Paola Fioroni

Paola Fioroni LA TUA OPINIONE È IMPORTANTE
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02/06/2026
Leggo alcune dichiarazioni del Sindaco di Perugia   sulle città… sul fatto che debbano essere luoghi sicuri per bambini ...
30/05/2026

Leggo alcune dichiarazioni del Sindaco di Perugia sulle città… sul fatto che debbano essere luoghi sicuri per bambini ed adolescenti, e che le scuole debbano altresì essere luoghi di educazione e crescita

Ma il Sindaco lo sa come viviamo a Perugia?

I parchi e le zone verdi di cui parla , non sono luoghi dove portare i bambini se ci sono rifiuti e siringhe

C’è una distanza evidente tra la narrazione dei grandi progetti rigenerazione urbana, PINQUA, città verde, parchi come luoghi di comunità e le segnalazioni che arrivano dai cittadini su giochi rotti, panchine degradate, illuminazione, incuria, sosta selvaggia e percezione di insicurezza.

Ma lo sa che dobbiamo ancora accompagnare i nostri figli a prendere un treno perché abbiamo paura di lasciarli a Fontivegge?
Ma lo sa il Sindaco che i nostri figli hanno paura ad andare in centro per il perpetrarsi di rapine e violenze?

Ma lo sa il Sindaco che le scuole non possono essere fucine di cittadini liberi se andiamo ad indottrinarli, come ha fatto lei con la sua maggioranza, o imponiamo le teorie woke?
Ma un pochino di realtà oltre la retorica, oltre le passeggiate di notte per i cantieri di Centova, ce la meritiamo?


Immagine creata con l’AI… solo l’immagine 😊

Soddisfatta di aver partecipato alla stesura di questo atto e di aver dato il mio contributo anche in CommissioneRingraz...
26/05/2026

Soddisfatta di aver partecipato alla stesura di questo atto e di aver dato il mio contributo anche in Commissione
Ringrazio e tutti i Consiglieri di opposizione ,per averci creduto e averlo portato ad approvazione
Un passo importante per Perugia e la nostra Regione per riconoscere un ruolo, quello del caregiver, che deve avere supporti, pari opportunità e tutele

Il voto unanime dell'aula sostiene chi assiste i disabili La massima assemblea cittadina del capoluogo umbro ha espresso un voto compatto a favore delle persone [Leggi ancora]

NON SE NE PUÒ PIÙ DELLA SCHIZOFRENIA DELLA SINISTRA….NEUROCHIRURGIA, QUANDO L’ACCORDO LO FECE DONATELLA TESEI ERA UN “DE...
20/05/2026

NON SE NE PUÒ PIÙ DELLA SCHIZOFRENIA DELLA SINISTRA….

NEUROCHIRURGIA, QUANDO L’ACCORDO LO FECE DONATELLA TESEI ERA UN “DEPOTENZIAMENTO”. OGGI È UN “MODELLO VIRTUOSO”.

Leggo oggi toni trionfalistici sulla Struttura Complessa Interaziendale di Neurochirurgia Perugia-Terni, definita addirittura un modello virtuoso di integrazione regionale, punto di riferimento nazionale per l’alta specialità neurochirurgica.

Bene. Anzi, benissimo.

Perché significa che quella scelta, allora tanto contestata, oggi viene riconosciuta per ciò che era: una riorganizzazione seria, coraggiosa, capace di mettere insieme competenze, tecnologie, professionalità e percorsi di cura tra Perugia e Terni.

Ma allora una domanda è inevitabile: quando la Giunta Tesei decise questo accorpamento, dov’era tutto questo entusiasmo?

All’epoca si gridava al depotenziamento di Perugia.
Si parlava di perdita di eccellenze…
Si insinuava che la Regione volesse tagliare, ridurre, smantellare….
Si alimentavano paure invece di guardare al merito della scelta….
Andatevi a vedere le rassegne stampa

Oggi, invece, la stessa impostazione viene raccontata come una sanità pubblica che investe, innova e mette al centro le persone.

