07/02/2026
In una delle tante ricerche sul nostro quartiere trovai per caso un romanzo di Francesco Mastriani intitolato "il Capraio di Ottocalli". Ambientato nella Napoli di fine ottocento fu pubblicato a puntate nel 1880 sul giornale "Il Roma" ed è rimasto inedito fino ad oggi. Il romanzo si trova fisicamente alla biblioteca nazionale di Napoli e nel 2020 sono riuscito a digitalizzare una parte. Nel sito www.Rionesangiovanniello.com ho pubblicato il primo capitolo. In seguito il link al primo capitolo:
https://www.rionesangiovanniello.com/il-capraio-di-ottocalli-di-francesco-mastriani/
Convinto di fare cosa gradita agli amanti della storia di Napoli e del nostro quartiere. Buona lettura.
Il Capraio di Ottocalli, di Francesco Mastriani. Anno 1880. Primo Capitolo
Una delle più sconce costumanze della nostra amenissima Napoli la quale
questa non sappiamo se sia tollerata in altra civile città d'Italia, cioè che uno sterminato esercito di capre, diviso in numerosi drappelli, inondi la città ogni giorno dalle ventidue alle ventiquattro in ogni stagione dell'anno.
Non crediate che queste famiglie di lanuti
mammiferi che si riversano su per la città dai vicini maggesi intercettino il libero transito solo nei quartieri meno puliti e nelle strade meno nobili. Nossignori, l'esercito barbicornipede dal pie fesso inonda eziandio le sezioni più aristocratiche e le strade più nobili e popolose, come Chiaia, Toledo, Foria ad altre simili.
E dalle ore ventidue alle ventiquattro non senti altro in tutte le vie di Napoli che un perpetuo tintinnio di campanello con cui si guidano le vacche e le capre ; la libera circolazione non è affatto impedita agli animali cornuti di ogni sorta; e mentre a te dinanzi tu cerchi di scansare le corna d'un bufalo, a tergo una capra ti si ficca tra le gambe. E non voglia il cielo e tu non sii sollecito a ritirarti dall'un de' canti della via. Il barbuto conduttore della lanuta squadriglia ti guarderà, in cagnesco come a colui che abbia la suprema tracotanza di non lasciare andare liberamente i suoi ruminanti.
E chi può dire dei profumi che lasciano
dappertutto le squacchere e le pillaccole
quando queste non restano attaccate a peli delle natiche delle lanute bestie?
Insomma, è spettacolo indecente e indegno di altra città civile questo che noi denunziamo, e che vorremmo vedere abolito per decoro della nostra Napoli.
Che questa sconcia costumanza si fosse deplorata ne' passati tempi e sotto la cessata signoria borbonica non era da fare meraviglia , atteso la negligenza di que' magistrati civili. Ma il vederla perpetuata di presente e quando per la progrediente civiltà dei tempi la bella Napoli si avrebbe a porre a livello delle altre colte città d'Italia, è cosa che non fa troppo onore all'aulico Consiglio del Palazzo San Giacomo.
Chi nelle ore del pomeriggio si trovi
a transitare per la strada Nuova di Capodi-
monte (sempre polverosa nella estate e vero pantano nello inverno), o pel rione della Sanità, per l'ampia via di Foria, e via più per le strade anguste e per i vicoletti, si vede avviluppato ad ogni pie sospinto di falangi di capra che vengono in città per la vendita del latte, la quale potrebbe farsi molto più convenevolmente in appositi luoghi confinanti in ciascuna sezione della citta, senza cagionare si gravi molestie ai passanti.
Queste cose abbiamo voluto dire a guisa di prefazione nel porre mano a narrare un fatto atrocissimo che funestó la città di Napoli in un'epoca non molto da noi lontana, ed il cui protagonista fa per appunto uno di questi conduttori di capre, ch'ebbe per nome Carmine Sabino, nativo di quella contrada che si domanda Ottocalli.
L'abbruttimento dallo Infima classe della
nostra popolazione ci da materia a questa dolorosa istoria che andiamo svolgendo, inteso a richiamare l'attenzione dei nostri legislatori sulle tre piaghe terribili che rodono la nostra società napolitana, la miseria, l'ignoranza e la camorra.
Ma per mala ventura, ne la religione, ne
l'educazione, ne l'istruzione varranno
giammai ad attenuare lo cifra dei delitti e
dei crimini, se non si guardi a migliorare
fisicamente la razza umana, come si fa dall'equina. Il delitto e l'eredità dal delitto sono nella individuale conformazione delle ossa, la quale noi diciamo il "fato organico", come più comunemente altri qualifica forza irresistibile.
Tra la classi più rozze e ignoranti che
Porgono il maggior contingente a processi criminali è certamente quella dei caprai: hanno per lo più aspetto feroce e selvaggio. La natura del loro mestiere li obbliga a vivere, per così dire,
segregati del civile consorzio; onde crescono in loro selvatichezza o amor capo e misantropico.
Hanno pressoché tutti guardatura bieca e
istinti sanguinari; sono scorpioni ed orsi di città, i quali hanno il capo connesso al torace, testa bassa e capelluta.
Vestono rozzi panni e cappelli di ruvida
paglia gittati per vezzo di gradasseria su la coppa del capo: portano nelle mani una lunga mazza a guidare le capre, e nella tasca della giacca non manca mai il "martino", ovvero il coltello omicida, il coltello pugnale, l'arma del camorrista e dell'assassino.
Le contese tra i caprai e i coloni dei maggesi finiscono sempre con spargimento di sangue. Le carceri e gli ergastoli sono pieni di questi capitani di lanute carovane.
A questa categoria di pericolosi e bassi industrianti apparteneva il protagonista di
questa storia, Carmine Sabino.
Noi lo vedemmo su lo sgabello dei rei nella gran corte criminale di Napoli, e non ci si è potuta più cancellare dalla mente la sua
br**ta e feroce figura.
Era accusato di parricidio.
Aveva ucciso la propria madre…
Delitto che fa fremere la natura e pone l'uomo al di sotto delle belve più orride per ferocia.
Ci ingegneremo di ritrarre la figura di questo mostro, per quanto possiamo fare a fiducia dalla immagine che ci è rimasta fotografata nella memoria.
In generale, avea figura più di orso che di uomo questo capraio degli ottocalli: testa
grossa senza fronte, orecchi rotondi, ottuse labbra e mani lerce pelose.
Quando entrava nell'aula di giustizia, pareva che andasse ancalando, sorreggendosi più su l'una che su l'altra anca.
Faceva ribrezzo a guardarlo.
Muoveva lentamente il capo attorno a sé con aria stupida e feroce.
Spesso grattavasi l'occipide, organo del
delitto, e rodevasi le unghie.
Nessuna luce era in quegli occhi, se non
quella che la pupilla della iena tramanda
nelle tenebre.
Sarebbe stato difficile assegnare una età a questo mostro di natura. Andate un poco a indovinare quanti anni possa avere una tigre di Giava o un orso nero dei bruti monti.
Questi mostri non ebbero fanciullezza, come non hanno vecchiezza.
La loro età è segnata dai natali che scontano nelle galere. Per nondimeno, per quanto si poté rilevare dal processo criminale, Carmine Sabino poteva contare un trentacinque o trentasei anni quando si lordó del sangue della propria genitrice;
(continua)