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27/09/2024
27/09/2024
27/09/2024

Storie Campane di cuore e passione: Martino il ceraio e l’arte della sua famiglia nell’illuminare Napoli

Qualche anno fa ho conosciuto Martino, proveniente da una famiglia di tradizione antichissima, quella della produzione di candele, un mestiere che si perde nella notte dei tempi e risalente a migliaia di anni fa.
Per questo motivo, Martino come suo padre, suo nonno e il suo bisnonno prima di lui, era soprannominato "il Ceraio".

La sua bottega, un tempo situata in una delle tante traverse dei Quartieri Spagnoli, era anche la sua piccola dimora.
Lì, in quei 30 metri quadrati, si erano avvicendati proprio tutti i suoi antenati, dal suo bisnonno, suo nonno, suo padre e infine lui.
La tradizione era stata tramandata di padre in figlio per oltre due secoli, e ogni generazione apportava nuove tecniche e segreti che arricchivano l’arte della cera.

Martino era un uomo dai modi gentili, con mani segnate dagli anni di lavoro. Aveva imparato il mestiere dal padre, Pasquale, che a sua volta lo aveva appreso da suo nonno. Ogni giorno, il profumo della cera fusa e delle erbe aromatiche riempiva le strade intorno alla loro bottega, richiamando clienti e curiosi. Fino a pochi anni fa, lo si incontrava ancora, anche se anziano, mentre passeggiava per le vie dei Quartieri Spagnoli, posizionando una delle sue candele nelle tante edicole votive della città.

Martino usava cera d'api pura; le sue candele non erano semplici mezzi per illuminare gli ambienti, ma vere e proprie opere d'arte capaci di abbellire qualsiasi arredo.

Proprio quando da poco era subentrato al suo papà, Martino ebbe un’occasione straordinaria per lanciare la sua bottega.
Un giorno, mentre preparavano un grande ordine per una chiesa in occasione di una festa religiosa, arrivò un cliente inaspettato.

Era Don Gaetano, un ricco mercante di stoffe che aveva saputo delle candele della bottega di Martino durante un suo viaggio a Roma, dove le candele napoletane avevano fatto un’impressione straordinaria durante una processione.
Don Gaetano si presentò nella bottega con una proposta: desiderava acquistare una grande quantità di candele per illuminare una sontuosa festa nella sua villa in costiera.

Martino sapeva che quella richiesta avrebbe messo alla prova le capacità della sua famiglia, ma non si scoraggiò. Con l’aiuto di Clara sua moglie e dei figli, che allora erano appena ragazzini, lavorarono giorno e notte, preparando candele non solo luminose, ma anche decorative, con ornamenti in cera colorata e intarsi di petali di fiori essiccati. Il risultato fu spettacolare: le candele sembravano opere d’arte.

La sera della festa, la villa di Don Gaetano brillava della luce calda e dorata delle candele di Martino. Gli ospiti, nobili e mercanti venuti da ogni angolo d’Italia, rimasero incantati dalla bellezza e dalla qualità della luce. Da quel momento, la fama della sua bottega si diffuse ben oltre i confini di Napoli. Gli ordini arrivarono da tutta la pen*sola e perfino dall’estero.

Per anni, Martino ha fornito molte chiese della città. Alcune delle sue candele, le più grandi e lunghe, venivano utilizzate in occasione del miracolo di San Gennaro o in altre ricorrenze speciali.

Fu lui a spiegarmi quanta precisione fosse necessaria per realizzare una candela così complessa. La lunghezza dello stoppino, la quantità di cera, la consistenza e la perfetta equilibratura dovevano consentire alla candela di bruciare in modo uniforme e costante.

Martino raccontava tante storie della sua vita e del passato, ma quando parlava di sua moglie si percepiva forte la sua commozione.
Dopo aver dato alla luce ben 4 figli, lei lo lasciò troppo presto, e lui si trovò a crescere quei ragazzi da solo.
Cercò di dar loro il migliore futuro possibile, facendogli frequentare le migliori scuole della città e poi la prestigiosa Università Federico II.
Oggi i loro figli sono professionisti apprezzati ognuno nel proprio campo, un avvocato di successo, un ingegnere e ben due medici.
Ma purtroppo è proprio così, assicurando la migliore preparazione possibile ai propri figli, che la secolare tradizione della famiglia di Martino è scomparsa.
Con un’unica eccezione.

