Forum Violenze Femminicidi

Forum Violenze Femminicidi Una comunità di donne e uomini che stringono un patto per promuovere azioni sistemiche antiviolenza.

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04/06/2026

https://www.raiplay.it/video/2026/06/Femminicidio-nel-Catanese-Alessandra-Bruno-uccisa-a-martellate-dal-marito-donati-5-organi---Vita-in-diretta-03062026-eefc401d-2cea-4a58-b280-9e401892f35b.html?wt_mc=2.www.share.raiplay_vid_Vitaindiretta

Alessandra Bruno, 49 anni, era stata aggredita nella sua abitazione di Misterbianco dal marito 53enne con un martello nella notte tra il 30 e il 31 maggio. Ricoverata in ospedale in rianimazione in condizioni disperate, è morta la notte del 1 giugno. Era stata una delle due figlie della coppia a tr...

02/06/2026
Le chiamavano “chiacchiere”. Invece stavano fondando la Repubblica: la storia delle Madri CostituentiLe 21 donne elette ...
02/06/2026

Le chiamavano “chiacchiere”. Invece stavano fondando la Repubblica: la storia delle Madri Costituenti
Le 21 donne elette il 2 giugno 1946, prima volta delle italiane al voto, scrissero nella Costituzione i principi della nostra libertà: dall'uguaglianza di genere alla tutela della maternità, dalla parità coniugale a quella salariale. A 80 anni di distanza, abbiamo il dovere di ricordarle. E ringraziarle
di Ilaria Solari

26.05.2026

Cronaca di vestiti: come la stampa ignorò le donne che fondavano la Repubblica
Dal rossetto alle bombe: le storie straordinarie che l’Italia ha dimenticato
«Isterismi pudibondi»: le battaglie di Lina Merlin, Nilde Iotti e Teresa Noce
Maternità, magistratura, diritti: le battaglie istituzionali delle Madri Costituenti
Il monumento più grande: perché la Costituzione è anche opera loro
80 anni dopo: i libri per capire cosa ci hanno lasciato le Madri Costituenti
Milano 1946: le foto inedite e l’evento che riportano in vita il 2 giugno
L’Italia del giugno 1946 si risveglia tra le macerie della guerra, mossa dall’urgenza di ricostruire la sua intelaiatura civile. Il 2 giugno quasi 13 milioni di donne votano per la prima volta nella storia nazionale, inaugurando una nuova stagione di sovranità popolare. Da quella consultazione, oltre alla vittoria della Repubblica al referendum, esce un’Assemblea Costituente di 556 membri: in un’aula storicamente maschile si insediano 21 donne. Sono le Madri Costituenti, incaricate di scrivere la Carta, fondatrici della nascente Repubblica: 9 democristiane, 9 comuniste, 2 socialiste, una del Partito dell’Uomo Qualunque, unite da un patto implicito che scavalca le bandiere. Vengono dalla fame, dal confino, dalla clandestinità; portano in aula la tenacia di chi ha saputo farsi carico di responsabilità umane e politiche fino ad allora inimmaginabili.

Cronaca di vestiti: come la stampa ignorò le donne che fondavano la Repubblica
Il 25 giugno 1946, giorno della prima seduta, la stampa però le osserva con la lente del cronista mondano. Come racconta Serena Dandini in Paura non abbiamo (Einaudi), saggio che ripercorre le vite e le battaglie di quelle 21 donne, l’esito è un’imbarazzante «cronaca di vestiti». Risorgimento liberale descrive Bianca Bianchi, filosofa capace di doppiare le preferenze di Sandro Pertini, come un «angelo dai capelli lucenti» in abito vinaccia, mentre di Teresa Mattei si scrive: «Vestita in blu a pallini bianchi e con un bianco collarino. Ha molti bei riccioli bruni… Non vien voglia di dire: beata lei?». Dandini chiosa con secchezza: «Fatico a considerarla così beata. In un’Italia che pretendeva silenzio e sottomissione, la loro stessa esistenza era un atto di insubordinazione politica».

Bianca Bianchi
Dietro quei colletti bianchi c’era infatti una tempra forgiata dalla dittatura. Incarcerando e confinando le rappresentanti più vive dell’opposizione, il fascismo aveva creato quella che Dandini definisce «una vera e propria università dell’antifascismo, dove tra i mattoni delle celle si leggevano i libri proibiti e si disegnava il profilo dello Stato futuro».

