L’origine di Mistretta affonda le sue radici sin dagli albori della Sicilia arcaica dividendosi tra una origine mitica, che vuole la sua edificazione da parte dei Giganti o dei Ciclopi, ed una storica che vede l’insediamento ai piedi dell’altura della rocca di una comunità di Sicani, uno dei primi popoli che insieme ai Siculi e agli Elimi abitarono la Sicilia. La scelta del sito risultò utile sia
dal punto di vista difensivo, in quanto il paese, crescendo ai piedi di questa altura che dominava la valle circostante, poteva essere ben difeso da eventuali assalitori, sia da un punto di vista commerciale, in quanto l’abitato veniva a trovarsi su una via di comunicazione obbligata che collegava i paesi dell’entroterra siculo con quelli della costa settentrionale. Per tali motivi Mistretta attirò l’interesse dei Fenici, popolo di navigatori e mercanti che popolarono le coste occidentali dell’isola nel VIII Secolo a.C.; essi vi insediarono una propria comunità che utilizzò il sito come emporio mercantile. Ai Fenici si deve peraltro il doppio nome con cui venne identificata la città, MET’ASHTART, figli di Astarte, che indicava la comunità fenicia, e AM’ASHTART, gente di Astarte, con cui si indicavano gli abitanti locali; questi ultimi modificarono ulteriormente il nome in AMISTRAT E MITISTRAT. Astarte era una delle divinità principali del pantheon Fenicio, rappresentante la fertilità, la fecondità e la guerra. Tali attributi fecero sì che il suo culto sostituisse quello della dea Cerere, divinità venerata dai Sicani e anch’essa simbolo di fertilità e protettrice del raccolto. Verso la metà dell’VIII secolo a.C., con lo sbarco dei Greci a Naxos, cominciò l’epoca della colonizzazione greca della Sicilia, la cui presenza a Mistretta ebbe inizio con l’arrivo di una comunità di Elleni guidata dal condottiero Leukaspis, che decise d’insediarsi nel centro montano instaurando una convivenza pacifica con gli abitanti locali. Alla morte di Leukaspis la popolazione divinizzò la sua figura erigendo in suo onore anche un tempio e imprimendo la sua effigie nelle monete cittadine. Da quel momento ha inizio una lenta e progressiva ellenizzazione del centro abitato, testimoniato anche dal cambiamento della denominazione della città che adottò i nomi di AMISTRATON E MITISTRATON. Ma soprattutto per Mistretta ebbe inizio un periodo di floridezza economica grazie alla pastorizia e alla coltivazione delle terre circostanti, tanto che il celebre poeta siracusano Teocrito la ricordò nel suo poema gli “Idilli”. ebbe inizio la prima guerra punica che vide impegnate le potenze militari di Roma e Cartagine per il controllo dell’isola. Mistretta in questa occasione si alleò con i cartaginesi accogliendone nella sua fortezza un drappello militare. I Romani allora la cinsero d’assedio per tre volte, fino alla capitolazione che avvenne sotto l’attacco guidato dai consoli romani Attilio Calatino e Caio Sulpizio, che dovettero impiegare un ingente dispiegamento di forze per riuscire a fare breccia sulle possenti mura della città. Il risultato di questa strenua resistenza fu il saccheggio e la distruzione del centro abitato. Nonostante ciò gli abitanti superstiti rifondarono la città che, identificata coi nomi latinizzati di AMESTRATUS o MYTISTRATUM, e nonostante fosse stata pesantemente punita per la sua alleanza con Cartagine, ottenne da Roma un regime semi autonomo con un consiglio cittadino che poteva emanare leggi proprie, ba***re moneta e pagare un tributo al conquistatore; tale tributo prevedeva principalmente la consegna di una certa quantità di frumento, assai pregiato per il fatto che si trattava di grano duro che resisteva a lungo nel tempo, e di un contingente di uomini che prestavano servizio nell’esercito romano. Una testimonianza della Mistretta romana è data da Cicerone, che raccolse le testimonianze delle comunità isolane dei soprusi del governatore Caio Verre, che durante il suo mandato (73-71 a.C) aveva depredato l’isola dei suoi beni, e che vennero poi trascritte nel testo conosciuto col nome di “Verrine. Quando nel 476 d.C. l’impero Romano d’Occidente cessò definitivamente di esistere, la Sicilia passò prima sotto il comando dei regni germanici dei Vandali e successivamente dei Goti. Solo nel 535 d.C., con lo sbarco in Sicilia delle truppe bizantine guidate dal generale Belisario, l’isola ritornò sotto la sfera d’influenza dell’impero romano d’oriente che ora aveva la sua sede a Costantinopoli. Per Mistretta questo periodo storico così burrascoso risultò essere deleterio perché portò ad un periodo di decadenza economica e di contrazione demografica che nemmeno la successiva presenza bizantina riuscì ad arrestare. In compenso, con l’avvento della religione cristiana, ebbe inizio un intenso periodo di attività edilizia religiosa che vide il riadattamento dei templi pagani in chiese e l’edificazione di nuovi edifici religiosi. Con la conquista