Alla morte di Clara, Martino realizzò ogni giorno, per anni, una candela speciale, incidendo su ciascuna il nome della sua amata moglie. Ne produsse così tante da lasciare poi un testamento ai suoi figli.

Ogni giorno, per anni, ogni settimana, i figli avrebbero dovuto tenere accesa una candela in onore di Clara in una delle tante chiese cittadine.
I quattro figli hanno portato avanti con amore ed orgoglio questa usanza per anni. Nonostante le moderne leggi e i divieti di accendere fiamme nelle chiese, ancora oggi riescono a mantenere viva quella fiamma nelle loro case, proprio accanto a una foto di Martino e Clara giovani e felici con i loro vent'anni.

27/09/2024

Oggi, 9 settembre, il TAR sospende nuovamente la caccia in Campania!
Dispiace dirlo, ma l'avevo detto più volte e in diverse circostanze, anche fino a 48 ore fa!

Ma andiamo con ordine, perché quella della caccia ormai sembra una situazione tragicomica.

La Presidente della III Sezione del TAR Campania, oggi 9 settembre 2024, ha accolto l’ennesimo ricorso proposto da LIPU, WWF, ENPA e LNC Animal Protection, emettendo un nuovo decreto di sospensione urgente della preapertura della caccia deliberata dalla giunta regionale meno di 48 ore fa!

Soltanto lo scorso venerdì, il Consiglio regionale ha approvato il nuovo piano faunistico regionale, con voto trasversale. L’unica voce contraria della maggioranza è stata la mia. Ho sperato in un rinvio in Commissione Regionale il 4 settembre e nel voto contrario almeno di qualche collega in Consiglio Regionale il 6 settembre, chiedendo maggiore attenzione nell’approvazione del piano faunistico.

Il 4 settembre, in Commissione, avevo proposto di attendere qualche giorno per consentire l'inserimento delle modifiche necessarie ed evitare eventuali ricorsi. Sono stata l’unica consigliera regionale ad astenersi in commissione, chiedendo di approvare un provvedimento completo d corretto, chiedendo più tempo per analizzarlo.

Così, venerdì 6 settembre, quel piano faunistico venatorio è arrivato ugualmente in Consiglio regionale, dove ho dichiarato la mia posizione contraria (lo trovate qui nei post) al piano che, seppure in tempi strettissimi, avevo approfondito. Anche in questa occasione, sono stata l’unica voce fuori dal coro della maggioranza, alla quale si è allineato “convintamente” tutto il centrodestra, che in genere per quasi tutti i provvedimenti, anche quelli più delicati a tutela delle categorie fragili, votano contro o si astengono.

Cosa accadrà ora?

Per effetto del provvedimento del TAR, si scongiura il rischio di danno ambientale dovuto all'apertura anticipata della caccia al colombaccio, alla qu***ia, al fagiano e al porciglione. Inoltre, vengono sospese le modifiche al calendario venatorio che consentivano la caccia nelle aree Natura 2000, confinanti con le aree naturali protette regionali.

Questa fretta di approvare il piano faunistico-venatorio allo scopo di riaprire la caccia, avrebbe provocato non solo danni all’ecosistema, uccidendo specie nel periodo di migrazione e di allevamento della prole, ma avrebbe anche permesso la caccia in aree sensibili, dove la Regione stessa l'aveva vietata con il nuovo piano.

La riapertura della caccia è avvenuta con una velocità amministrativa e burocratica che ha dell’incredibile!

Il TAR ha fatto bene a sottolineare, nell’ultimo provvedimento, che la caccia è un'attività ludica e, pertanto, non può prevalere sull’interesse della protezione della fauna selvatica, principio rafforzato dalla riforma costituzionale del 2022.

Potremmo dire, citando Eduardo De Filippo, “Nun è succiesso niente”, ma non è così.