Dal rossetto alle bombe: le storie straordinarie che l’Italia ha dimenticato
L’ingresso di questa metà del Paese nel tempio del potere non è una concessione, ma una radicale ridefinizione dello spazio pubblico. Nadia Gallico Spano ricorda il commesso che la ferma sulla soglia: «Pss, ma dove va lei?». Alla sua risposta fiera segue un «Anche lei!» intriso di desolazione. È la stessa supponenza dei colleghi che durante i discorsi delle onorevoli si rifugiano alla buvette, liquidandoli come “chiacchiericcio”. Quel presunto chiacchiericcio pone in realtà le fondamenta della nostra libertà.

Nadia Gallico Spano
Teresa Mattei, per tutti “la ragazza di Montecitorio” per i suoi 25 anni, clamorosi tra tanti deputati maturi, incarna un futuro che non intende chiedere il permesso. Porta sul corpo i segni della tortura nazista – denti spaccati e un rene leso dal calcio di un fucile – e nell’anima la tragedia del fratello Gianfranco, suicida in via Tasso per non tradire i compagni.

Teresa Mattei
Nel romanzo di Sara Rattaro, Il vestito di mia madre (Piemme), Teresa rivendica la propria storia con una battuta: «L’unica volta che ho usato il rossetto in vita mia è stato per mettere una bomba». Si tratta, spiega Dandini, di «figure straordinarie, spesso dimenticate, che hanno combattuto e versato sangue, guidato lotte operaie, fondato giornali e movimenti politici per ottenere diritti a lungo negati», capaci di scardinare l’impianto maschile dello Stato portando nell’aula la concretezza dei bisogni quotidiani.

«Isterismi pudibondi»: le battaglie di Lina Merlin, Nilde Iotti e Teresa Noce
Mentre i Padri si accapigliano sui massimi sistemi e i confini della Nazione, le 21 Madri introducono nel dibattito la concretezza dei corpi: il lavoro, la scuola, la tutela dei figli, la salute, costringendo lo Stato a farsi carico della dignità dell’esistenza.

Lina Merlin
Una pragmatica traduzione dei bisogni che si esprime nella battaglia di Lina Merlin contro lo sfruttamento della prostituzione di Stato. Accusata di “isterismi pudibondi” dai colleghi, replica in aula: «È questa nostra società che costruisce, sulla miseria e sul dolore altrui, le valvole di sfogo di una morale filistea». Per piegare le resistenze, minaccia il segretario socialista Pietro Nenni di svelare i nomi dei dirigenti del partito proprietari degli immobili delle case chiuse, ottenendo una rassegnata risposta: «Mio Dio, Lina, e come faccio ad avvisarli tutti?».

Nilde Iotti
Con la stessa determinazione si muove Nilde Iotti, che colpisce l’istituto familiare definendolo “antidemocratico”. La sua tesi scardina le convenzioni del tempo: «L’emancipazione della donna passa prima di tutto dal lavoro, visto che solo così la donna acquista quell’indipendenza, base di una vera e compiuta personalità, che le consente di vedere nel matrimonio non più un espediente talora forzato per risolvere una situazione economica difficile, ma una libera scelta». Grazie a lei, dall’articolo 29 scompare l’aggettivo “indissolubile”, ponendo la premessa per il futuro diritto al divorzio.

Teresa Noce
Il superamento delle barriere consente a Teresa Noce, autodidatta torinese, di fare asse con la democristiana Maria Federici: insieme firmano nel 1950 la legge sulla tutela delle lavoratrici madri, che Noce rivendica come «la prima legge democratica e popolare della Repubblica italiana».

Maria Federici
Maternità, magistratura, diritti: le battaglie istituzionali delle Madri Costituenti
L’efficacia delle elette si estende a meriti politici di ampio respiro istituzionale. Angela Gotelli, nella Prima Sottocommissione per i diritti e doveri dei cittadini, combatte insieme a Nilde Iotti e Maria Federici per aprire la magistratura alle donne: una battaglia temporaneamente persa, ma senza arretrare di un passo.

Angela Gotelli
Elettra Pollastrini, reduce dalla prigionia nel carcere tedesco di Aichach, porta in Assemblea la sua opposizione radicale al totalitarismo, battendosi per la tutela della maternità, dell’infanzia e dei diritti dei figli nati fuori dal matrimonio.

