Potere al Popolo Parma e provincia

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01/09/2026
Ripartono le cene sociali! Venerdì 4 settembre, dalle 20, una serata aperta a tutti e tutte per conoscersi, incontrarsi,...
24/08/2026

Ripartono le cene sociali!

Venerdì 4 settembre, dalle 20, una serata aperta a tutti e tutte per conoscersi, incontrarsi, mangiare insieme. Presso il circolo ARCI Pedale Veloce.

Prenotazione obbligatoria a 3382613103 (Mimmo)

15/08/2026
ESSERS: PRIMA DI CONSUMARE ALTRO SUOLO, FACCIAMO IL BILANCIO DELLA LOGISTICA A FIDENZAIl progetto H.Essers a Chiusa Ferr...
11/08/2026

ESSERS: PRIMA DI CONSUMARE ALTRO SUOLO, FACCIAMO IL BILANCIO DELLA LOGISTICA A FIDENZA

Il progetto H.Essers a Chiusa Ferranda significa quasi 200.000 mq di territorio interessato, oltre 80.000 mq di nuovi capannoni e un deposito destinato anche alla logistica chimica soggetto alla normativa Seveso di soglia superiore.

Il Comitato “Per il futuro di Fidenza” ha svolto in queste settimane una preziosa funzione di controllo pubblico: ha studiato i documenti, presentato osservazioni e chiesto verifiche ambientali e di sicurezza, maggiore trasparenza e un vero confronto con la cittadinanza.

Sono richieste che sosteniamo. Prima di votare un intervento di queste dimensioni, ogni dubbio deve avere una risposta.

Ma c’è una domanda ancora più grande.
Da anni Fidenza punta sulla logistica, consumando suolo in cambio della promessa di investimenti, posti di lavoro e risorse per il Comune.
Con quali risultati?

Quando H.Essers inaugurò il primo magazzino nel 2025 parlò di circa 300 posti di lavoro diretti. Oggi il nuovo Business Plan ne prevede circa 250. Quanti dei primi 300 esistono oggi? I nuovi 250 sono aggiuntivi? Quanti saranno dipendenti diretti e quanti in appalto o somministrazione?
Con quali contratti e quali salari?

Sono domande legittime, perché un posto di lavoro è troppo importante per diventare semplicemente una cifra utilizzata per giustificare una variante urbanistica.
Fidenza ha già un Osservatorio del Mercato del Lavoro e un accordo sulla “logistica etica”. Rendiamo pubblici accordo, dati e risultati. Facciamo finalmente un bilancio: posti promessi e creati, qualità del lavoro, appalti, suolo consumato, risorse incassate dal Comune e costi rimasti alla collettività.

Il problema non deve essere scegliere tra lavoro e ambiente, ma decidere quale lavoro, quale sviluppo e quale territorio vogliamo.
Prima di consumare altro suolo, guardiamo cosa ci ha lasciato quello già consumato.
Prima di chiamarlo sviluppo, facciamone il bilancio.
Potere al Popolo Emilia-Romagna Potere al Popolo

La vertenza del Bosco di ospizio mette in campo tutta una questione politica: chi decide la trasformazione urbana, con q...
08/08/2026

La vertenza del Bosco di ospizio mette in campo tutta una questione politica: chi decide la trasformazione urbana, con quali priorità e quale peso attribuisce alla salute, all'ambiente e agli interessi economici.
Su questo noi abbiamo le idee molto chiare: giustizia ambientale e giustizia sociale vanno insieme.
Potere al Popolo! resta al fianco dell'Assemblea del Bosco di Ospizio e della sua battaglia per fermare il progetto di Conad e restituire il Bosco alla città.

