Amici del Vesuvio

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05/08/2026

Il 5 agosto 1354 segna una data particolarmente importante per Torre Annunziata. Secondo la tradizione, quel giorno venne recuperato dal mare il quadro della Madonna della Neve, oggi patrona della città, amatissima dai torresi.

Il 5 agosto di quasi 700 anni fa, dei pescatori di Torre Annunziata, impegnati a gettare le proprie reti nella acque antistanti lo scoglio di Rovigliano, notarono una grossa cassa lignea, dalla provenienza misteriosa, galleggiare fra le onde. Incuriositi, decisero di trascinarla a riva, rivelandone il contenuto. Il busto di una Madonna scura, con in braccio Gesù Bambino, si presentò ai loro occhi.

Dai tratti chiaramente orientali, il volto della Madonna era caratterizzato da particolari colori che, secondo la tradizione popolare, si alternavano rapidamente, oscillando fra tonalità brune, rosse e chiare.

In mancanza di iscrizioni sul quadro che ne specificassero l’origine, fu chiamata Madonna della Neve, poichè il 5 agosto si celebra la miracolosa nevicata del 358 d.C sul monete Esquilino.

I pescatori riconobbero immediatamente il ritrovamento come un evento prodigioso, e decisero di portare il quadro in città.

L’adozione del quadro della Madonna della Neve da parte dei torresi non fu del tutto semplice. Alcuni pescatori di Castellammare, infatti, ritenevano che l’effigie sacra si trovasse nelle acque appartenenti alla propria città. Ne seguì una lite furiosa fra i due gruppi di pescatori, che si concluse con l’intervento di un magistrato dell’epoca, a favore di Torre Annunziata.

Come ogni anno, la città di Torre Annunziata ricorda oggi quel miracoloso giorno, con la suggestiva rievocazione storica del ritrovamento, prevista per le ore 18.00 sull’arenile delle Sette scogliere. Durante l’evento, i pescatori simulano la disputa con la confinante Castellammare, e il trionfo per l’ottenimento del quadro.

I festeggiamenti di quest’anno non si limitano al 5 agosto. La Basilica della Madonna della Neve, in collaborazione con il Comune, propone un ricco programma di eventi, che si concluderanno domenica 9 agosto, con la solenne processione del quadro per le strade della città e il tradizionale spettacolo pirotecnico.

05/08/2026

Dopo oltre duemila anni, il Canone di Policleto torna al centro del dibattito scientifico e culturale. Quella che per generazioni è stata identificata con il celebre Doriforo potrebbe infatti avere una storia diversa da quella raccontata finora. Un tema che approderà anche in prima serata su Rai1: domenica 9 agosto, alle 21.25, Alberto Angela dedicherà uno spazio della trasmissione Noos – L'avventura della conoscenza alle ultime scoperte sul capolavoro dello scultore greco.

Nel corso dell'approfondimento interverrà anche Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico di Pompei, che illustrerà gli studi più recenti e la nuova ricostruzione scientifica dell'opera, presentata proprio negli scavi pompeiani.

Secondo le ultime ricerche, una convinzione rimasta pressoché immutata per oltre un secolo potrebbe essere rivista: il Canone e il Doriforo potrebbero non coincidere. Un'ipotesi destinata ad aprire nuove prospettive nello studio della scultura classica e a modificare quanto ancora oggi viene riportato in molti libri scolastici.

La nuova ricostruzione è stata presentata a Pompei dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, che ha scelto il sito archeologico per svelare il progetto realizzato grazie alle storiche matrici della ex Fonderia Chiurazzi, acquisite dal Parco Archeologico per preservarne il patrimonio.

«Il Canone è una delle più celebri opere d'arte di tutti i tempi. Il suo significato va oltre l'aspetto estetico», ha dichiarato il ministro durante la presentazione. Giuli ha inoltre sottolineato il valore universale dell'opera: «L'arte di Policleto è fondata sulla lingua universale dell'armonia. Sostenendo progetti come questo il Ministero della Cultura continuerà a svolgere il proprio dovere. La cultura è diplomazia, ricerca, formazione, identità plurale, dialogo e forza creatrice di armonie».

La ricostruzione presentata a Pompei non rappresenta una semplice copia della statua, ma il risultato di oltre un secolo di studi e di una collaborazione internazionale tra Italia, Grecia e Germania. Gli studiosi hanno utilizzato il corpo della celebre copia romana rinvenuta nella Palestra Sannitica di Pompei e la testa di un busto in bronzo proveniente dalla Villa dei Papiri di Ercolano, dando vita a una versione che incorpora le più recenti acquisizioni scientifiche.