Elettra Pollastrini
Accanto a loro, Adele Bei converte la maternità da destino biologico a valore sociale protetto, avendo ben chiaro il ricordo dei 18 anni di carcere per aver risposto ai giudici del Tribunale speciale fascista che tentavano di far leva sul senso di colpa materno: «Appunto perché sono madre, sento il dovere di lavorare per l’avvenire di altre creature». Ciascuna trasforma un dolore personale in un cardine dell’architettura dello Stato.

Adele Bei
Il monumento più grande: perché la Costituzione è anche opera loro
«Generalmente si sottolinea ciò che la Costituzione ha dato alle donne» rivendica Nadia Gallico Spano. «Ma non si sottolinea mai ciò che la battaglia delle donne ha dato alla Repubblica, alla Costituzione». Il lascito di questa stagione riecheggia in sette pilastri della Carta: l’uguaglianza dell’articolo 3, la parità coniugale del 29, i diritti dei figli nati fuori dal matrimonio nel 30, la tutela della maternità nel 31, la parità salariale del 37, sino al suffragio e all’accesso agli uffici pubblici dei successivi articoli 48 e 51. E se l’accesso in magistratura rimane un muro insormontabile fino al 1963, su ogni altra norma le deputate tengono la linea, rendendo la Costituzione un progetto vivo di società giusta. Riscoprire questa affettuosa genealogia, suggerisce Serena Dandini, serve proprio a contrastare le leggi dell’oblio che ancora si riflettono nei libri di storia e nella toponomastica delle nostre città, dove le strade dedicate alle donne non superano il 5%. «E se anche siamo d’accordo con Teresa Mattei, che affermava: “Le lapidi sono importanti, i monumenti sono importanti, ma il più grande monumento, il maggiore, il più straordinario che si è costruito in Italia, alla Libertà, alla Giustizia, alla Resistenza, all’Antifascismo, al Pacifismo, è la nostra Costituzione”, non sarebbe male se, per risvegliare la memoria assopita, potessimo passeggiare tra viali e vie che ricordano anche l’altra metà del cielo, che è stata a lungo oscurata».

80 anni dopo: i libri per capire cosa ci hanno lasciato le Madri Costituenti
L’80° anniversario del voto alle donne e dell’avvio dei lavori della Costituente vede fiorire riflessioni necessarie che uniscono il 1946 al nostro domani.

"Paura non abbiamo" di Serena Dandini (Einaudi) è un viaggio tra le biografie delle 21 Madri per rimettere in circolo quella “passione sociale” che oggi rischia di sbiadire.

Marianna Aprile in "La promessa" (Rizzoli) indaga su una “rivoluzione incompleta”, misurando la distanza che separa l’emozione del primo voto dalle fatiche quotidiane di una parità ancora zoppa.

Al cuore profondo dei lavori dell’Assemblea ci porta Sara Rattaro con "Il vestito di mia madre" (Piemme), capace di trasformare in romanzo la giovinezza ribelle di Teresa Mattei: fu lei a inventare l’8 marzo italiano, preferendo la mimosa, fiore selvatico, gratuito e tenace che i partigiani regalavano alle staffette, alle costose violette francesi caldeggiate dai dirigenti maschi.

Stanche.                      Stanche e morte. Soprattutto morte.                Cinque negli ultimi 12 anni a Misterbia...
02/06/2026

Stanche.
Stanche e morte.
Soprattutto morte.
Cinque negli ultimi 12 anni a Misterbianco. Le ricordiamo per nome e cognome per non farle scomparire dalla nostra memoria affettiva: Monica Timore [2014], Luana Finocchiaro [2016], Marina Zuccarello [2016], Genny Cantarero [2021], l'ultima ieri, dopo giorni di agonia, Alessandra Bruno [2026].
Non siamo mai state ferme, con scuole, associazioni, reti di associazioni e oggi non possiamo stare zitte, anche se i colori del lutto privato e del lutto cittadino, l'amministrazione ha sospeso correttamente i festeggiamenti per gli 80 anni della giovane Repubblica da quel 2 giugno 1946, sono le nostre insegne.
Aderiamo alla fiaccolata cittadina di domani sera alle 19,30 da Piazza Massimiliano Kolbe, soprattutto per abbracciare quelle bambine e quei bambini, orfani speciali, ultimi ad assistere alla violenza e i primi verso cui abbiamo un doppio dovere di parola e di sostegno.

31/05/2026

Ma i casi di violenza contro le donne si moltiplicano, da nord a sud. Si è salvata solo grazie alla figlia che ha chiamato i carabinieri la donna di Misterbianco, nel catanese, aggredita dal marito di 53 anni che al culmine di una lite l’ha colpita violentemente alla testa. I soccorritori sono riusciti a salvarla ma le sue condizioni sono gravi.