Oltre a dimostrare che è necessaria maggiore attenzione nella gestione del bene pubblico, ora la Campania rischia una procedura d’infrazione comunitaria per violazione delle norme europee sulla tutela della fauna e dell’habitat. Rischiamo di pagare tutti per aver concesso qualche ora di svago ai cacciatori, un regalo che potrebbe costare caro ai contribuenti campani.

Dopo l’ennesima sospensione del TAR, spero di non rimanere l’unica voce fuori dal coro. Le battaglie si fanno nei tempi e nei modi giusti, e quella per l’ambiente deve essere combattuta senza aspettare che il danno sia procurato, per poi rammaricarsi di ciò che si poteva e doveva evitare.

Breve storia triste di un rapido iter istituzionale:
-31 luglio approvazione calendario venatorio
-22 agosto ricorso al TAR delle associazioni ambientaliste
-24 agosto accoglimento del ricorso con decreto da parte del TAR
-4 settembre adozione del Piano Faunistico Venatorio Regionale 2024-2029 in Ottava commissione
-6 settembre (mattina) approvazione del Piano Faunistico Regionale in consiglio regionale
-6 settembre (pomeriggio) approvazione nuova delibera di giunta regionale su preapertura per i giorni 7, 8 e 11 settembre
-6 settembre (sera tarda) pubblicazione sul BURC della delibera della giunta regionale di modifica del calendario e decreto di riapertura caccia
-7 settembre deposito ricorso per motivi aggiunti delle associazioni
-9 settembre nuovo provvedimento cautelare del TAR.

27/09/2024
27/09/2024

Il TAR interviene con un nuovo decreto, con il quale respinge la richiesta di revoca presentata dalla Regione Campania in merito alla sospensione della preapertura della caccia.

Si tratta dell’ennesimo atto che dimostra quanto fosse corretto e indispensabile approfondire le questioni legate alla tutela faunistica e ambientale, invece di procedere con una forzatura mirata esclusivamente ad assecondare le richieste dei cacciatori per un'apertura anticipata della stagione venatoria.

Con questo nuovo decreto, il TAR regionale non solo respinge la richiesta di revoca della sospensione della caccia al colombaccio, ma conferma anche la sospensione delle modifiche al calendario venatorio nella parte in cui consentiva la caccia nelle cosiddette aree "Natura 2000", adiacenti alle aree naturali protette regionali.

La caccia è un'attività ludico-sportiva e, pertanto, non può prevalere sull’interesse della protezione della fauna selvatica, principio ulteriormente rafforzato dalla riforma costituzionale del 2022.

Storie Campane di cuore e passione: Gaetano, gli occhi di Ludovica: una storia di fedeltà infinita
27/09/2024

Storie Campane di cuore e passione: Gaetano, gli occhi di Ludovica: una storia di fedeltà infinita

Storie Campane di cuore e passione: Gaetano, gli occhi di Ludovica: una storia di fedeltà infinita

Fino a qualche anno fa incontravo spesso Ludovica, una dolce e vivace donna ottantenne, sempre accompagnata dal suo inseparabile amico Gaetano, un affettuoso Labrador Retriever. Gaetano, con la sua natura amorevole, paziente e devota, era molto più di un semplice cane guida: da circa sette anni, era diventato i suoi occhi e il suo compagno di vita, sempre al suo fianco con una dedizione che andava oltre ogni parola.

Ludovica era cieca, come amava dire. Odiava la definizione di "non vedente", scherzando spiegava che "non vedente" sembra un po’ come "non credente". Essere ciechi, diceva, non vuol dire non vedere, perché si può vedere in mille modi diversi, così come si può sentire in altrettanti modi. Si può sentire l'animo della persona con cui parli, percepire il calore e l'educazione del tuo interlocutore, pur essendo ciechi.

Ludovica non era nata cieca. All'età di tre anni, la sua malattia era progredita e, a poco a poco, i suoi occhi l'avevano condotta al buio che l'ha accompagnata per oltre 80 anni. Tuttavia, non si era mai persa d'animo. Nella sua lunga vita, si era laureata, si era sposata, aveva studiato pianoforte e si era specializzata per diventare contabile aziendale, professione che ha esercitato per anni.

