29/04/2026
Perugia…la nostra città sospesa fra no ideologici e propaganda…
C’è un tratto che, ormai, appare sempre più evidente nell’azione dell’amministrazione comunale di Perugia: un attendismo diffuso, quasi sistematico, che attraversa molti dei dossier più importanti per la città.
Un “ no” impresso in ogni decisione che abbia un vero senso non di retorica ma di concretezza.
Lo vediamo sulle grandi infrastrutture, lo vediamo sulla manutenzione della città, sulla rigenerazione urbana, lo vediamo sulla sicurezza, lo vediamo nelle politiche familiari. Lo vediamo, soprattutto, in un modo di governare che sembra più preoccupato di marcare una distanza ideologica dal passato che di dare risposte concrete ai cittadini.
Perugia non ha bisogno di una politica che si limiti a prendere tempo. Non ha bisogno di amministratori che trasformano ogni scelta in una narrazione, ogni difficoltà in un alibi, ogni confronto in uno scontro identitario. Perugia ha bisogno di decisioni, di coraggio, di continuità amministrativa quando serve, di capacità di innovare senza cancellare, di visione senza propaganda.
E invece, troppo spesso, assistiamo a un’amministrazione che pare muoversi secondo una logica precisa: cambiare strada rispetto al passato quando quel passato non appartiene alla propria parte politica, soprattutto se su quel tema si intravede un risvolto ideologico; ma, al tempo stesso, mantenere e utilizzare le progettualità ereditate quando queste portano risorse, finanziamenti, opere, bilanci già costruiti e risultati da poter comunicare.
È una contraddizione evidente. Da un lato si tenta di riscrivere tutto, quasi che la storia amministrativa della città sia cominciata oggi. Dall’altro si gode dei frutti di ciò che è stato programmato, finanziato, impostato e costruito prima.
Il Nodo di Perugia è uno degli esempi più chiari di questa incertezza. Da anni si discute di un’opera strategica per alleggerire il traffico, rendere più sicuro il sistema viario, separare i flussi locali da quelli nazionali, dare respiro a un’area congestionata e fondamentale come quella di Ponte San Giovanni. Il cosiddetto Nodino non è mai stato pensato come un’opera isolata, ma come il primo passo di una visione più ampia.
Eppure oggi, ancora una volta, sembra prevalere il sospetto, il rinvio, l’ambiguità. Un’ambiguita’ che per il PD significa un’altalena fra sì e no.
Si parla, si valuta, si mette in discussione, ma intanto la città resta ferma. Si tenta persino di cambiare il nome alle cose, quasi che chiamare il Nodo una “bretella” bastasse a modificarne la natura, il valore strategico o la necessità per Perugia. Ma le opere pubbliche non cambiano sostanza cambiando etichetta. E i problemi del traffico, della sicurezza viaria e della congestione non si risolvono con i giochi lessicali.
Una città ferma paga un prezzo altissimo. Lo pagano i cittadini bloccati nel traffico, lo pagano le imprese, lo pagano i pendolari, lo paga la competitività dell’intero territorio. Naturalmente ogni opera può e deve essere valutata, migliorata, accompagnata da attenzione ambientale e territoriale. Ma una cosa è migliorare, un’altra è paralizzare.
Lo stesso vale per Monteluce, una ferita ancora aperta nella storia urbana di Perugia. Un’area che avrebbe dovuto rappresentare una grande occasione di rigenerazione e che invece è diventata per anni il simbolo di una vicenda complessa, pesante, segnata da errori, ritardi e conseguenze economiche enormi per la città e per la Regione. Oggi, sulla Casa della Comunità di Monteluce, servirebbero chiarezza, determinazione e una presa in carico forte, non solo quando si scuote l’amministrazione regionale e comunale.Servirebbe dire ai cittadini a che punto siamo, quali sono i tempi, quali sono gli impegni, quali sono gli ostacoli, come si intende superarli.
Perché Monteluce non può essere ancora una volta il luogo delle promesse sospese.
La sicurezza poi non è uno slogan di parte. È un diritto. È la condizione minima perché una comunità possa vivere liberamente i propri spazi, perché gli anziani possano uscire senza timore, perché i ragazzi possano frequentare la città, perché le famiglie possano sentirsi protette, perché i commercianti possano lavorare. Servono controllo del territorio, illuminazione, manutenzione urbana, presidio sociale, collaborazione istituzionale, politiche di prevenzione e interventi decisi contro degrado e illegalità. Ma soprattutto serve riconoscere il problema, non negarlo.
E questo atteggiamento di rimozione o di riscrittura della realtà lo abbiamo visto anche sulle politiche familiari.