Gravi anche le condizioni della donna di Bolsena, in provincia di Viterbo, aggredita dal compagno che ha tentato di strangolarla. Ha avuto la forza di gridare per chiedere aiuto, e questo le ha salvato la vita.

La petizione per rinnovare lo sportello ascolto in tutte le scuole del comprensorio. "Dopo la tragica morte di Claudia, ...
01/05/2026

La petizione per rinnovare lo sportello ascolto in tutte le scuole del comprensorio.

"Dopo la tragica morte di Claudia, la voce più forte emersa in città è stata quella degli studenti e delle studentesse. Sono stati loro a rompere un silenzio diventato intollerabile. Non hanno chiesto compassione. Hanno chiesto ascolto. Hanno detto che il disagio giovanile non può essere ridotto a una questione privata, a fragilità individuale, a sofferenza da sopportare in silenzio.

Quelle parole non possono restare senza conseguenze.

Il disagio non nasce nel vuoto. Cresce anche dentro una scuola segnata da troppe spinte alla competizione, alla prestazione, alla selezione. Per questo ascoltare non è un gesto accessorio: è una scelta educativa, sociale e politica.

Esiste già uno strumento importante: gli sportelli di mediazione e ascolto presenti in 40 scuole hanno mostrato di rispondere a un bisogno reale. Ma il progetto che li sostiene è in scadenza e rischia di essere ridotto o cancellato. Catania non può permetterselo.

Accanto a questo, esiste un patrimonio civile che va riconosciuto e coinvolto: associazioni, operatori e realtà del terzo settore svolgono ogni giorno un lavoro di ascolto, prevenzione e accompagnamento che è già, a tutti gli effetti, una risorsa pubblica. Potenziare gli sportelli significa anche mettere in relazione stabile scuole, istituzioni e questo tessuto sociale"
https://c.org/Py7BgQct9P

Buon Primo Maggio festa delle lavoratrici e dei lavoratori.Un'analisi sul lavoro riproduttivo e produttivo della prof. R...
01/05/2026

Buon Primo Maggio festa delle lavoratrici e dei lavoratori.

Un'analisi sul lavoro riproduttivo e produttivo della prof. Rita Palidda.

"Perché è considerato non produttivo?

Non certo per i suoi contenuti che in molti casi sono assimilabili ad attività manifatturiere in senso proprio (per esempio preparare cibi) o alle attività di servizio che oggi coinvolgono in Italia il 70% degli occupati. Della riproduzione della popolazione e della forza lavoro si occupano, d’altra parte, anche le organizzazioni pubbliche e di mercato. La differenza sta nel fatto che il lavoro di cura familiare non ha un valore economico e non è soggetto alle regole dello scambio di mercato o a quelle dell’economia pubblica. Di per sé ciò non è negativo: la forma più antica e storicamente persistente con cui gli individui si sono procurati i beni necessari per vivere è stata quella di produrre beni e servizi (e quindi a tal fine entrare in relazione con gli altri e con la natura) non per un guadagno individuale, ma per soddisfare i bisogni della comunità di appartenenza. In una comunità siffatta si attribuisce valore alla capacità di donare agli altri che, essendo un valore condiviso, garantisce a tutti i beni sufficienti per vivere (economia della reciprocità). L’avvento della società maschilista di tipo gerarchico avvia il processo di divisione del lavoro su base sessuale, di svalorizzazione del lavoro che è assegnato alle donne (e agli schiavi), di subordinazione ed esclusione delle donne dall’arena pubblica. Ma è soprattutto la società industriale con il predominio dell’economia di mercato che fonda l’attuale divisione del lavoro sociale: separa nettamente la sfera pubblica da quella privata, divide il lavoro produttivo da quello riproduttivo, confinandolo nell’isolamento della famiglia nucleare, destituendolo di valore economico. E poiché, come dice Marx, il denaro diventa il bene supremo, la misura di tutte le cose, il lavoro familiare diventa irrilevante e invisibile, mero complemento del lavoro produttivo. Il lavoro “domestico” che non ha una retribuzione monetaria, è ignorato nell’analisi del sistema economico e dalla contabilità nazionale. Si tratta di un fondamentale contributo alla produzione ma anche di un costo nascosto."