E allora diciamolo con chiarezza: quando una scelta funziona, non cambia natura solo perché cambia chi la racconta.

Se oggi la Neurochirurgia interaziendale può vantare oltre 1.700 interventi chirurgici, più di 6.000 prestazioni ambulatoriali, tecnologie avanzate a Terni e Perugia, percorsi multidisciplinari come NeuroCARE e aggiornamenti dei PDTA regionali, è perché è stata costruita una visione integrata della sanità umbra.

Una visione che non nasce oggi.
Una visione che qualcuno ha avuto il coraggio di impostare quando era molto più facile cavalcare la polemica.

Perugia e Terni non devono essere messe una contro l’altra.
La sanità umbra non cresce con i campanili, ma con reti forti, professionisti valorizzati, tecnologie diffuse e percorsi capaci di accompagnare davvero le persone.

Per questo fa piacere leggere oggi parole di apprezzamento. Ma sarebbe ancora più serio riconoscere che ciò che oggi viene celebrato era ieri ciò che veniva criticato.

La buona sanità non ha colore politico. Ma la coerenza sì.

E i cittadini hanno memoria.

Leggo oggi in post e comunicati stampa ancora la parola “disabili”.E credo sia necessario dirlo con chiarezza: non bisog...
13/05/2026

Leggo oggi in post e comunicati stampa ancora la parola “disabili”.

E credo sia necessario dirlo con chiarezza: non bisogna più usarla per definire le persone.

Perché “i disabili” mette davanti la condizione, non la persona.
Trasforma una caratteristica in un’identità totale. Riduce vite, storie, desideri, talenti e diritti dentro una parola che finisce per etichettare prima ancora di riconoscere.

Per questo dobbiamo dire “persone con disabilità”…prima viene la persona.
Prima viene il nome.
Prima viene la storia.
Prima vengono i desideri, le relazioni, i progetti di vita, la dignità.

La disabilità può far parte della vita di una persona, ma non può diventare l’unico modo per nominarla. Non può cancellare tutto il resto.

Chiedo a tutti ,istituzioni, politica, scuola, sanità, informazione, associazioni, cittadini ,di fare un passo culturale netto: smettiamo di usare “i disabili”. Usiamo “persone con disabilità”.

Non è una questione di forma.
È una questione di sostanza.

Oggi a Roma per presentare il Progetto Hḕphaistos(Ἥφαιστος) L’inclusione che genera Valore, nato in Umbria grazie alla r...
12/05/2026

Oggi a Roma per presentare il Progetto Hḕphaistos
(Ἥφαιστος)
L’inclusione che genera Valore, nato in Umbria grazie alla rete creata fra più soggetti del territorio

Il Progetto Hḕphaistos è iniziato qualche anno fa, nel 2023, quando mi coinvolse in questa intuizione, in questa idea coraggiosa, in questo percorso che allora era ancora un seme fragile, ma già pieno di futuro.

Ricordo bene quel momento.
Non si parlava solo di formazione.
Non si parlava solo di ore, di convenzioni, di tirocini, di competenze.
Si parlava di vita.
Si parlava del diritto di ogni ragazzo a non essere lasciato ai margini, a non essere accompagnato fino a un certo punto per poi essere consegnato al vuoto, a quel deserto formativo, relazionale e sociale che troppo spesso si apre dopo la conclusione del percorso scolastico.

Da lì siamo partiti.
Da una consapevolezza: l’inclusione non può essere una parola gentile da pronunciare nei convegni. Deve diventare un percorso concreto, misurabile, sostenibile, capace di generare opportunità vere.

E oggi, grazie alla sinergia tra la Regione Umbria, il Comune di Foligno , il Comune di Assisi, il Cnos Fap, il Liceo Classico F. Frezzi, l’Istituto Tecnico Tecnologico Leonardo Da Vinci, i docenti, gli insegnanti di sostegno, le famiglie e tutti coloro che hanno creduto in questa possibilità, possiamo dire che quel seme ha cominciato a germogliare.