"𝑳𝒂 𝒄𝒊𝒕𝒕𝒂̀ 𝒔𝒊 𝒄𝒐𝒔𝒕𝒓𝒖𝒊𝒔𝒄𝒆 𝒊𝒏𝒔𝒊𝒆𝒎𝒆", 𝖽𝗂𝖼𝖾 𝗅'𝖺𝗋𝖼𝗁𝗂𝗍𝖾𝗍𝗍𝗈 𝖠𝗇𝖽𝗋𝖾𝖺 𝖬𝖺𝗅𝖺𝗀𝗎𝗓𝗓𝗂 - 𝖽𝖾𝗅 𝖢𝖾𝗇𝗍𝗋𝗈 𝖢𝗈𝗈𝗉𝖾𝗋𝖺𝗍𝗂𝗏𝗈 𝖽𝗂 𝖯𝗋𝗈𝗀𝖾𝗍𝗍𝖺𝗓𝗂𝗈𝗇𝖾 𝖼𝗁𝖾 𝖽𝖺 𝗊𝗎𝖺𝗌𝗂 𝟣𝟧 𝖺𝗇𝗇𝗂 𝗌𝗏𝗂𝗅𝗎𝗉𝗉𝖺 𝗅'𝗂𝗇𝗍𝖾𝗋𝗏𝖾𝗇𝗍𝗈 𝖽𝖾𝗅 𝖯𝖱𝖴 𝖮𝖲𝖯𝖨𝖹𝖨𝖮 𝗆𝖾𝗇𝗍𝗋𝖾 𝖺𝖼𝖼𝗎𝗌𝖺 𝖽𝗂 "𝗂𝖽𝖾𝗈𝗅𝗈𝗀𝗂𝖺" 𝖼𝗁𝗂 𝗏𝗎𝗈𝗅𝖾 𝗌𝖺𝗅𝗏𝖺𝗋𝖾 𝗂𝗅 𝖡𝗈𝗌𝖼𝗈 𝖽𝗂 𝟦𝟧 𝗆𝗂𝗅𝖺 𝗆𝖾𝗍𝗋𝗂 𝗊𝗎𝖺𝖽𝗋𝖺𝗍𝗂 𝖼𝗋𝖾𝗌𝖼𝗂𝗎𝗍𝗈 𝗂𝗇 𝗊𝗎𝖾𝗅𝗅'𝖺𝗋𝖾𝖺 𝗇𝖾𝗀𝗅𝗂 𝗎𝗅𝗍𝗂𝗆𝗂 𝟤𝟢-𝟤𝟧 𝖺𝗇𝗇𝗂.
𝖲𝗂𝖺𝗆𝗈 𝖽'𝖺𝖼𝖼𝗈𝗋𝖽𝗈 — 𝗆𝖺 𝗂𝗇𝗌𝗂𝖾𝗆𝖾 𝗌𝗂 𝖽𝖾𝖼𝗂𝖽𝖾 𝗉𝗋𝗂𝗆𝖺, 𝗇𝗈𝗇 𝖽𝗈𝗉𝗈 𝖺𝗏𝖾𝗋 𝗀𝗂𝖺̀ 𝗌𝗍𝖺𝖻𝗂𝗅𝗂𝗍𝗈 𝗍𝗎𝗍𝗍𝗈 𝖺 𝗉𝗈𝗋𝗍𝖾 𝖼𝗁𝗂𝗎𝗌𝖾 𝗍𝗋𝖺 𝖺𝗆𝗆𝗂𝗇𝗂𝗌𝗍𝗋𝖺𝗓𝗂𝗈𝗇𝖾, 𝖢𝗈𝗇𝖺𝖽 𝖾 𝗉𝗋𝗈𝗀𝖾𝗍𝗍𝗂𝗌𝗍𝗂.
𝗗𝗮 𝗱𝘂𝗲 𝗮𝗻𝗻𝗶 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗴𝗹𝗶 𝗮𝘁𝘁𝗶𝘃𝗶𝘀𝘁𝗶 𝗱𝗲𝗹 𝗕𝗼𝘀𝗰𝗼 𝗮 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗺𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮̀ 𝗮 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲𝗰𝗶𝗽𝗮𝗿𝗲 𝗲 𝗮𝗱 𝗮𝘀𝘀𝘂𝗺𝗲𝗿𝘀𝗶 𝗹𝗮 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗰𝗼𝗹𝗹𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗶𝗳𝗲𝘀𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝗯𝗲𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗲 — 𝘂𝗻 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗶𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗶𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗵𝗮 𝗱𝗶𝘀𝗲𝗿𝘁𝗮𝘁𝗼