Camera con vista: Lavoro di riproduzione e di cura. – RivoltaPagina – femministe te***ne a Catania https://share.google/4BpHDcnMA1zXDw4u9

L'orazione a Genova di Benedetta Tobagi : Genova, 25 aprile 2026."1. Voglio partire da una lettera, datata proprio 25 ap...
26/04/2026

L'orazione a Genova di Benedetta Tobagi : Genova, 25 aprile 2026.

"1. Voglio partire da una lettera, datata proprio 25 aprile 1945. La firma “Chicchi”, ovvero la partigiana Teresa Mattei, genovese di nascita, all’epoca 24enne, che ancora non ha idea che sarà la più giovane eletta alla costituente. Scrive da Firenze a una compagna partigiana di Milano, Anna Maria Magni, appena mezz’ora dopo – pensate - aver sentito alla radio che “Torino e Milano sono liberate dai patrioti”, dice proprio così – perché i patrioti sono, e resteranno sempre, i partigiani, anche se da destra usurpano spesso e volentieri questa parola. Dice: “Io sono sempre in giro: ho un lavoro enorme. Ora aspettiamo il ‘vento del Nord’: ne abbiamo bisogno! Basandoci sull’esperienza di qui, per ciò che può valere, vi consigliamo di impiantare al più presto una salda organizzazione anche per le donne”. In vista del primo voto ovviamente!
La cosa pazzesca di questa lettera è che ci dà il senso del continuum, del flusso magmatico della storia in cui siamo immersi – Mattei non si rende conto che sta scrivendo in quella che sarà la data simbolo della Liberazione! Ancor più importante, ci restituisce, in quel flusso vorticoso di eventi, le cose chiare e cruciali da subito: in questo caso, il tema su cui vogliamo soffermarci oggi, il nesso tra Resistenza e nascita della Repubblica e il ruolo centrale che in esso hanno la donne, divenute finalmente cittadine.
Un passaggio fondamentale nella storia delle donne, per la loro emancipazione. Ma ancor più, un passaggio in cui le donne sono state fondamentali per la storia del Paese intero: per la Resistenza, prima; per la nascita della Repubblica e la genesi della Costituzione, poi. Una pagina di storia che ha ancora molto da dirci.

2. Cominciamo col dire che senza donne, la Resistenza non si sarebbe potuta fare. Punto. In un Paese spaccato in due e in larga parte occupato dai nazisti e dai fascisti del regime di Salò, quel complesso di attività clandestine di opposizione, sabotaggio e guerriglia, sarebbe stato impraticabile. Per anni è prevalsa una retorica riduttiva, secondo cui le donne hanno solo collaborato, aiutato, partecipato. Invece sono state fondamentali: la maggior parte dei combattenti armati sono stati uomini, indubbiamente, ma le donne hanno dato corpo alla indispensabile rete di assistenza, logistica, supporto, comunicazione e anche di intelligence, che ha consentito loro di sopravvivere e operare. Per dirla con le parole della ex partigiana Teresa Vergalli, “Senza le donne non si poteva fare niente: le donne erano la radio, la portaerei, le infermiere, il dottore. Erano tutto”.
Ci sono voluti decenni, per cambiare lo sguardo su questa storia, perché le resistenti, insieme alle tante forme di Resistenza civile, potessero ottenere il giusto riconoscimento e la dignità di attrici protagoniste, accanto agli uomini; alla pari, pur nella diversità.
Le donne si attivano perché hanno sperimentato la ferocia della guerra di aggressione voluta da Hi**er e sostenuta dal Duce, che ha mandato in pezzi le menzogne del regime. La sola Genova, tra il giugno ‘40 e l’agosto del ’43 subisce 16 bombardamenti aerei, che lasciano senza dimora 60mila persone. Il 28 ottobre 1942, una donna genovese di nome Erica, che in uno di quei bombardamenti ha perso la figlia, scrive a Mussolini: “Che c’entrava una bimba di sette anni? [...] Questa non è una guerra tra soldati: in prima linea siamo noi che stiamo a casa”. Trascinate in prima linea, decine e decine di migliaia di donne scelgono di non essere solo vittime, non si girano dall’altra parte davanti all’orrore, aspettando che la tempesta passi, ma si fanno protagoniste attive.
Quando cade il fascismo, il 25 luglio del ’43, le donne partecipano alle manifestazioni e agli scioperi per il pane e la pace... E con l’armistizio dell’8 settembre, si attivano subito per aiutare, nascondere, sfamare e rivestire i soldati allo sbando e i prigionieri di guerra fuggitivi – spesso con espedienti ingegnosi da commedia all’italiana!
Vincenzina Musso, per esempio, gestisce il banco del lotto al Campasso, lo usa per nasconderci i soldati, rivestirli da civili e farli scappare, mettendo in piedi un ingegnoso sistema di false estrazioni del lotto. Per lei e tante altre tutto comincia da un gesto di cura – maternage di massa, l’hanno chiamato. Ma la più tradizionale funzione femminile diventa sovversiva, quando esce dalle mura di casa e si ribella al potere e alla sua logica brutale. Tra le molte cose che la Resistenza delle donne ci insegna, c’è proprio il valore rivoluzionario della cura dei vulnerabili, un messaggio che risuona particolarmente potente, nel nostro tempo. Perché ormai è considerata sovversiva, per esempio, la difesa e la cura dei corpi migranti. E anche portare cibo a degli innocenti affamati, segregati e massacrati ormai p sovversivo: per questo tutta Italia ha guardato con ammirazione e con fierezza alla Genova in fila per donare cibo da caricare sulle barche della flottilla per Gaza; per questo è particolarmente bello che, proprio oggi, tempo permettendo, un’altra flottilla sia in partenza dalla Sicilia.