Per l’anno scolastico 2024/2025 e 2025/2026, due studenti hanno potuto frequentare, in via sperimentale, il corso di Operatore della Ristorazione.
Due ragazzi hanno scelto di formarsi attraverso le ore di pcto e vedersi certificate le competenze acquisite

Qualcuno potrebbe dire: “solo due”.
Io credo invece che siano i primi due.

Perché spesso i grandi cambiamenti cominciano così: non con i numeri imponenti, ma con due nomi, due volti, due storie, due famiglie, due percorsi che dimostrano che un’altra strada è possibile.
Tutto ciò si inserisce a pieno nel Progetto di Vita, una sfida che il Ministro Alessandra Locatelli porta avanti con determinazione e coraggio

Speriamo sarà possibile replicare il percorso in più territori per più ragazzi e poter garantire anche un anno ponte dopo la fine del ciclo scolastico che, con un tirocinio in situazione, consolidi professionalità e competenze

Essere mamma non è un ruolo.È un modo di stare al mondo.Io l’ho capito guardando crescere Flavio e Diletta: due vite div...
10/05/2026

Essere mamma non è un ruolo.
È un modo di stare al mondo.

Io l’ho capito guardando crescere Flavio e Diletta: due vite diverse, due universi irripetibili, due strade che ogni giorno mi insegnano che amare non significa trattenere, ma accompagnare; non significa proteggere da tutto, ma dare radici abbastanza forti perché possano cercare il loro cielo.

Una madre non ha sempre le risposte, non ha il libretto delle istruzioni ed impara ogni giorno
Essere madre è imparare che i figli non ci appartengono, ma cambiano lo sguardo, ci spostano il cuore e ce lo riempiono

E allora oggi penso a tutte le mamme.
A quelle forti e a quelle stanche.
A quelle che corrono, aspettano, consolano, ricominciano.
A quelle che hanno figli piccoli e a quelle che li guardano ormai camminare nel mondo.
A quelle che custodiscono figli più fragili con una forza che spesso nessuno vede.
A quelle che continuano ad amare anche nell’assenza, perché l’amore di una madre non conosce confini, nemmeno quelli del tempo.

Per me questa giornata ha due nomi: Flavio e Diletta.
Sono loro la mia festa, la mia misura dell’amore, la mia parte più vera.

A tutte le mamme, “presenti e future”, auguro di sentirsi viste, riconosciute, abbracciate.
Non solo oggi, ma ogni giorno.

Le persone con disabilità non sono metafore da usare nei talk show.Non sono immagini da piegare alla polemica politica d...
09/05/2026

Le persone con disabilità non sono metafore da usare nei talk show.
Non sono immagini da piegare alla polemica politica del momento.
Non sono esistenze da valutare sulla base della produttività, dell’autonomia fisica, della capacità di camminare, correre, stare in piedi o “fare” secondo i parametri di una società che troppo spesso misura il valore delle persone con criteri sbagliati.

Una vita in sedia a rotelle non è una vita inutile.
La vita di una persona con disabilità non è una vita minore…non perde dignità, senso, valore, bellezza.

Il vero problema non è la disabilità.
Il vero problema è lo sguardo di chi continua a considerarla una diminuzione della persona.

Proprio mentre parliamo di Progetto di Vita, di desideri, di talenti, di inclusione, di diritto alla formazione, di lavoro, di piena partecipazione sociale, parole come queste ci ricordano quanta strada culturale ci sia ancora da fare.

Perché l’inclusione non si costruisce solo con le leggi…
Si costruisce anche con il linguaggio.
Con il rispetto.
Con la capacità di non ridurre mai una persona alla sua condizione.