𝖲𝗎𝗅 𝗉𝗂𝖺𝗇𝗈 𝖽𝖾𝗅𝗅𝖺 𝗏𝖾𝗋𝗍𝖾𝗇𝗓𝖺 𝖽𝖾𝗅 𝖡𝗈𝗌𝖼𝗈, 𝗅'𝗂𝖽𝖾𝗈𝗅𝗈𝗀𝗂𝖺 𝖼𝗈𝗇 𝖼𝗎𝗂 𝖼𝗂 𝗌𝗍𝗂𝖺𝗆𝗈 𝗆𝗂𝗌𝗎𝗋𝖺𝗇𝖽𝗈 𝗇𝗈𝗇 𝖾̀ 𝗊𝗎𝖾𝗅𝗅𝖺 𝖽𝗂 𝖼𝗁𝗂 𝗅𝗈 𝖽𝗂𝖿𝖾𝗇𝖽𝖾. 𝖤̀ 𝗅'𝗂𝖽𝖾𝗈𝗅𝗈𝗀𝗂𝖺 𝖽𝖾𝗅 𝗉𝗋𝗈𝖿𝗂𝗍𝗍𝗈 𝗉𝗋𝗂𝗏𝖺𝗍𝗈, 𝗊𝗎𝖾𝗅𝗅𝖺 𝖼𝗁𝖾 𝖼𝗈𝗇𝗌𝗂𝖽𝖾𝗋𝖺 𝗂𝗅 𝗍𝖾𝗋𝗋𝗂𝗍𝗈𝗋𝗂𝗈 𝗎𝗇𝖺 𝗆𝖾𝗋𝖼𝖾 𝖽𝖺 𝗌𝗏𝖾𝗇𝖽𝖾𝗋𝖾, 𝗅'𝗂𝖽𝖾𝗈𝗅𝗈𝗀𝗂𝖺 𝖽𝖾𝗅𝗅𝖾 𝖼𝗈𝗆𝗉𝖾𝗇𝗌𝖺𝗓𝗂𝗈𝗇𝗂 𝖾𝗅𝖺𝗋𝗀𝗂𝗍𝖾 𝖼𝗈𝗆𝖾 𝗅'𝖺𝖼𝗊𝗎𝖺 𝗌𝖺𝗇𝗍𝖺.
𝗡𝗲𝗹 𝟮𝟬𝟮𝟲, 𝗱𝗶 𝗳𝗿𝗼𝗻𝘁𝗲 𝗮𝗶 𝗽𝗶𝗰𝗰𝗵𝗶 𝗱𝗶 𝘁𝗲𝗺𝗽𝗲𝗿𝗮𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝘃𝗶𝘃𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗲 𝗮𝗶 𝗱𝗮𝘁𝗶 𝘀𝗰𝗶𝗲𝗻𝘁𝗶𝗳𝗶𝗰𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗼𝗰𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗻𝗼 𝗹'𝗮𝗴𝗴𝗿𝗮𝘃𝗮𝗿𝘀𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗿𝗶𝘀𝗶 𝗰𝗹𝗶𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗮, 𝗜𝗱𝗲𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗼 𝗲̀ 𝗻𝗲𝗴𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝘃𝗮𝗹𝗼𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗶𝗱𝗶𝗼 𝗮𝗺𝗯𝗶𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲 𝗲 𝗱𝗶 𝘀𝗮𝗹𝘂𝘁𝗲 𝗽𝘂𝗯𝗯𝗹𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗶 𝗾𝘂𝗲𝗹 𝗽𝗼𝗹𝗺𝗼𝗻𝗲 𝘃𝗲𝗿𝗱𝗲, 𝗽𝗲𝗿 𝗶𝗹 𝗾𝘂𝗮𝗿𝘁𝗶𝗲𝗿𝗲 𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗹'𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗮 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮̀.