3. Nella guerra, Genova ha un’importanza strategica enorme, per questo la Resistenza si dispiega qui in modo massiccio e capillare – nei carrugi, nel porto, nelle fabbriche e nei cantieri, cittadelle antifasciste che sfidano i nazisti e vedono oltre 1.500 operai deportati nei lager. E le donne ci sono sempre.
Ci sono le operaie, all’Ansaldo e negli altri grandi stabilimenti, che organizzano scioperi, mobilitazioni, sabotaggi e furti di materiale utile alla Resistenza. Ci sono le ragazze che si uniscono ai Gap, con le loro azioni spettacolari, dagli attentati ai sabotaggi dei tralicci. C’è una moltitudine di donne, giovani e non, che fa pernacchie ai pregiudizi (non solo fascisti), che le vogliono stupide o deboli, o comunque inoffensive, e anzi impara a sfruttarli, per mettere a segno missioni ad altissimo rischio.
Come una studentessa di famiglia operaia, che a 17 anni già trasporta documenti essenziali per la Resistenza, senza fare un plissé, e si guadagna un posto nella segreteria del Cln genovese. E la conoscete tutti perché si chiama Mirella Alloisio e ha compiuto da poco cento anni. Racconta: “Mi avevano dato una borsa a doppio fondo; nel doppio fondo mettevo i documenti e sopra sceglievo sempre o latino o filosofia, le cose un po’ più difficili, perché siccome le Brigate nere erano ignoranti di fronte a queste erano un po’ più... allora mi facevano passare” (...poi dicono che la cultura non serve!). Riuscirà a contrabbandare anche le mappe delle mine collocate dai nazifascisti nel porto di Genova, mappe che permettono ai camalli e ai partigiani delle Sap di salvare questa infrastruttura vitale.
La repressione nazifascista è feroce. Anche qui, le donne sono accanto agli uomini. Per tutte ricordiamo Alice Noli, a cui sarà intitolata una delle tre brigate partigiane femminili di questo territorio. La vedova di uno squadrista disse che Alice avrebbe potuto salvarsi “se fosse stata un po’ più sottomessa”. Tocca a tante, questo tipo di sfregio. Dicono che se la sono cercata, che dovevano stare a casa. Oppure sono bollate come puttane, e pagano il prezzo della maldicenza dopo la guerra.
La Resistenza, però, in cambio, offre alle donne un’occasione formidabile per evadere dalle gabbie asfissianti imposte dalla società, possono muoversi da sole, possono fare “cose da uomini”, incluso combattere armate e diventare comandanti. Possono essere davvero libere. Per tutte, cito Rosa Biggi, di Fontanigorda, un paesino sui monti qui dietro, che a 17 anni diventa la partigiana Nuvola e di quel tempo straordinario dice: “per la prima volta mi sono sentita qualcuno”.
Le donne, insomma, sono indispensabili alla Resistenza, ma la Resistenza fa moltissimo per loro. Anche questo è un grande insegnamento: possiamo realizzarci davvero, trovare una dimensione profonda di senso, quando andiamo oltre l’orticello del nostro interesse, impegnandoci nel mondo, con e per gli altri.

