10/01/2026
Intervento del Capogruppo del Partito Socialista Italiano Marco Zedda, al Consiglio Comunale di Nuoro del 9 gennaio 2026.
Badu ’e Carros e 41-bis: la Sardegna non può essere la discarica penitenziaria dello Stato. La possibile trasformazione della Casa Circondariale di Badu ’e Carros in un carcere strutturalmente destinato al regime del 41-bis non è un fatto tecnico né una scelta inevitabile. È una decisione politica precisa, assunta dal Governo centrale senza alcun confronto con il territorio e, ancora una volta, sulla pelle della Sardegna. Quando lo Stato non sa dove collocare ciò che è scomodo, pericoloso o impopolare, la risposta è sempre la stessa: un’isola. E se l’isola è la Sardegna, meglio ancora. È una verità scomoda, ma difficilmente contestabile. I numeri parlano chiaro. In Italia i detenuti sottoposti al regime del 41-bis sono circa 730. Di questi, ben 184 sono già detenuti in Sardegna: oltre il 25% del totale nazionale concentrato in una regione che rappresenta poco più del 3% della popolazione italiana. Altro che equilibrio: questa è una vera e propria concentrazione territoriale, un accanimento geografico che non trova giustificazione. Ora il Governo sembra voler completare questo disegno, aggiungendo anche Nuoro alla cosiddetta “dorsale sarda del 41-bis”. Una dorsale che nessun sardo ha mai chiesto e che non porta sviluppo, ma stigma. Per Badu ’e Carros si parla di un passaggio da circa cinque detenuti in 41-bis a numeri che potrebbero arrivare fino a 88. Non una semplice manutenzione, dunque, ma un cambio radicale di funzione e di identità dell’istituto — e della città che lo ospita. Badu ’e Carros non è un carcere isolato nel nulla. È dentro la città, parte integrante del suo tessuto sociale, umano e culturale. È una casa circondariale che nel tempo ha costruito relazioni con il territorio, esperienze di volontariato e percorsi di reinserimento. Tutto questo viene ignorato, deliberatamente, da decisioni calate dall’alto e comunicate a cose fatte. È una logica purtroppo già vista: le servitù militari, energetiche, ambientali e ora anche penitenziarie. Sempre alla Sardegna. Sempre senza chiedere. Sempre dando per scontata la disponibilità di un territorio che, in realtà, ha già dato molto più di altri. Chi liquida le proteste come semplice “Not in my backyard” sbaglia bersaglio. Il problema è esattamente l’opposto. Il “giardino” sardo è già stato messo a disposizione più di tutti gli altri. La Sardegna ospita tre delle quattro colonie penali agricole italiane: il 75% dell’intero sistema nazionale. Oltre 6.000 ettari di territorio destinati al reinserimento sociale dei detenuti. Altrove si fanno le leggi, qui si mettono i terreni, i muri, le comunità. Eppure non basta mai. Nuoro, poi, non è una pagina bianca su cui Roma può scrivere ciò che vuole. È la città di Grazia Deledda, per oltre un secolo “l’Atene sarda”, luogo di cultura, pensiero e identità forte. Rischiare di marchiarla come “città–carcere”, simbolo del carcere duro, significa infliggere un danno profondo e ingiusto alla sua storia e alla sua immagine. Non si tratta di essere contro la legalità. Si tratta di difendere un principio elementare di giustizia territoriale. Perché la legalità non può diventare un alibi per colpire sempre gli stessi territori. Se il Governo ritiene davvero equa l’attuale distribuzione dei detenuti in 41-bis e in Alta Sicurezza, allora abbia il coraggio di modificare la legge 15 luglio 2009 n. 94, che oggi consente e giustifica la concentrazione nelle aree insulari. E soprattutto, i parlamentari sardi — di maggioranza e di opposizione — escano dal silenzio e si assumano una responsabilità politica chiara: difendere la Sardegna da un’ennesima decisione imposta dall’alto. Perché Nuoro e la Sardegna non sono una colonia penale. Non sono una discarica. Non sono una servitù. Sono una terra e una comunità che pretendono rispetto. Marco Zedda PSI Nuoro