Chi vive una disabilità, chi ogni giorno affronta barriere fisiche, sociali, culturali e burocratiche, non ha bisogno di compassione.
Ha bisogno di diritti, opportunità, sostegni, accessibilità, lavoro, formazione, riconoscimento.
E soprattutto ha diritto a non sentirsi dire, nemmeno indirettamente, che la propria vita possa essere considerata inutile.
La dignità umana non è negoziabile.
Non dipende dalla salute, dalla forza, dall’efficienza, dalla velocità, dalla produttività.

Dipende semplicemente dall’essere persona.

E ogni persona, sempre, ha un valore infinito.

Per questo oggi serve una risposta chiara: la disabilità non è un insulto, non è una metafora negativa, non è il simbolo di una vita spenta.

La disabilità è parte della condizione umana.
E una società davvero civile non misura le persone da ciò che manca, ma da ciò che sono, da ciò che possono diventare, da ciò che possono donare se messe nelle condizioni di farlo.

Le parole feriscono.
Ma possono anche svegliare le coscienze.

La politica, il giornalismo, le istituzioni e la società tutta hanno il dovere di cambiare linguaggio.
Perché cambiare le parole è il primo passo per cambiare lo sguardo.

🔺 1 MAGGIOLavoro e disabilità: altri 25 milioni per trasformare l’inclusione in opportunità vereNel giorno in cui si cel...
30/04/2026

🔺 1 MAGGIO
Lavoro e disabilità: altri 25 milioni per trasformare l’inclusione in opportunità vere

Nel giorno in cui si celebra il valore del lavoro, arriva una notizia importante e concreta: il Ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli ha annunciato lo stanziamento di di euro per l’inclusione delle persone con disabilità per sostenere l’assunzione stabile di giovani con disabilità.

La misura prevede nuovi incentivi per gli Enti del Terzo Settore che assumeranno a tempo indeterminato persone con disabilità fino a 35 anni di età, con contratti stipulati dalla data di adozione del decreto fino al 30 settembre 2026.

È un intervento che non nasce dal nulla, ma prosegue un percorso già avviato nel 2023, quando erano state stanziate risorse per favorire l’assunzione stabile di giovani con disabilità under 35. Una misura che ha prodotto risultati importanti, con 1.000 giovani assunti a tempo indeterminato, e che oggi viene rafforzata con nuove risorse.

Perché parlare di inclusione significa anche questo: rendere possibile l’autonomia, costruire occasioni reali, aprire porte nel mondo del lavoro, riconoscere talenti e capacità oltre ogni etichetta.

Perugia…la nostra città sospesa fra no ideologici e propaganda…C’è un tratto che, ormai, appare sempre più evidente nell...
29/04/2026

Perugia…la nostra città sospesa fra no ideologici e propaganda…

C’è un tratto che, ormai, appare sempre più evidente nell’azione dell’amministrazione comunale di Perugia: un attendismo diffuso, quasi sistematico, che attraversa molti dei dossier più importanti per la città.
Un “ no” impresso in ogni decisione che abbia un vero senso non di retorica ma di concretezza.

Lo vediamo sulle grandi infrastrutture, lo vediamo sulla manutenzione della città, sulla rigenerazione urbana, lo vediamo sulla sicurezza, lo vediamo nelle politiche familiari. Lo vediamo, soprattutto, in un modo di governare che sembra più preoccupato di marcare una distanza ideologica dal passato che di dare risposte concrete ai cittadini.

Perugia non ha bisogno di una politica che si limiti a prendere tempo. Non ha bisogno di amministratori che trasformano ogni scelta in una narrazione, ogni difficoltà in un alibi, ogni confronto in uno scontro identitario. Perugia ha bisogno di decisioni, di coraggio, di continuità amministrativa quando serve, di capacità di innovare senza cancellare, di visione senza propaganda.

E invece, troppo spesso, assistiamo a un’amministrazione che pare muoversi secondo una logica precisa: cambiare strada rispetto al passato quando quel passato non appartiene alla propria parte politica, soprattutto se su quel tema si intravede un risvolto ideologico; ma, al tempo stesso, mantenere e utilizzare le progettualità ereditate quando queste portano risorse, finanziamenti, opere, bilanci già costruiti e risultati da poter comunicare.

