12/07/2026
La campagna elettorale per le politiche del Campo Largo ha avuto un battesimo non proprio esaltante. Si cerca di nascondere, dietro le proteste dei disoccupati organizzati e le contestazioni di Potere al Popolo, il dato politico più essenziale: la scarsissima presenza del “popolo” del Campo Largo e/o dei suoi potenziali elettori nella piazza che ospitava la manifestazione in cui erano presenti tutti i leader della coalizione di centrosinistra.
Forse la scelta di Napoli come laboratorio “riuscito” della prossima coalizione elettorale candidata al governo del Paese è stata molto infelice. Napoli è abbandonata, Napoli è preda degli speculatori di ogni sorta: speculatori del cemento (Coppa America-Bagnoli, Napoli Est), speculatori del turismo, avvoltoi dei beni comuni, a cominciare dall’acqua pubblica.
Il turismo non solo ha reso questa città una friggitoria a cielo aperto, puzzolente e sporca, ma ha determinato anche una nuova guerra di camorra per la conquista delle piazze di spaccio, nelle periferie e perfino nel centro cittadino. L’aumento della presenza dei turisti non ha determinato soltanto l’aumento della speculazione, spesso illegale, legata ai B&B e la graduale espulsione del popolo dal centro storico, con il conseguente aumento del costo della vita, ma anche il fisiologico incremento della domanda di stupefacenti, non solo da parte degli indigeni.
Provate a passeggiare per via Toledo o tra le strade del centro antico alle dieci di sera: strade invase dagli scarti, con un impatto olfattivo devastante. Napoli di notte non è bella, “spuzza”, direbbe Papa Francesco.
Il diritto alla città lo possono esercitare i soliti, pochi, noti; chi vive nelle periferie e i sopravvissuti del centro, invece, no.
La crisi economica che attraversa il Paese e la città produce sempre più spesso incontri con persone la cui mente è affollata da problemi, principalmente economici ed esistenziali. Lo si legge nei volti, negli occhi. Persone alienate, sempre più irascibili e violente. Il costo della vita è insostenibile per chi ha un lavoro a tempo indeterminato, figuriamoci per i precari, gli inoccupati, i disoccupati napoletani e gli immigrati.
L’inquinamento, la calura provocata dalla crisi climatica di origine antropica e un sistema sanitario pubblico che non funziona compongono uno sfondo sociale devastante. Sono certo che questo scenario da incubo si viva anche in altre metropoli del Paese e del continente.
Insomma, la politica e i partiti che siedono in Parlamento sono davvero lontanissimi dal sentire comune della maggioranza assoluta degli italiani e dei napoletani.
Se a queste problematiche aggiungiamo la guerra per procura e il riarmo per fare la guerra alla Russia, oggi attraverso l’Ucraina e domani direttamente con i nostri ventisei eserciti sgangherati dell’Unione (l’Austria no, perché è neutrale); la guerra contro il popolo palestinese; la guerra contro l’IRAN, il film in cui siamo coinvolti, nostro malgrado, diventa una pellicola dell’orrore per qualsiasi salariato che sopravvive esclusivamente del proprio lavoro.
Le persone che non appartengono alle congreghe parlamentari di governo e d’opposizione, la sterminata maggioranza degli elettori di questo Paese, non votano e non si mobiliteranno né si entusiasmeranno, neanche questa volta, per scommettere sulla logica del meno peggio. Forse i benestanti si appassioneranno, ma non la maggioranza del Paese; altrimenti le piazze sarebbero piene e non vuote.
Siamo un Paese gravato da un debito pubblico e privato devastante, che immobilizza governi ed esseri umani. Basta, dunque, con le false promesse.
Se andrà al governo il Campo Largo, perché la bassa affluenza al voto questa volta potrebbe premiare la compagine opposta a quella premiata la volta scorsa e che da quattro anni ci sgoverna, ben poco potrà fare per risollevare un’economia schiava del debito pubblico e degli interessi da corrispondere ogni mese/anno agli usurai delle grandi holding finanziarie sioniste e anglo-statunitensi che si sono comprate il nostro debito.
I margini sono strettissimi; le riforme socialdemocratiche sono impossibili senza il “pericolo rosso” alle porte. Ormai è riconosciuto quasi da tutti che, nei Paesi occidentali del secondo dopoguerra, la semplice esistenza dell’URSS oltre cortina e, in alcuni importanti Paesi europei, di fortissimi Partiti comunisti, abbia lasciato margini praticabili per riforme socialdemocratiche, poi smantellate, non a caso, appena è crollato il Muro di Berlino ed è sparita l’Unione Sovietica.
Queste cose il popolo degli astenuti le sa. Sa che, dopo oltre trent’anni di governi sia di centrodestra sia di centrosinistra, nessuno ha fatto aumentare di un euro il potere d’acquisto dei salari delle lavoratrici e dei lavoratori italiani. Con quali promesse e credibilità si ripresentano sempre gli stessi agli occhi di un elettorato disperato stufo e disilluso.