𝖠 𝗆𝖺𝗀𝗀𝗂𝗈𝗋 𝗋𝖺𝗀𝗂𝗈𝗇𝖾 𝗌𝖾 𝖺 𝖱𝖾𝗀𝗀𝗂𝗈 𝖤𝗆𝗂𝗅𝗂𝖺, 𝗂𝗅 𝟤𝟥 𝗌𝖾𝗍𝗍𝖾𝗆𝖻𝗋𝖾 𝟤𝟢𝟣𝟫, 𝗂𝗅 𝖢𝗈𝗇𝗌𝗂𝗀𝗅𝗂𝗈 𝖼𝗈𝗆𝗎𝗇𝖺𝗅𝖾 – 𝖼𝗈𝗇 𝗎𝗇'𝖺𝗆𝗆𝗂𝗇𝗂𝗌𝗍𝗋𝖺𝗓𝗂𝗈𝗇𝖾 𝗋𝗂𝗌𝗉𝖾𝗍𝗍𝗈 𝖺𝗅𝗅𝖺 𝗊𝗎𝖺𝗅𝖾 𝗊𝗎𝖾𝗅𝗅𝖺 𝖺𝗍𝗍𝗎𝖺𝗅𝖾 𝖾̀ 𝗂𝗇 𝗉𝗂𝖾𝗇𝖺 𝖼𝗈𝗇𝗍𝗂𝗇𝗎𝗂𝗍𝖺̀ 𝗉𝗈𝗅𝗂𝗍𝗂𝖼𝖺 – 𝗁𝖺 𝖺𝗉𝗉𝗋𝗈𝗏𝖺𝗍𝗈 𝗅𝖺 𝗆𝗈𝗓𝗂𝗈𝗇𝖾 𝗉𝖾𝗋 𝗅𝖺 “𝐷𝑖𝑐ℎ𝑖𝑎𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑒𝑚𝑒𝑟𝑔𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑐𝑙𝑖𝑚𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑒𝑑 𝑎𝑚𝑏𝑖𝑒𝑛𝑡𝑎𝑙𝑒” 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗮 𝗰𝗶𝗼̀ 𝘀𝗶𝗮 𝘀𝗲𝗴𝘂𝗶𝘁𝗼 𝗶𝗻 𝘀𝗲𝘁𝘁𝗲 𝗮𝗻𝗻𝗶 𝘂𝗻 𝗰𝗮𝗺𝗯𝗶𝗼 𝗱𝗶 𝗽𝗮𝘀𝘀𝗼 𝗻𝗲𝗹 𝗺𝗼𝗱𝗼 𝗶𝗻 𝗰𝘂𝗶 𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮̀ 𝘃𝗶𝗲𝗻𝗲 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗮𝘁𝗮 𝗲 𝘁𝗿𝗮𝘀𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝘁𝗮.