È una contraddizione evidente. Da un lato si tenta di riscrivere tutto, quasi che la storia amministrativa della città sia cominciata oggi. Dall’altro si gode dei frutti di ciò che è stato programmato, finanziato, impostato e costruito prima.

Il Nodo di Perugia è uno degli esempi più chiari di questa incertezza. Da anni si discute di un’opera strategica per alleggerire il traffico, rendere più sicuro il sistema viario, separare i flussi locali da quelli nazionali, dare respiro a un’area congestionata e fondamentale come quella di Ponte San Giovanni. Il cosiddetto Nodino non è mai stato pensato come un’opera isolata, ma come il primo passo di una visione più ampia.

Eppure oggi, ancora una volta, sembra prevalere il sospetto, il rinvio, l’ambiguità. Un’ambiguita’ che per il PD significa un’altalena fra sì e no.
Si parla, si valuta, si mette in discussione, ma intanto la città resta ferma. Si tenta persino di cambiare il nome alle cose, quasi che chiamare il Nodo una “bretella” bastasse a modificarne la natura, il valore strategico o la necessità per Perugia. Ma le opere pubbliche non cambiano sostanza cambiando etichetta. E i problemi del traffico, della sicurezza viaria e della congestione non si risolvono con i giochi lessicali.

Una città ferma paga un prezzo altissimo. Lo pagano i cittadini bloccati nel traffico, lo pagano le imprese, lo pagano i pendolari, lo paga la competitività dell’intero territorio. Naturalmente ogni opera può e deve essere valutata, migliorata, accompagnata da attenzione ambientale e territoriale. Ma una cosa è migliorare, un’altra è paralizzare.

Lo stesso vale per Monteluce, una ferita ancora aperta nella storia urbana di Perugia. Un’area che avrebbe dovuto rappresentare una grande occasione di rigenerazione e che invece è diventata per anni il simbolo di una vicenda complessa, pesante, segnata da errori, ritardi e conseguenze economiche enormi per la città e per la Regione. Oggi, sulla Casa della Comunità di Monteluce, servirebbero chiarezza, determinazione e una presa in carico forte, non solo quando si scuote l’amministrazione regionale e comunale.Servirebbe dire ai cittadini a che punto siamo, quali sono i tempi, quali sono gli impegni, quali sono gli ostacoli, come si intende superarli.

Perché Monteluce non può essere ancora una volta il luogo delle promesse sospese.

La sicurezza poi non è uno slogan di parte. È un diritto. È la condizione minima perché una comunità possa vivere liberamente i propri spazi, perché gli anziani possano uscire senza timore, perché i ragazzi possano frequentare la città, perché le famiglie possano sentirsi protette, perché i commercianti possano lavorare. Servono controllo del territorio, illuminazione, manutenzione urbana, presidio sociale, collaborazione istituzionale, politiche di prevenzione e interventi decisi contro degrado e illegalità. Ma soprattutto serve riconoscere il problema, non negarlo.

E questo atteggiamento di rimozione o di riscrittura della realtà lo abbiamo visto anche sulle politiche familiari.

Qui si è arrivati a qualcosa che considero molto grave. Associazioni di famiglie, realtà sociali, soggetti del territorio hanno espresso le proprie esigenze, le proprie valutazioni, le proprie preoccupazioni rispetto alle scelte della Giunta Ferdinandi. Hanno fatto ciò che in una democrazia viva dovrebbe essere considerato non solo legittimo, ma prezioso: hanno partecipato, hanno parlato, hanno chiesto ascolto, hanno rappresentato bisogni reali.

E invece, di fronte a queste voci, si è assistito a un atteggiamento che raramente avevamo visto nella politica cittadina: aggressione, delegittimazione, critica dura non sul merito delle proposte, ma quasi sulla legittimità stessa di quelle associazioni a prendere parola. Come se il dissenso, quando non coincide con la narrazione dell’amministrazione, diventasse automaticamente fastidio. Come se le famiglie fossero ascoltate solo quando applaudono e diventassero un problema quando chiedono risposte diverse.

