavano la loro strada.
Si alzò e fece quello che faceva ogni sera prima di chiudere: un giro tra gli scaffali, la mano che sfiorava i dorsi dei libri senza afferrarli, solo un saluto. Il nonno Kiefer le aveva insegnato che una libreria non è un negozio: è un luogo vivo, diceva, fatto di tutte le storie che contiene e di tutte le persone che sono passate a cercarle. Alcune erano entrate sapendo già cosa volevano. Altre erano entrate senza saperlo affatto e quelle, pensava Isidora, erano le più interessanti.
Fuori dalla vetrina, Via delle Erbe si stava svuotando. Le luci della libreria disegnavano un rettangolo caldo sul selciato grigio, e Isidora si fermò un momento a guardarlo dall'interno, come se vedesse la sua vita da fuori.
Novantanove anni di storie, pensò. E non ne aveva ancora raccontate abbastanza.
Spense la luce piccola sul bancone, lasciò accesa quella grande sugli scaffali come faceva sempre, perché i libri, al buio, non le era mai piaciuto lasciarli.
𝘽𝙪𝙤𝙣𝙖 𝙨𝙚𝙧𝙖𝙩𝙖 𝙖 𝙩𝙪𝙩𝙩𝙞. 😊 da Lara 🌟