Qui si è arrivati a qualcosa che considero molto grave. Associazioni di famiglie, realtà sociali, soggetti del territorio hanno espresso le proprie esigenze, le proprie valutazioni, le proprie preoccupazioni rispetto alle scelte della Giunta Ferdinandi. Hanno fatto ciò che in una democrazia viva dovrebbe essere considerato non solo legittimo, ma prezioso: hanno partecipato, hanno parlato, hanno chiesto ascolto, hanno rappresentato bisogni reali.
E invece, di fronte a queste voci, si è assistito a un atteggiamento che raramente avevamo visto nella politica cittadina: aggressione, delegittimazione, critica dura non sul merito delle proposte, ma quasi sulla legittimità stessa di quelle associazioni a prendere parola. Come se il dissenso, quando non coincide con la narrazione dell’amministrazione, diventasse automaticamente fastidio. Come se le famiglie fossero ascoltate solo quando applaudono e diventassero un problema quando chiedono risposte diverse.
Questo è un punto politico enorme.
Perché una comunità amministrata bene non divide i corpi intermedi tra amici e nemici. Non trasforma le associazioni in portatori di consenso quando sono utili e in avversari quando sollevano criticità. Non confonde il consenso con l’interesse generale. Non ascolta solo chi conferma la linea già decisa. Le associazioni familiari non sono comparse in una rappresentazione politica. Sono luoghi di vita, di fatica, di esperienza, di bisogni concreti. Meritano rispetto, anche quando pongono domande scomode.
E qui emerge un altro nodo profondo: la tendenza a inseguire nuove e vecchie esigenze di portatori di consenso, più che di portatori di interesse. È una differenza decisiva. I portatori di interesse rappresentano bisogni, competenze, esperienze, problemi reali. I portatori di consenso, invece, diventano spesso interlocutori privilegiati non perché rappresentino necessariamente una priorità oggettiva per la città, ma perché servono a consolidare una narrazione politica, un posizionamento, un’identità.
Quando accade questo, la politica perde il suo senso più alto. Non è più governo del bene comune, ma gestione del consenso. Non è più ascolto autentico, ma selezione degli interlocutori. Non è più responsabilità, ma rappresentazione.
E allora tutto diventa retorica. Si parla di partecipazione, ma si ascolta davvero solo chi è allineato. Si parla di comunità, ma si marginalizza chi dissente. Si parla di inclusione, ma si delegittimano le associazioni che pongono domande. Si parla di cambiamento, ma spesso il cambiamento consiste solo nel cancellare ciò che è stato fatto prima, salvo poi utilizzare gli stessi fondi, gli stessi progetti, gli stessi risultati quando fanno comodo.
Questa non è la politica del bene comune. È una politica di proclami.
Una politica che ama le parole alte, ma fatica con gli atti concreti. Una politica che preferisce la bella retorica alla fatica della programmazione. Una politica che si compiace del linguaggio, ma spesso non dà risposte sui tempi, sui fondi, sulle responsabilità, sulle scelte operative. Una politica che sembra più impegnata a raccontare una discontinuità permanente che a governare davvero la complessità.
Una città capoluogo ha bisogno di una guida capace di decidere. Di assumersi il peso delle scelte. Di dire dei sì e dei no. Di dare tempi certi. Di non scaricare sempre sul passato ciò che non riesce a fare nel presente, salvo poi rivendicare ciò che dal passato riceve in eredità.
Il vero cambiamento non consiste nel demolire ciò che non porta la propria firma. Il vero cambiamento consiste nel far funzionare ciò che serve ai cittadini.
E i cittadini non chiedono narrazioni. Chiedono strade sicure, quartieri vivibili, opere realizzate, servizi funzionanti, famiglie ascoltate, tempi certi, amministratori presenti. Chiedono che le priorità della città vengano prima delle esigenze di posizionamento politico.
Perugia merita una politica adulta. Una politica che non abbia paura del confronto, che non aggredisca chi critica, che non delegittimi chi rappresenta bisogni, che non usi le associazioni come ornamento quando conviene e come bersaglio quando dissentono.
Merita una politica capace di distinguere tra consenso e interesse generale. Perché il consenso passa, l’interesse della città resta.
Oggi la domanda è semplice: quale idea di Perugia sta costruendo questa amministrazione?
Una Perugia che decide o una Perugia che attende?
Una Perugia che ascolta tutti o una Perugia che seleziona gli interlocutori in base alla convenienza politica?
Una Perugia che valorizza ciò che funziona, anche se viene dal passato, o una Perugia che cambia strada per ragioni ideologiche e poi si intesta le eredità ricevute?
Una Perugia che governa i problemi o una Perugia che li racconta con parole migliori?
Io credo che Perugia abbia bisogno di tutt’altro passo.