4. Tutto questo è possibile perché i Gruppi di Difesa della Donna, la grande organizzazione femminile della Resistenza per impulso del CLN, trasversale rispetto alle forze politiche (non è solo di sinistra, la Resistenza!), s’impegna in modo sistematico perché possa cambiare tutto non solo sul piano personale, ma su quello politico. Non si accontentano di un ruolo operativo. Vogliono che la resistenza sia il primo passo nel cammino per diventare cittadine.
Le dirigenti tracciano un grande progetto politico per il futuro. Vogliono portare la donna su un piano di parità giuridico, economico e sociale con l’uomo! Parità salariale, tutele per le lavoratrici madri, sostegno all’istruzione dei bambini... tutto messo nero su bianco, dal novembre del 1943. La marcia di emancipazione delle donne nella Repubblica comincia lì, si radica nella lotta delle donne nella Resistenza – tutte, cattoliche, comuniste, liberali, socialiste (Alla luce di questo dato storico, vi rendete conto dell’assurdità che la prima donna alla guida del governo di questo Paese non si riconosca nell’antifascismo? Assurdo!)
I Gruppi di difesa s’impegnano perché la donna deve partecipare alla lotta contro il nazifascismo non solo “attivamente”, ma “coscientemente”. E guardate la bellezza di questo avverbio: è il sovvertimento totale del “credere obbedire combattere” fascista. Sfidano il pregiudizio per cui le donne sono creature inferiori, che non meritano istruzione, né i diritti civili! sono pronte a essere combattenti, e poi cittadine, consapevoli, semplicemente bisogna insegnarglielo! Allora, anche nel pieno del conflitto, fanno riunioni, per spiegare a donne che magari non sanno nemmeno leggere, cos’è la democrazia, come potrà essere l’Italia del futuro. L’impegno si moltiplica man mano che l’Italia va liberandosi: è il lavoro di cui scriveva Teresa Mattei nella lettera da cui siamo partiti.
La prima richiesta ovviamente è il diritto di voto. Lo ottengono alla vigilia della Liberazione. Il governo, ancora espressione tutte le forze del CLN, su impulso di De Gasperi e Togliatti, conferisce alle maggiori di 21 anni il sospirato diritto di voto, che le italiane avevano soltanto sfiorato dopo la prima guerra mondiale con decreto del 1° febbraio 1945 - subito prima della grande mobilitazione che le donne avevano annunciato da tempo.
Il decreto però non prevede la possibilità per le donne di essere elette! Non è una dimenticanza. C’è un forte interesse dei partiti di massa a conquistare le nuove elettrici (si sa che il voto delle donne sarà cruciale); importa molto meno dar loro la possibilità di rappresentare se stesse.
Allora le donne riprendono la lotta. Insieme, anche se con la Liberazione arrivano prime fratture politiche importanti tra cattoliche e comuniste. E nel giro di un anno, nel marzo del 1946, si conquistano anche la possibilità di essere elette. Appena in tempo per le tornate del voto amministrativo. E vogliamo ricordare il risultato, sorprendente, date le difficoltà e i tempi strettissimi, delle prime dodici sindache d’Italia, elette in piccoli Paesi, ma in ogni angolo del Italia, anche nel profondo sud.
Poi le donne più consapevoli si impegnano strenuamente per portare anche tutte le altre alle urne per la prova fatidica del 2 giugno, il referendum per scegliere tra monarchia e Repubblica, per eleggere la Costituente. Devono smentire chi dice che non sono mature, che a votare nemmeno ci andranno. Ancora Mirella Alloisio ci racconta che lo sforzo fu particolarmente intenso tra loro, le ex partigiane, perché “i compagni ci dicevano: se vince la monarchia è colpa delle donne!”: temevano un voto reazionario, dettato dai preti. Alloisio non era maggiorenne, non ha potuto votare, ma ha fatto una campagna elettorale scatenata a Genova e provincia, 7-8 comizi al giorno, pure con personaggi del calibro di Pertini! E poi le donne vanno porta a porta, nei cortili, nelle botteghe: perché tante non possono andare in piazza, o ancora non ne hanno il coraggio.
In un Paese distrutto, affamato, largamente analfabeta, è un risultato straordinario, e una vittoria soprattutto loro, che il 2 giugno 1946 votino quasi il 90% delle donne aventi diritto, e in Assemblea Costituente vadano 21 deputate. Poche, ma lasciano il segno. Dobbiamo a loro che in Costituzione siano entrati i principi cardine della parità di genere. Anche grazie a loro, la nostra Carta dà tanto spazio anche ai diritti sociali. Per tutte, ricordo che fu Teresa Mattei a voler rafforzare l’art. 3, per affermare che la Repubblica deve impegnarsi a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociali che limitano “di fatto” la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.