𝖨𝗅 𝖽𝗂𝗋𝗂𝗍𝗍𝗈 𝖺𝗅𝗅𝖺 𝗌𝖺𝗅𝗎𝗍𝖾 𝗋𝗂𝗀𝗎𝖺𝗋𝖽𝖺 𝗍𝗎𝗍𝗍𝖾 𝖾 𝗍𝗎𝗍𝗍𝗂, 𝖾 𝗅𝖺 𝖼𝗋𝗂𝗌𝗂 𝖼𝗅𝗂𝗆𝖺𝗍𝗂𝖼𝖺 𝖺𝗆𝗉𝗅𝗂𝖿𝗂𝖼𝖺 𝗅𝖾 𝖽𝗂𝗌𝗎𝗀𝗎𝖺𝗀𝗅𝗂𝖺𝗇𝗓𝖾: 𝗇𝗈𝗇 𝗍𝗎𝗍𝗍𝗂 𝖺𝖻𝖻𝗂𝖺𝗆𝗈 𝗀𝗅𝗂 𝗌𝗍𝖾𝗌𝗌𝗂 𝗌𝗍𝗋𝗎𝗆𝖾𝗇𝗍𝗂 𝗉𝖾𝗋 𝖺𝖿𝖿𝗋𝗈𝗇𝗍𝖺𝗋𝖾 𝗀𝗅𝗂 𝖾𝗏𝖾𝗇𝗍𝗂 𝖾𝗌𝗍𝗋𝖾𝗆𝗂 𝖼𝗁𝖾 𝖽𝖺 𝖺𝗅𝖼𝗎𝗇𝗂 𝖺𝗇𝗇𝗂 𝖼𝗈𝗅𝗉𝗂𝗌𝖼𝗈𝗇𝗈 𝖺𝗅 𝗋𝖾𝗀𝗂𝗈𝗇𝖾, 𝖼𝗈𝗆𝖾 𝖼𝖺𝗅𝖽𝗈 𝗍𝗈𝗋𝗋𝗂𝖽𝗈 𝖾 𝖺𝗅𝗅𝗎𝗏𝗂𝗈𝗇𝗂. 𝗦𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗶 𝗱𝗮𝘁𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗶𝗮𝘁𝘁𝗮𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮 𝗱𝗶 𝗺𝗼𝗻𝗶𝘁𝗼𝗿𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗲𝘂𝗿𝗼𝗽𝗲𝗮 𝗘𝘂𝗿𝗼𝗠𝗢𝗠𝗢, , 𝗋𝗂𝗉𝗋𝖾𝗌𝗂 𝗂𝗇 𝖨𝗍𝖺𝗅𝗂𝖺 𝖽𝖺 𝐈𝐥 𝐌𝐚𝐧𝐢𝐟𝐞𝐬𝐭𝐨, 𝗅𝖾 𝗈𝗇𝖽𝖺𝗍𝖾 𝖽𝗂 𝖼𝖺𝗅𝗈𝗋𝖾 𝖾𝗌𝗍𝗋𝖾𝗆𝗈 𝗋𝖾𝗀𝗂𝗌𝗍𝗋𝖺𝗍𝖾 𝖺 𝗉𝖺𝗋𝗍𝗂𝗋𝖾 𝖽𝖺 𝖿𝗂𝗇𝖾 𝗉𝗋𝗂𝗆𝖺𝗏𝖾𝗋𝖺 𝟤𝟢𝟤𝟨 𝗁𝖺𝗇𝗇𝗈 𝗉𝗋𝗈𝗏𝗈𝖼𝖺𝗍𝗈 𝗈𝗅𝗍𝗋𝖾 𝟣𝟨.𝟢𝟢𝟢 𝖽𝖾𝖼𝖾𝗌𝗌𝗂 𝗂𝗇 𝖾𝖼𝖼𝖾𝗌𝗌𝗈 𝗂𝗇 𝖤𝗎𝗋𝗈𝗉𝖺 𝗋𝗂𝗌𝗉𝖾𝗍𝗍𝗈 𝖺𝗅𝗅𝖾 𝗆𝖾𝖽𝗂𝖾 𝗌𝗍𝗈𝗋𝗂𝖼𝗁𝖾
[...]