Questo è un punto politico enorme.

Perché una comunità amministrata bene non divide i corpi intermedi tra amici e nemici. Non trasforma le associazioni in portatori di consenso quando sono utili e in avversari quando sollevano criticità. Non confonde il consenso con l’interesse generale. Non ascolta solo chi conferma la linea già decisa. Le associazioni familiari non sono comparse in una rappresentazione politica. Sono luoghi di vita, di fatica, di esperienza, di bisogni concreti. Meritano rispetto, anche quando pongono domande scomode.

E qui emerge un altro nodo profondo: la tendenza a inseguire nuove e vecchie esigenze di portatori di consenso, più che di portatori di interesse. È una differenza decisiva. I portatori di interesse rappresentano bisogni, competenze, esperienze, problemi reali. I portatori di consenso, invece, diventano spesso interlocutori privilegiati non perché rappresentino necessariamente una priorità oggettiva per la città, ma perché servono a consolidare una narrazione politica, un posizionamento, un’identità.

Quando accade questo, la politica perde il suo senso più alto. Non è più governo del bene comune, ma gestione del consenso. Non è più ascolto autentico, ma selezione degli interlocutori. Non è più responsabilità, ma rappresentazione.

E allora tutto diventa retorica. Si parla di partecipazione, ma si ascolta davvero solo chi è allineato. Si parla di comunità, ma si marginalizza chi dissente. Si parla di inclusione, ma si delegittimano le associazioni che pongono domande. Si parla di cambiamento, ma spesso il cambiamento consiste solo nel cancellare ciò che è stato fatto prima, salvo poi utilizzare gli stessi fondi, gli stessi progetti, gli stessi risultati quando fanno comodo.

Questa non è la politica del bene comune. È una politica di proclami.

Una politica che ama le parole alte, ma fatica con gli atti concreti. Una politica che preferisce la bella retorica alla fatica della programmazione. Una politica che si compiace del linguaggio, ma spesso non dà risposte sui tempi, sui fondi, sulle responsabilità, sulle scelte operative. Una politica che sembra più impegnata a raccontare una discontinuità permanente che a governare davvero la complessità.

Una città capoluogo ha bisogno di una guida capace di decidere. Di assumersi il peso delle scelte. Di dire dei sì e dei no. Di dare tempi certi. Di non scaricare sempre sul passato ciò che non riesce a fare nel presente, salvo poi rivendicare ciò che dal passato riceve in eredità.

Il vero cambiamento non consiste nel demolire ciò che non porta la propria firma. Il vero cambiamento consiste nel far funzionare ciò che serve ai cittadini.

E i cittadini non chiedono narrazioni. Chiedono strade sicure, quartieri vivibili, opere realizzate, servizi funzionanti, famiglie ascoltate, tempi certi, amministratori presenti. Chiedono che le priorità della città vengano prima delle esigenze di posizionamento politico.

Perugia merita una politica adulta. Una politica che non abbia paura del confronto, che non aggredisca chi critica, che non delegittimi chi rappresenta bisogni, che non usi le associazioni come ornamento quando conviene e come bersaglio quando dissentono.

Merita una politica capace di distinguere tra consenso e interesse generale. Perché il consenso passa, l’interesse della città resta.

Oggi la domanda è semplice: quale idea di Perugia sta costruendo questa amministrazione?

Una Perugia che decide o una Perugia che attende?
Una Perugia che ascolta tutti o una Perugia che seleziona gli interlocutori in base alla convenienza politica?
Una Perugia che valorizza ciò che funziona, anche se viene dal passato, o una Perugia che cambia strada per ragioni ideologiche e poi si intesta le eredità ricevute?
Una Perugia che governa i problemi o una Perugia che li racconta con parole migliori?

Io credo che Perugia abbia bisogno di tutt’altro passo.

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Perugia

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