E finiamola con la filippica che torna il fascismo. Già ci siamo. I nostri cellulari sono controllati dai servizi segreti israeliani a cui abbiamo appaltato la nostra cyber security. Etc.
Il popolo degli astenuti sa che una sanità pubblica gratuita ed efficiente, come indicato negli articoli 3 e 36 della Costituzione italiana, resta un miraggio se si continua a finanziare la sanità privata e, con i salari dei lavoratori, le holding assicurative che premiano il convenzionamento privato con l’avallo delle organizzazioni sindacali.
Il popolo degli astenuti sa che il trasporto pubblico, la gestione dei rifiuti, la tutela dell’ambiente e l’istruzione pubblica, in questo sistema economico e sociale, hanno un futuro solo se sono al servizio dei grandi speculatori privati. E la differenza fra chi governerà questo Paese, di destra o di sinistra, sarà tra chi privatizzerà rapidamente questi servizi e chi lo farà in modo strisciante ma altrettanto inequivocabile, benché essi dovrebbero essere gratuiti ed efficienti in una società civile.
Insomma, il popolo degli astenuti sa che alle prossime elezioni politiche si dovrà scegliere fra curatori fallimentari di destra e curatori fallimentari di sinistra. E sa anche che la bomba sociale che sta crescendo e che è prossima a esplodere spingerà questi curatori fallimentari a utilizzare la guerra come possibile giustificazione dei propri fallimenti e come strumento di sedazione della rabbia e della protesta sociale.
Sia nel Campo Largo sia nella destra, così come nelle fila dell’ex generale Vannacci, esiste un minimo comune denominatore inconfutabile: il riarmo del Paese e della NATO per difendere l’egemonia culturale occidentale, liberaldemocratica o neofascista, poco importa, a scapito di un mondo policentrico e multipolare, come auspicato ieri dai padri fondatori del comunismo italiano, Togliatti e Berlinguer, e oggi dai Paesi dell’Est e del Sud del pianeta.
Per i comunisti, invece, lo scenario politico è diverso, chiaro e ineludibile. Domenica ci sarà il comitato centrale del Partito che esprimerà la scelta sulla collocazione politica che il Partito Comunista Italiano terrà in occasione delle prossime elezioni politiche. Io al momento penso che occorra lavorare per aggregare, in prospettiva, il popolo del non voto, composto da lavoratrici e lavoratori, disoccupati e inoccupati, immigrati ed emigrati, pensionati disperati, restituendo loro il protagonismo della politica e l’entusiasmo necessario a contribuire davvero al cambiamento della propria condizione di vita e della società, a partire da due parole d’ordine essenziali: PACE e GIUSTIZIA SOCIALE.
La pace può essere perseguita dichiarando l’Italia Paese neutrale, come lo è l’Austria. Un’Italia che fuoriesca dal Trattato NATO ed espella le basi USA dal proprio territorio; che si dissoci dalle politiche di riarmo stipulate in ambito europeo e investa i miliardi di euro destinati alle armi nel miglioramento dei salari e delle pensioni, nonché nell’efficientamento del sistema sanitario pubblico e degli altri servizi pubblici. Un’Italia che rispetti alla lettera l’articolo 11 della Costituzione italiana. Un’Italia che, grazie alla propria neutralità, riallacci relazioni diplomatiche e commerciali con tutti i Paesi del mondo, senza distinzioni, a Est come a Ovest.
La giustizia sociale potrà esistere solo arrestando la spirale perversa del debito pubblico e privato. Occorre una moratoria, una sospensione e una dilatazione massima dei tempi di restituzione del debito, senza interessi, che permetta a questo Paese di ripartire senza il ricatto delle grandi holding finanziarie sioniste e anglo-statunitensi.
Non esistono scorciatoie, a differenza di quanto pensa, purtroppo, la maggioranza del gruppo dirigente nazionale del PRC, che ha deciso, in qualche modo, di ripetere l’infausta esperienza della desistenza elettorale nel Campo Largo.
Noi del PCI di Napoli ci impegneremo, invece, a riaggregare chi sta al di fuori della logica bipolare, liberaldemocratica o neofascista, chi oggi non si riconosce né nel Campo Largo, né nella destra di governo, né nei neofascisti di Vannacci.
Occorre recuperare il protagonismo di chi il 23 e 24 marzo è tornato a votare, dopo anni di astensione, per il “No” alla controriforma della giustizia e di chi non ha alcuna intenzione di votare né per la destra fascista e vannacciana né per il Campo Largo.
Sembra arduo il nostro compito, ma è la semplicità che è difficile a farsi.
Fabio Matteo segretario del PCI di Napoli.