👇👇👇𝑸𝑼𝑰 𝒊𝒍 𝒍𝒊𝒏𝒌 𝒂𝒍𝒍𝒂 𝒗͟𝒆͟𝒓͟𝒔͟𝒊͟𝒐͟𝒏͟𝒆͟ ͟𝒊͟𝒏͟𝒕͟𝒆͟𝒈͟𝒓͟𝒂͟𝒍͟𝒆͟ 𝒅𝒆𝒍 𝒏𝒐𝒔𝒕𝒓𝒐 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒓𝒗𝒆𝒏𝒕𝒐👇👇👇:
https://drive.google.com/file/d/1FFUEjUcCNbEFl4oXhk4rlQBOEoMFcrJe/view?usp=sharing

𝖫𝖺 𝗏𝖾𝗋𝗍𝖾𝗇𝗓𝖺 𝖽𝖾𝗅 𝖡𝗈𝗌𝖼𝗈 𝖽𝗂 𝗈𝗌𝗉𝗂𝗓𝗂𝗈 𝗆𝖾𝗍𝗍𝖾 𝗂𝗇 𝖼𝖺𝗆𝗉𝗈 𝗍𝗎𝗍𝗍𝖺 𝗎𝗇𝖺 𝗊𝗎𝖾𝗌𝗍𝗂𝗈𝗇𝖾 𝗉𝗈𝗅𝗂𝗍𝗂𝖼𝖺: 𝖼𝗁𝗂 𝖽𝖾𝖼𝗂𝖽𝖾 𝗅𝖺 𝗍𝗋𝖺𝗌𝖿𝗈𝗋𝗆𝖺𝗓𝗂𝗈𝗇𝖾 𝗎𝗋𝖻𝖺𝗇𝖺, 𝖼𝗈𝗇 𝗊𝗎𝖺𝗅𝗂 𝗉𝗋𝗂𝗈𝗋𝗂𝗍𝖺̀ 𝖾 𝗊𝗎𝖺𝗅𝖾 𝗉𝖾𝗌𝗈 𝖺𝗍𝗍𝗋𝗂𝖻𝗎𝗂𝗌𝖼𝖾 𝖺𝗅𝗅𝖺 𝗌𝖺𝗅𝗎𝗍𝖾, 𝖺𝗅𝗅'𝖺𝗆𝖻𝗂𝖾𝗇𝗍𝖾 𝖾 𝖺𝗀𝗅𝗂 𝗂𝗇𝗍𝖾𝗋𝖾𝗌𝗌𝗂 𝖾𝖼𝗈𝗇𝗈𝗆𝗂𝖼𝗂.
𝖲𝗎 𝗊𝗎𝖾𝗌𝗍𝗈 𝗇𝗈𝗂 𝖺𝖻𝖻𝗂𝖺𝗆𝗈 𝗅𝖾 𝗂𝖽𝖾𝖾 𝗆𝗈𝗅𝗍𝗈 𝖼𝗁𝗂𝖺𝗋𝖾: 𝗀𝗂𝗎𝗌𝗍𝗂𝗓𝗂𝖺 𝖺𝗆𝖻𝗂𝖾𝗇𝗍𝖺𝗅𝖾 𝖾 𝗀𝗂𝗎𝗌𝗍𝗂𝗓𝗂𝖺 𝗌𝗈𝖼𝗂𝖺𝗅𝖾 𝗏𝖺𝗇𝗇𝗈 𝗂𝗇𝗌𝗂𝖾𝗆𝖾.
𝑷𝒐𝒕𝒆𝒓𝒆 𝒂𝒍 𝑷𝒐𝒑𝒐𝒍𝒐! 𝗿𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗮𝗹 𝗳𝗶𝗮𝗻𝗰𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹'𝗔𝘀𝘀𝗲𝗺𝗯𝗹𝗲𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗕𝗼𝘀𝗰𝗼 𝗱𝗶 𝗢𝘀𝗽𝗶𝘇𝗶𝗼 𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝘂𝗮 𝗯𝗮𝘁𝘁𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗳𝗲𝗿𝗺𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗽𝗿𝗼𝗴𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗖𝗼𝗻𝗮𝗱 𝗲 𝗿𝗲𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝗶𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗕𝗼𝘀𝗰𝗼 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮̀.



Potere al Popolo
Potere al Popolo Emilia-Romagna

07/08/2026

ESTATE ITALIANA

Negli anni Novanta ho fatto diverse stagioni a raccogliere cipolle in estate. Era un lavoro duro: otto ore sotto il sole, il thermos di acqua fresca da cui bere a intervalli regolari, le lunghe pause per evitare la canicola del primo pomeriggio. Ricordo ancora perfettamente cosa significasse riprendere il lavoro quando il caldo non aveva ancora mollato la presa.

Forse è anche per questo che mi ha colpito così tanto la notizia di un ragazzo di diciannove anni morto dopo essersi sentito male mentre raccoglieva pomodori in un campo del Cremonese.

Si chiamava Marian.

Ho provato in questi giorni a capire qualcosa di più della sua storia e delle circostanze della sua morte, ma a quasi una settimana di distanza sappiamo ancora molto poco. Non conosciamo le cause definitive del malore, non è stato reso pubblico l’esito dell’autopsia, sappiamo che risultava regolarmente assunto, ma poco o nulla sull’organizzazione concreta del suo lavoro, sugli orari, sulle pause, sulla struttura dei rapporti tra i diversi soggetti coinvolti.

Una morte mentre si lavora in un campo di pomodori fa poco rumore. E un ragazzo di diciannove anni che lavora di domenica, sotto il sole di agosto, corrisponde poco all’immagine del “maranza”, nuovo spauracchio delle nostre città, o a quella altrettanto comoda del giovane viziato che passa le giornate sul divano e non ha voglia di lavorare.

Prima che Marian diventi semplicemente una statistica, però, vale forse la pena provare a guardare attraverso questa storia uno squarcio della nostra estate italiana.

Non sappiamo se Marian sia morto per il caldo o per altre ragioni, e sarebbe sbagliato attribuire responsabilità che oggi nessuno è in grado di dimostrare. Ma la formula “era regolarmente assunto” non può nemmeno chiudere ogni riflessione sulle condizioni del lavoro.

Chi ha lavorato nei campi sa che tra ciò che è scritto in una norma o in un contratto e quello che accade concretamente durante una giornata di lavoro può esserci molta distanza. La possibilità di fermarsi quando il caldo diventa insopportabile non dipende soltanto dall’esistenza di un’ordinanza: dipende anche dal rapporto che hai con chi organizza il lavoro, dalla stabilità del tuo contratto, dalla possibilità di dire di no a una richiesta senza temere che quella sia l’ultima giornata in cui vieni chiamato.

