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19/04/2026

PC 02/2026

Il Primo Maggio non è un giorno di festa, ma un giorno di lotta rivoluzionariaNel giorno del 1° Maggio, l'immensa schier...
19/04/2026

Il Primo Maggio non è un giorno di festa, ma un giorno di lotta rivoluzionaria

Nel giorno del 1° Maggio, l'immensa schiera proletaria di tutto il mondo deve tornare a contrapporre la propria potenza di classe alla catena di tutti gli Stati borghesi, imperialisti e guerrafondai e tornare a essere padrona del proprio destino, scrollandosi di dosso tutta l’oppressione ideologica, economica, sociale, politica della borghesia. Nel giorno del 1° Maggio, il proletariato che parla tutte le lingue deve contrapporre al nazionalismo, vessillo e inganno agitato dalle più varie borghesie nelle loro guerre imperialiste, la bandiera della propria unità di combattimento internazionale.

Con questa bandiera, in questo schieramento necessario, si devono annullare i confini nazionali: contro la geografia degli Stati imperialisti, deve tornare ad affermarsi la geografia che ha un solo invalicabile confine, quello di classe.
Il giorno del 1° Maggio nasce con rivendicazioni economiche: otto ore per lavorare, otto ore per dormire, otto ore per vivere, in opposizione al bisogno borghese di spremere profitto dal lavoro salariato fino al suo sfinimento, a dimostrazione che non esiste un interesse comune tra “padroni” e “operai” nelle aziende del Capitale. Con queste parole d’ordine, nel 1886, il 1° Maggio viene proclamato internazionalmente giornata di lotta, un movimento di scioperi che inesorabilmente si propaga in tutto il mondo industrializzato. A Chicago, dopo l’uccisione di due lavoratori su un picchetto, si tiene una grande manifestazione di protesta e sostegno allo sciopero. Esplode una bomba e la polizia spara sulla folla. È il pretesto per arrestare otto militanti anarchici e, dopo un processo-farsa, condannarne sette all’impiccagione, commutando la pena in ergastolo per due. Un anno dopo, quattro di loro saranno impiccati sulla pubblica piazza. Da allora, quei militanti sono ricordati da tutti i combattenti per la causa operaia come “i martiri di Chicago”. E, da allora, abbiamo imparato che i bisogni economici espressi dagli scioperi non si possono, non si devono, contenere nel recinto sindacale delle aziende e delle categorie: sono e devono diventare rivendicazioni sociali, terreno di scontro politico, lotta di classe da portare fino in fondo – il movimento reale che abbatte lo stato di cose presente deve diventare lotta rivoluzionaria.

Ma c'è un altro Maggio da ricordare e da cui imparare: quello del 1871, della Comune di Parigi!
Stremato dalla rovinosa guerra franco-prussiana, il proletariato parigino insorge nel marzo di quell’anno contro i tradimenti del nuovo governo nazionale e, quasi senza accorgersene, porta per la prima volta la lotta di classe fino in fondo. Prende il potere e, contro la repubblica borghese, proclama la Comune. A maggio, le sue ancor timide risoluzioni, che tendevano a espropriare la borghesia del potere economico e politico, verranno affogate nel sangue di più di ventimila proletari, trucidati dalle baionette francesi e prussiane, ieri nemiche: divisi nei loro interessi nazionali contrapposti, i due Stati borghesi si uniscono nel massacro dei proletari, organizzati nel primo esperimento di Stato Operaio. Da quel Maggio, abbiamo imparato che le nazioni e le patrie per noi sono prigioni: non solo le nostre condizioni di vita sono dannatamente uguali ovunque, ma il movimento che abbatte lo stato di cose presente non si può chiudere in un recinto locale.
Il proletariato è internazionale, antinazionale e rivoluzionario. È comunista, o è destinato a rimanere un’immensa miniera di forza lavoro da sfruttare, comprare e vendere. O sterminare.
Diviene una classe, un soggetto attivo, quando riconosce e lotta per i propri interessi, e contro i comodi pregiudizi localistici, etnici, nazionalistici e religiosi con cui per secoli è stato nutrito da tecnici, scienziati, sacerdoti, intellettuali di ogni ordine e grado: tutti parassiti che vivono spartendosi quote della ricchezza prodotta dallo sfruttamento del lavoro salariato. Quando riconosce, dentro la divisa che fanno indossare al “nemico”, un salariato come lui e, insieme, non solo disertano, ma tengono ben strette le armi e le rivolgono contro i propri sfruttatori. Quando riconosce che ogni Stato, compreso quello dove sopravvive, è imperialista anche quando non sembra militarmente aggressivo e prepotente, perché, a questo punto dell'organizzazione politica del Capitale, lo Stato deve garantire con tutta la violenza diplomatico-militare possibile il controllo delle fonti e dello scambio delle materie prime, l'espansione e il mantenimento di un proprio libero mercato monopolista... E, sul piano “interno”, questo moderno capitalista collettivo deve mantenere l'ordine e il consenso con l'autoritarismo democraticamente estorto, con il monopolio della violenza, della mediazione giudiziaria, della ideologia in tutte le pratiche e le forme.
Diviene, il proletariato, una classe, un soggetto attivo, quando in ogni guerra non cerca il torto o la ragione di questo o quell'altro Stato, l'aggressore o l'aggredito, l'autoritario o il democratico, una patria da difendere o una patria da liberare, o, ancora peggio, una “pace” che risulti favorevole alle conquiste sociali dei lavoratori... Ma riconosce che il nemico non solo è in casa nostra: è proprio casa nostra! E, per liberarsene, nessuna complicità è tollerabile, ma devono affermarsi disfattismo e diserzione organizzata e, come nella Russia del 1917, guerra civile dentro il proprio Stato, da allargare poi agli altri Stati; quando, di fronte al massacro, al genocidio, alla pulizia etnica, al sacrificio di migliaia di esseri umani sull'altare di un ab**to nazionale, come sta succedendo in Palestina da ormai più di un secolo, non chiude gli occhi, ma riconosce che il massacratore non è solo il sionista assassino bensì anche il patriota islamista e i suoi reggicoda, che incitano al martirio e, con il controllo monopolista degli aiuti, tengono in ostaggio milioni di esseri umani.
Diviene una classe, un soggetto attivo, capace di difendere le proprie condizioni di lavoro, quando si organizza in maniera stabile per sviluppare le lotte economiche: un’organizzazione combattiva, radicata, ma non chiusa in ogni categoria, con rivendicazioni e organismi di base che uniscano donne e uomini, occupati e disoccupati, migranti e stanziali, pensionati e precari... Ma questo tipo di “sindacato di classe”, da solo, non basta. È necessario per organizzare i lavoratori, per aiutarli a difendersi insieme, a essere classe come insieme economico: classe in sé, ma non ancora classe per sé. Il proletariato può divenire soggetto attivo, classe per sé, quando si organizza in un Partito che agisca per guidarlo nel movimento che cambia lo stato di cose presente, portando la lotta di classe fino in fondo: permettendo così al proletariato internazionale di diventare classe dominante e avviare il processo che eliminerà il monopolio della proprietà delle forze di produzione e della ricchezza prodotta, la rigida divisione sociale del lavoro e le classi.

Partito comunista internazionale
(il programma comunista – kommunistisches programm – the internationalist – cahiers internationalistes)

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