L'aspetto che più sta facendo discutere riguarda l'arma impugnata dalla statua. Secondo gli studiosi, infatti, non si tratterebbe di una lancia, come si è sempre ritenuto, bensì di un giavellotto. Un dettaglio apparentemente minimo, ma che potrebbe cambiare l'identificazione dell'opera e rafforzare l'ipotesi che il Canone e il Doriforo fossero in realtà due sculture differenti.

Le ultime scoperte saranno raccontate al grande pubblico proprio attraverso Noos, portando in prima serata uno dei dibattiti più affascinanti dell'archeologia contemporanea e mostrando come la ricerca continui ancora oggi a riscrivere la storia dei grandi capolavori dell'antichità.

30/07/2026

Eruzione Etna 360° - 30/7/2026

19/07/2026
17/07/2026
17/07/2026
17/07/2026
14/07/2026

Oggi è il 14 luglio e quattro secoli fa, la nostra città era sconvolta da un terribile morbo. La gente terrorizzata vagava senza meta per quella è ormai una città fantasma. I corpi di persone morte perchè infettati dalla peste comparivano ammassati e accumulati nel grande spazio un tempo riservato al mercato . La città attraversava uno dei periodi più tristi della sua storia. Il caldo asfissiante del mese di luglio accentuava la puzza del tanfo emanato dai corpi in putrefazione In città le botteghe da mesi erano chiuse, gli alimenti scarseggiarono , il porto isolato e le campagne abbandonate. I bambini, rimasti orfani e senza assistenza, apparivano abbandonati al loro destino fatto di poche speranze di sopravvivenza.
In quella che anni dopo assunse il nome di Piazza Dante , ma che allora si chiamava " Largo Mercatello " oltra a cadaveri ammassati si intravedevano carri che trasportano cadaveri coperti da teli ,e qualche residuo religioso che con coraggio assisteva gli ammalati.
La peste aveva insomma trasformato Napoli in una città irriconoscibile. Molte strade erano diventate silenziose e il timore del contagio era ormai entrato in ogni casa.
E proprio in una di quelle case, un uomo gravemente ammalato comprende che il tempo gli stava sfuggendo. Fuori le campane suonano senza sosta, le strade di Napoli sono quasi deserte, le finestre restano chiuse per paura della peste. Quell'uomo sentendo le forze venir meno, sente che il tempo sta finendo. Sente la morte avvicinarsi e decide a quel punto di voler mettere ordine nelle sue ultime volontà. Chiede carta, calamaio e un notaio.