Non so se nulla di tutto questo riguardasse Marian. So però che questi meccanismi esistono.

Ricordo di avere visto persone sentirsi male alla ripresa del turno pomeridiano. Ricordo che nei periodi più caldi si arrivava già stanchi al lavoro, soprattutto quando a casa non c’era un ambiente fresco in cui recuperare. Ricordo che, se c’era un lotto da finire o un’urgenza, i ritmi potevano aumentare, poteva capitare di iniziare un po’ prima o di fermarsi un po’ di più.

Ed è proprio qui che la storia di un ragazzo di diciannove anni incontra una questione molto più grande.

Il mercato del lavoro è diventato più feroce, soprattutto per chi è giovane e dispone di poco potere contrattuale. E contemporaneamente sta diventando più feroce anche il clima.

Il pomodoro da industria è una delle colture caratteristiche del nostro territorio e dovrà fare i conti sempre di più con estati calde e siccitose, disponibilità d’acqua meno prevedibile, competizione crescente per la risorsa idrica e costi produttivi maggiori. Non è una previsione astratta: già oggi vengono finanziati progetti per adattare questa coltura al cambiamento climatico, ridurre lo stress idrico e utilizzare l’acqua in maniera più efficiente.

E allora la domanda diventa inevitabile: chi pagherà il costo dell’adattamento?

Può pagarlo la filiera, cambiando tecniche agricole, tempi di produzione, organizzazione del lavoro e distribuzione dei profitti.

Può farsene carico anche il sistema pubblico, attraverso investimenti, ricerca, infrastrutture, controlli e sostegno alle trasformazioni necessarie.

Oppure possiamo scegliere la strada più semplice: lasciare che una parte del conto venga pagata dall’ambiente, consumando una risorsa sempre più preziosa come l’acqua, e un’altra dai lavoratori, continuando a organizzare il lavoro come se le estati di oggi fossero ancora quelle di trent’anni fa.

Non so ancora perché sia morto Marian.

So che aveva diciannove anni e che domenica pomeriggio stava lavorando in un campo di pomodori.

E forse, prima che la sua storia scompaia definitivamente dalle pagine dei giornali, vale la pena fermarsi almeno un momento a guardare questa estate italiana da quel campo.

31/07/2026

Il nostro intervento alla assemblea in solidarietà al Fronte della Gioventù Comunista per l'attacco alla loro sede politica.
Contro una politica della paura è necessario portare avanti una politica del coraggio che sappia seminare e fare crescere una pianta sana e forte.
La democrazia non è un rito elettorale, è il presidio dei nostri diritti.
Abbiamo visto l'autunno scorso e lo vediamo ogni volta che scendiamo in piazza come la narrazione che fanno di noi è strumentale a trovare e colpevolizzare un nemico interno.
L'unica strada che abbiamo è quella di continuare a concentrarci sui problemi reali e trovare insieme soluzioni per una vera alternativa.

QUANDO IL NEMICO ESCE DALLO SCHERMOPotere al Popolo Parma esprime piena solidarietà e vicinanza al Fronte Comunista e al...
28/07/2026

QUANDO IL NEMICO ESCE DALLO SCHERMO

Potere al Popolo Parma esprime piena solidarietà e vicinanza al Fronte Comunista e al Fronte della Gioventù Comunista per i due tentativi di incendio che hanno colpito la loro sede.

Sono fatti gravi che dovrebbero obbligare tutti a riflettere sul clima politico che si sta costruendo anche nella nostra città. Da settimane non ci si limita più a contestare le idee dell’avversario. Si mette in discussione la sua stessa legittimità a esistere nello spazio pubblico: diventa un nemico, un «anti-italiano», qualcuno da isolare, disprezzare e indicare alla pubblica ostilità.

Chiedere giustizia per un uomo morto durante un intervento delle forze dell’ordine diventa «difendere i delinquenti» e «sputare sulle divise». Un presidio pacifico a Parma viene sovrapposto agli scontri avvenuti a Bologna. Partecipare a quella manifestazione può significare ritrovarsi esposti alla gogna social da un consigliere comunale come Priamo Bocchi, che ritaglia dal video i primi piani di ragazze e ragazzi appena ventenni e li consegna a una bacheca popolata da insulti sull’aspetto, sull’intelligenza, sulla salute mentale e persino sulle loro famiglie.