5. Bellissimo, eh? Ma, fuor di retorica, c'è qualcosa di incredibilmente frustrante nella democrazia. La Resistenza delle donne ha molto da insegnarci anche su questo: alla faccia della Costituzione, le donne poi entrano in magistratura solo nel 1963, il diritto di famiglia si democratizza nel ’75, per la parità salariale bisogna aspettare il ’77, e nel privato ancora non c’è... e la Costituzione, in generale, in tanti aspetti, resta un bellissimo progetto, non ancora realizzato.
Allora possiamo guardare a questo passato in due modi: con le lenti amare di chi si concentra sulle promesse mancate, sulla realtà abissalmente lontana ideali, sulla “resistenza tradita” (che è stata una ferita reale e dolorosissima per tanti ex partigiani e partigiane).
Oppure possiamo capire e sentire, grazie a loro, che la democrazia è fatica e impegno costante, è costruzione, manutenzione, ricostruzione, passi avanti e passi indietro. Credo che il grande dono che può la storia può fare alla memoria, sia proprio offrire un respiro ampio, una prospettiva di lungo periodo in cui limiti e mancanze non ci fanno perdere di vista la grandezza dei traguardi raggiunti, la dimensione degli ostacoli. Per coltivare la speranza in modo consapevole.
In questo mondo in fiamme, terribile e per molti versi spaventoso, è facile provare un senso di impotenza e angoscia. Ma proprio per questo, il 25 aprile non è solo memoria o commemorazione, magari retorica, ma rivela la sua vitalità scalpitante. Proprio perché la guerra d’aggressione e la legge del più forte picconano ogni giorno i fondamenti del diritto internazionale; perché tante persone guardano all’estrema desta per paura, per rabbia, perché credono dia risposta ai loro bisogni; in un’Italia governata da una destra che non vuole saperne di riconoscersi nella matrice antifascista della Repubblica, che continua a sfidare, forzare, addirittura cerca di picconare Costituzione, che rilancia parole abominevoli come la remigrazione. Più che mai, l’antifascismo e la Costituzione con i loro cardini, la giustizia sociale, l’uguaglianza, l’orizzonte federalista europeo, restano un faro, pilastri a cui sorreggersi e da difendere, attorno a cui ritrovarsi. Come è accaduto poco più di un mese fa.
Siamo stati in quindici milioni - sorpresi noi stessi di essere così tanti - a dire No al referendum per difendere la Costituzione. Un No che ne conteneva molti altri – No alle tentazioni autoritarie, no alla forzatura delle regole, no alla forza oltre il diritto, no a una propaganda di b***e clamorose che ci tratta da cretini per spaventarci. Un No pieno di affermazioni positive, che poi è anche l’essenza stessa della Resistenza. Come ha detto una ragazza di vent’anni qualche giorno fa: l’antifascismo non è essere contro qualcosa, è “volere una società bellissima”.

In questo tempo difficile, è un simbolo davvero potente l’immagine della città di Genova che si libera da sola, con le truppe naziste che – caso unico in Europa - si arrendono non agli Alleati, ma direttamente ai partigiani, e marciano disarmate dietro agli uomini e alle donne della resistenza, guidate dall’operaio Remo Scappini, Ci ricorda che non siamo impotenti. Siamo parte di una storia più grande, luminosa, che ci precede, ci attraversa e ci sostiene, ci dà forza e ispirazione e ci trascende. Ma l’esperienza di chi ci ha donato la libertà ci insegna pure che lavorare per “una società bellissima” è anche frustrazione, mediazione instancabile tra idee diverse, scontri a volte feroci, lavoro quotidiano, un passo alla volta.
Il 25 aprile è una porta che si è aperta, sempre e di nuovo da attraversare. È l’inizio di un’altra battaglia, “più lunga, più difficile, più estenuante, anche se meno cruenta” scrisse Ada Gobetti. Infatti Teresa Mattei, Anna Maria Magni, come tante e tanti altri, nel giorno della Liberazione stavano lavorando per il dopo, con un pragmatismo che non perdeva la capacità di ancorarsi ai grandi ideali.
Portiamoci dietro questo spirito, questa emozione, questa storia, nell’impegno di ogni giorno.
Perché sia un buon 25 aprile per tutto l’anno.

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Misterbianco
95045

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