Era il 14 luglio 1656 e quell'uomo si chiamave Aniello Falcone.
Quel testamento è l’ultima testimonianza certa che possediamo della sua vita. Dopo quel giorno il suo nome scompare dagli archivi. Per questo gli storici ritengono che sia morto poco tempo dopo, quasi certamente vittima della terribile epidemia di peste che in quell’anno decimò la popolazione napoletana.
Fu una fine silenziosa. Quasi in contrasto con la vita dell’uomo che aveva dipinto il fragore delle battaglie come nessun altro. Quel pittore aveva infatti trascorso tutta la vita a rappresentare la confusione delle battaglie, il galoppo dei cavalli, il bagliore delle armature e il caos dello scontro. Nessuno, nella Napoli del Seicento, seppe raccontare la guerra con una forza narrativa pari alla sua.
Non a caso Bernardo De Dominici, il grande biografo degli artisti napoletani, lo avrebbe ricordato con un appellativo destinato a renderlo immortale: «l’Oracolo delle Battaglie»
Ma, a dire il vero, Aniello Falcone sarebbe ingiustamente ricordato se lo si considerasse soltanto come un pittore di guerre.
Nato a Napoli il 15 novembre 1607, figlio del pittore e doratore Vincenzo Falcone, crebbe in una città che nei primi decenni del Seicento era uno dei più straordinari laboratori artistici d’Europa. Da pochi anni Caravaggio aveva rivoluzionato la pittura con il suo realismo potente e con la sua eredità, continuava a trasformare la pittura in città, mentre lo spagnolo Jusepe de Ribera dominava la scena napoletana con il suo naturalismo intenso e drammatico fatto di chiaroscuri intensi e volti segnati dalla vita.
Falcone seppe osservare quei grandi maestri senza mai diventarne un semplice imitatore. Assimilò quella lezione senza diventarne un semplice seguace. Costruì uno stile personale, capace di fondere il realismo caravaggesco con una straordinaria sensibilità narrativa. Un linguaggio personale, nel quale il naturalismo caravaggesco si univa a una sorprendente capacità narrativa. Nelle sue tele ogni figura sembra respirare, ogni cavallo è colto nell’istante dello slancio, ogni gesto racconta una storia.Tutto sembra muoversi: uomini, cavalli, polvere, lance e bandiere. Le sue battaglie non raccontano soltanto uno scontro. Raccontano il caos, il coraggio, la paura e il destino degli uomini.
Fu proprio questa straordinaria capacità a renderlo celebre anche fuori dal Regno di Napoli. Il suo talento superò presto i confini del Regno di Napoli.
Il grande mercante fiammingo Gaspar Roomer, uno dei più importanti collezionisti del seicento , intuì il valore del pittore napoletano e contribuì a diffonderne le opere nelle grandi collezioni europee. Egli a suo tempo acquistò infati numerose sue opere contribuendo a far conoscere il suo nome nelle corti europee.
Arrivarono così prestigiose commissioni, tra cui persino quelle destinate alla corte del re Filippo IV di Spagna , che gli affidò importanti commissioni destinate al Palazzo del Buen Retiro di Madrid. Per un artista nato nei vicoli della capitale del Viceregno era un riconoscimento straordinario.
Ma Aniello Falcone non dipinse soltanto battaglie.
Chi osserva con attenzione il suo "Riposo durante la fuga in Egitto", oggi conservato nel Museo Diocesano di Napoli, scopre un pittore capace di una sorprendente delicatezza. In questo dipinto la violenza lascia spazio alla quiete, la tensione al silenzio, la forza alla poesia. È la dimostrazione di quanto fosse riduttivo considerarlo soltanto uno specialista delle scene militari. Negli anni maturi la sua pittura assorbì suggestioni che andavano dalla tradizione veneta fino al classicismo di Nicolas Poussin, raggiungendo un equilibrio che la critica moderna considera tra i vertici della pittura napoletana del Seicento.
Molti ricordano anche un episodio legato al suo nome.
Secondo il racconto di Bernardo De Dominici, durante la rivolta del 1647 Falcone avrebbe fondato insieme ad alcuni amici e allievi, tra cui Salvator Rosa e Carlo Coppola, la celebre Compagnia della Morte, decisa a vendicare l’assassinio di un giovane pittore da parte dei soldati spagnoli. È una pagina entrata nell’immaginario napoletano, anche se gli studiosi moderni invitano a distinguere la tradizione dalle poche testimonianze documentarie giunte fino a noi.
Ciò che invece appartiene con certezza alla storia sono le opere che ancora oggi parlano di lui.
Dal Museo di Capodimonte al Louvre, dal Prado alle chiese di Napoli, i suoi dipinti continuano a raccontare il talento di un artista che riuscì a trasformare il movimento in pittura. Roberto Longhi vide nella sua arte una forza espressiva degna di Diego Velázquez; studiosi contemporanei come Pierluigi Leone de Castris hanno mostrato come Falcone sia stato uno degli interpreti più originali del cosiddetto “secolo d’oro” della pittura napoletana.
Ma pochi sanno in città che Aniello Falcone possiamo conoscerlo anche solo passeggiando per Napoli.
Ma non pigliandoci uno sprtz o un Gin in quella stada a lui dedicata al vomero oggi purtroppo trasformatasi in luogo di movida.
Ma recandovi nella chiesa di San Giorgio Maggiore, lungo via Duomo,dove sopravvivono conservati preziosi affreschi attribuiti alla sua mano , oppure recandovi nella chiesa del Gesu’ Nuovo, una delle chiese simbolo della città, dove importanti testimonianze della sua pittura ad affresco e del suo talento , appaiono visibili nella incredibile sacrestia.
Sono queste, tracce spesso ignorate dai visitatori, ma raccontano quanto Falcone fosse stimato dai suoi contemporanei anche come autore di grandi imprese decorative, e non soltanto come pittore di tele destinate ai collezionisti
Sono opere che pochi napoletano conoscono e spesso attraversano senza sapere di trovarsi davanti ai colori di uno dei maggiori protagonisti del Seicento napoletano. E forse è proprio questa la grandezza di Napoli: custodire capolavori straordinari nella quotidianità, lasciando che siano le chiese, più che i musei, a raccontare la storia dei suoi artisti.

Cose di Napoli. com è il blog fondato da Antonio Civetta, dedicato alla scoperta della storia, dell’arte e delle curiosità che rendono unica la città partenopea. Un viaggio tra chiese, palazzi, chiostri, giardini e personaggi illustri, per riscoprire il patrimonio culturale e le memorie di Napoli.
https://cosedinapoli.com/culture/aniello-falcone/

29/06/2026

Il Commissario Giuseppe Vadalà visita il Parco Nazionale del Vesuvio per un confronto su tutela ambientale, prevenzione e valorizzazione del territorio.

Indirizzo

Via Partenope
Naples

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