Per molto tempo, i suoi occhi erano stati quelli di papà Guido e mamma Assunta. Poi, quando entrambi sono venuti a mancare, ci ha pensato suo fratello Arturo. Per anni Arturo aveva rinunciato a incarichi importanti, ma poi Ludovica stessa gli aveva chiesto di seguire i suoi sogni, ed è così che suo fratello cominciò a lavorare all’estero.

Ludovica aveva sempre rifiutato l’idea di un cane, temendo che non sarebbe stato in grado di guidarla con la stessa attenzione dei suoi cari. Ma, dopo mesi, seppur a malincuore, aveva dovuto cedere, e così arrivò Gaetano, un bellissimo Labrador Retriever. Per sette anni, Gaetano è stato il suo passo, il suo braccio fidato, così sicuro e forte come non lo aveva mai riscontrato nei suoi genitori o nel fratello.

Ludovica ripeteva sempre che non avrebbe mai immaginato che un amico a quattro zampe potesse essere più attento, accorto e responsabile dei suoi stessi genitori.

Da quando Ludovica ci ha lasciati, Gaetano non è rimasto solo. Per volontà di Ludovica, è stato affidato al custode del piccolo cimitero del suo paese, lo stesso custode che per anni ha accompagnato Ludovica alla tomba dei suoi genitori. Ancora oggi, dopo molti anni, non passa giorno senza che si possa osservare Gaetano fermo a pochi metri da dove riposa la sua Ludovica, come se fosse lì in attesa di un suo ritorno o per portarle quel saluto e quell’affetto che li ha uniti per tutti quegli anni trascorsi insieme, legati da un’amore unico e profondo.

27/09/2024

Ore 10:01, si ripete il "Miracolo" di San Gennaro!

Storie campane di cuore e passione: Il grande cuore del quartiere Materdei
27/09/2024

Storie campane di cuore e passione: Il grande cuore del quartiere Materdei

Storie campane di cuore e passione: Il grande cuore del quartiere Materdei

Fino a qualche anno fa, incontravo spesso la maestra Assunta Porzio. Aveva una piccola dimora in Via Camillo Pellegrino, una delle tante strade caratteristiche di Materdei, uno dei quartieri che custodiscono mille storie della nostra città. La “Maestrina” Assunta, così veniva chiamata in senso affettuoso nel quartiere per la sua figura esile e la giovane età, ci ha lasciato nel 2014 a 94 anni, ed era uno scrigno incredibile di storie.

Molte di queste si riferivano al difficile periodo dell’immediato dopoguerra, quando insegnava in una delle scuole elementari del quartiere.

Tra i suoi alunni c'erano Luigi e Sara, entrambi originari di Materdei, fratelli arrivati alle elementari in ritardo, come tanti ragazzi a quei tempi. La guerra, infatti, aveva fermato ogni cosa per molti anni.

Luigi, il più grande dei due, aveva circa cinque anni durante l’occupazione tedesca, mentre sua sorella Sara ne aveva appena tre. In quei giorni la guerra mieteva ogni giorno vittime tra donne, bambini e uomini della città di Napoli, e ad ogni suono delle sirene, la paura più grande era quella di non poter tornare in superficie sani e salvi.

Fu così che, in una insolita mattina, tranquilla e silenziosa, all’ennesimo suono della sirena, Luigi e Sara vennero presi per mano dai loro genitori. Iniziò così la solita corsa verso l’ennesimo rifugio sotto un antico palazzo di Materdei, uno dei tanti che aveva fondamenta abbastanza ampie per ospitare centinaia di persone ammassate, in attesa che il pericolo finisse.

In tanti correvano tra la folla ma Luigi e Sara, agili e piccoli, riuscirono a mettersi in salvo appena in tempo per sentire le esplosioni. Fumo, caos, pianti e detriti cadevano da ogni parte. Quando il silenzio tornò a dominare sui pianti, i due gridarono i nomi dei loro genitori, ma senza risposta. Da quel giorno, Luigi e Sara rimasero orfani, un destino simile a tanti altri attendeva i due piccoli: l’ennesimo orfanotrofio, stracolmo di ragazzi abbandonati dai genitori o rimasti orfani di uno o entrambi.