Alcuni di quei giovani appartengono proprio al FGC.

Non sappiamo chi abbia tentato di incendiare la sede né con quale motivazione. Sarebbe irresponsabile stabilire un rapporto diretto che oggi non è dimostrato. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile fingere che le parole, le immagini selezionate e la costruzione ossessiva del nemico non producano alcuna conseguenza fuori dallo schermo. Si tratta del solito vecchio espediente di una classe dirigente incapace di affrontare i problemi reali: offrire un bersaglio comodo sul quale scaricare la frustrazione prodotta dai propri fallimenti.

Prima «rimandiamoli a casa loro», poi il «blocco navale», quindi una successione di decreti sicurezza costruiti per inseguire la cronaca e i consensi. Poiché i problemi non cambiano di una virgola, si rilancia con la deportazione di massa ribattezzata con una parola appena più potabile.

Ogni fallimento viene curato con una dose più alta dello stesso proclama. Quando la realtà smentisce una promessa, non si cambia politica: si alza la voce e si rende il nemico ancora più mostruoso.

Non sappiamo quanto a lungo questo gioco possa funzionare. Sappiamo però che le sue conseguenze sociali possono essere molto serie, e i fatti di questi giorni dovrebbero rappresentare un limite invalicabile per chiunque abbia una responsabilità pubblica.

Nei prossimi mesi, in piazza e sui media, dovremo affrontare ancora falsità, odio, provocazioni. Dovremo essere capaci di contrastarli senza adeguarci allo stile Bocchi.

Non per educazione o per bontà d’animo, ma perché a noi interessa affrontare e risolvere i problemi. Non avanzare di uno zero virgola nei sondaggi lasciandoci dietro una città più impaurita, più divisa e più incattivita.

Ci vediamo giovedì 30 all'assemblea pubblica in Piazzale Inzani alle 19.

Rilanciamo il comunicato del Centro Antiviolenza di Parma che ha subito due danneggiamenti in pochi giorni, durante i qu...
26/07/2026

Rilanciamo il comunicato del Centro Antiviolenza di Parma che ha subito due danneggiamenti in pochi giorni, durante i quali sono stati portati via computer e cellulari.

Il Centro Antiviolenza è un presidio territoriale importantissimo, uno spazio sicuro di ascolto che per molte donne rappresenta un passo fondamentale nel percorso di uscita dalla violenza.
Nel corso degli anni ha supportato centinaia di donne, dimostrazione del fatto che la violenza di genere ha radici strutturali e che in questi termini va combattuta.
Non con il punitivismo e proclami simbolici ma con interventi strutturali, educazione, rafforzamento delle reti e dei servizi, supporto materiale.

Grazie per il lavoro spesso invisibile che portate avanti sul territorio.

Riportiamo di seguito l'iban del Centro per chi volesse contribuire con una donazione
IBAN
IT89I0306912765000000034400

Nello scorso fine settimana per ben due volte qualcuno ha “violato” gli spazi del Centro Antiviolenza lasciando molti danni e portando via cose necessarie al nostro lavoro (cellulari. computer) e, forse, sperando di generare timore, paura e sconforto tra di noi.

In questi giorni il nostro lavoro è ripreso, come sempre, ma anche con più forza e determinazione. Il Centro Antiviolenza ha ripreso ad accogliere donne come sempre: gratuitamente ed in anonimato, senza giudizio e credendo, sempre alle loro parole.

In tante/i ci avete scritto per esprimere la vostra vicinanza e sostegno, qualcuna/o ci ha già concretamente aiutato ed a tutte/i esprimiamo la nostra profonda gratitudine, la nostra riconoscenza per la vostra vicinanza anche in questa circostanza e per aver sostenuto con tanta forza il nostro lavoro.

Grazie ancora a chi vorrà continuare ad aiutarci e sostenerci in ogni modo perchè per noi, come per le donne che accompagniamo nei percorsi di uscita dalla violenza, è importante sapere di non essere sole.

Per chi volesse contribuire con un piccolo sostegno il ns IBAN: IT89 I030 6912 7650 0000 0034 400

Indirizzo

Via Ildebrando Cocconi 31/b
Parma
43122

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