della città da parte degli Arabi (827 d.C.) e successivamente dei Normanni di Ruggero d’Altavilla (1082 d.C.), per Mistretta incomincia un nuovo periodo di rinascita economica e architettonica; in particolare, durante il periodo Normanno, avvenne il rafforzamento e l’ampliamento del castello situato sulla rocca, sviluppato precedentemente dagli Arabi sui resti di un fortilizio Bizantino, e l’edificazione nel 1170 della chiesa madre che sancì il ritorno del culto cristiano nella città dopo la dominazione musulmana.Venne altresì introdotto il sistema del Baronaggio che, sostituendo il sistema della suddivisione araba delle terre agricole in piccoli appezzamenti, pose nelle mani di pochi nobili vaste proprietà terriere. Nel 1160 Mistretta divenne feudo di Matteo Bonello, uno dei nobili più potenti del regno che passerà alla storia per aver ideato la congiura contro il sovrano Guglielmo I il malo. Uno dei momenti più importanti per la città di Mistretta avvenne durante il regno dell’imperatore Federico II che le riconobbe il titolo di “città imperiale”; successivamente, con l’infeudazione della città a Federico d’Antiochia, la città acquisì lo stemma dell’aquila imperiale della casata Hoenstaufen, che ancora oggi la città reca nello stemma comunale. L’epoca successiva, che va dal ‘400 fino al ‘600, vede la città di MISTRECTA (così chiamata durante il regno di re Martino) impegnata in una lotta continua per mantenere la propria autonomia di città regia dal controllo delle signorie feudali, con risultati alterni. La città venne infatti infeudata per ben due volte, ma in entrambe le occasioni la comunità Mistrettese, non accettando tale asservimento riuscì, a costo di ingenti sacrifici, a riottenere la sua autonomia politica contrapponendosi allo strapotere dei nobili feudatari. Il caso più significativo si verificò quando i Mistrettesi riuscirono a pagare la gravosa somma necessaria per sottrarsi dalla signoria del mercante genovese Gregorio Castelli, che aveva ottenuto il feudo di Mistretta dal re spagnolo Filippo II. Grazie a tali lotte, durante questi due secoli, la città visse un periodo di ricchezza e prosperità, rilevabile soprattutto nelle architetture nobiliari e religiose che adornano ancora oggi la città; tale prosperità consentì inoltre ai Mistrettesi di assicurarsi l’opera di alcuni dei principali personaggi di spicco dell’arte siciliana come i Gagini, i Li Volsi e frà Umile da Petralia; ma fu soprattutto la figura del locale letterato Tommaso Aversa, famoso per aver composto “Le notti di Palermo” e per la traduzione in lingua siciliana dell’Eneide di Virgilio, ad elevare Mistretta al rango di capitale artistica e culturale dei Nebrodi. Sul finire del ‘700 e gli inizi dell’800 una nuova classe borghese imprenditoriale si sviluppò nella città contrapponendosi sempre più alla nobiltà latifondista, dando impulso e sviluppo alle manifatture artigianali tra cui la lavorazione del ferro e del legno, ma soprattutto alla lavorazione della locale “pietra dorata di Mistretta”. Durante il Risorgimento, con lo sbarco dei Mille guidati da Garibaldi a Marsala, Mistretta fu la seconda città dopo Palermo a sollevarsi contro il regime dei Borboni. L’evento culminante si verificò quando il muratore Pietro Daidone e il calzolaio Egidio Ortolani issarono, l’8 Aprile 1860, la bandiera tricolore sul castello della rocca per salutare la nuova Italia unificata. All’inizio del ‘900 Mistretta godeva di buona salute economica, ancora una volta testimoniata dal livello architettonico e urbanistico, dove spiccano in particolare i lavori per il progetto del cimitero monumentale ideato da Giovan Battista Basile ed alcune tombe ideate dal figlio Ernesto che introdusse a Mistretta lo stile Liberty. Anche nel campo culturale e letterario Mistretta nel ‘900 occupa una posizione di un certo rilievo, ospitando la scrittrice verista Maria Messina che vi ambientò alcuni suoi racconti e dando i natali all’antropologo Giuseppe Cocchiara e il linguista Antonino Pagliaro. Negli anni ’60 e ’70 il flusso migratorio verso il nord Italia, che riguardò tutto il meridione, colpì duramente anche Mistretta: basti pensare che fino al 1921 la città contava 14.736 abitanti, per scendere drasticamente a poco meno di 6000 abitanti negli anni ’80 e continuare a diminuire negli anni successivi. Malgrado ciò Mistretta, negli ultimi decenni, ha cercato di dare nuova linfa vitale alla propria economia valorizzando le produzioni artigianali ed enogastronomiche locali ma, soprattutto, rivolgendo maggiore attenzione al patrimonio artistico-culturale della cittadina i cui palazzi religiosi e civili, che si susseguono lungo le strade del centro, e le sue feste religiose, sono testimoni della spinta culturale che ha forgiato nel corso dei secoli il volto stesso di questa comunità che a tutt’oggi rimane una delle più singolari e interessanti della Sicilia. (Testo di Claudio Bartolotta)