La maestra Assunta mi raccontava i dettagli: per alcune settimane rimasero nell'abitazione dei loro genitori, una piccola dimora in affitto. Poi, su segnalazione dei proprietari di casa, che avevano tutt’altro interesse che proteggere quei due ragazzi, furono denunciati all'Opera Nazionale Maternità e Infanzia, una sorta di antesignana dei moderni servizi sociali, anche se con finalità molto diverse, fondata nel 1925 durante il regime fascista.

Il quartiere, però, non poteva permettersi di perderli. Iniziò così una gara di solidarietà tra i residenti per nascondere quei due bambini. Prima furono ospitati dal Marchese de Filippis, che, nonostante la guerra avesse portato povertà ovunque, possedeva ancora una villa con alcune stanze agibili. Per altri mesi furono accolti dai coniugi Ferrante, alcuni bottegai che, pur con i loro sei figli, presero a cuore la storia di Luigi e Sara.

I mesi passarono e i due ragazzi crebbero da soli, ospitati di casa in casa, studiando di nascosto insieme agli altri bambini del quartiere. Una solidarietà che li accompagnò per anni, fino a quando Luigi, raggiunti gli otto anni, e Sara, i cinque, vennero iscritti a scuola, proprio quella dove insegnava la maestra Assunta.

I due riuscirono a superare brillantemente la scuola elementare, nonostante le mille difficoltà economiche. C’era chi acquistava loro i libri, chi il materiale scolastico, chi il grembiule, e chi garantiva loro un pasto. I loro vestiti, ad esempio, erano una creazione della signora Concetta, la sarta del quartiere, che in ogni occasione riusciva a confezionare eleganti abiti per loro.

Una storia davvero incredibile, che arriva fino ai giorni nostri. Luigi, raggiunta la maggiore età, mise su una piccola impresa di autotrasporto, utilizzando vecchi mezzi abbandonati dai tedeschi. Sara, invece, lavorò per anni con la signora Concetta, insegnando a tante ragazze meno fortunate l’arte del ricamo.
I due si sposarono più o meno nello stesso periodo e, sebbene oggi non siano più tra noi, i loro figli che vivono fuori regione, ogni tanto tornano a Napoli per portare un fiore ai loro genitori.
E come in ogni storia di questa città, nulla si perde. Ogni sacrificio fatto dai due fratelli ha dato i suoi frutti. I figli di Luigi: uno è primario in un ospedale del nord Italia, l’altro è stato per anni docente di scuola, oggi in pensione. Sara, invece, ebbe due figlie: Luisa, una delle prime designer nel campo della moda, e Maria, laureata in fisica, che ha lavorato in vari centri di ricerca.

Sei i giorni dedicati alle celebrazioni per le “Giornate con Giancarlo Siani”
27/09/2024

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27/09/2024

Il mare della Gaiola di Napoli non è balneabile e rischia di non esserlo per sempre.

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Siamo in un momento politico molto particolare per il nostro Paese, ma anche per il contesto internazionale, con nuovi soggetti che vanno affermandosi, su cui si addensano nubi inquietanti, dove con troppa superficialità si parla e si compiono azioni di guerra e dove ancora troppa violenza quotidiana strappa la vita a migliaia di persone.

In questo quadro preoccupante, la nostra Italia, è da troppi anni ormai sballottata e scossa da un mix di politica gridata e comunicazione totalizzante, dove l’avvento della globalizzazione ha cambiato nel profondo i tratti, i modelli culturali e sociali del paese ma anche le relazioni interpersonali e della vita quotidiana delle persone.

Si è svilito il ruolo della politica, insultata, ridicolizzata, banalizzata. Con indubbie responsabilità gravi degli attori in gioco, ma anche con l’incoscienza di credere che della politica si potesse fare a meno.

E’ un’idea di società che non ci piace, che non è la nostra: una società frammentata e atomizzata, in cui l’IO ha prevalso sul NOI, in cui si è lasciato più spazio alla contrapposizione e poco alla sintesi. Ciò è avvenuto in tutti i campi. Io contro gli altri: prima il nord contro il sud; poi il nord contro Roma ladrona; giovani contro gli anziani (pensioni, posti di lavoro); i periferici contro i radical chic; il popolo contro le élite; italiani contro gli immigrati.