06/07/2026
𝐂𝐚𝐫𝐥𝐨 𝐅𝐚𝐥𝐯𝐞𝐥𝐥𝐚, 𝐢𝐥 𝐝𝐨𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚!
Ci sono storie che si leggono sui libri e altre che, senza averle vissute direttamente, finiscono per entrare nella propria vita attraverso le persone che si incontrano lungo il cammino. Per me, Carlo Falvella è una di queste.
Quando avevo appena ventiquattro anni, la morte di mio padre cambiò radicalmente il mio destino. Rilevai il suo centro servizi, dove si svolgevano pratiche di Patronato e CAF, trasformandolo nella sede zonale dell'UGL. Da quel momento iniziò il mio percorso sindacale: dapprima referente zonale di tutte le categorie UGL, poi responsabile provinciale della categoria dei Lavoratori Socialmente Utili e dei Lavoratori Atipici e, successivamente, dei BAIF, i Braccianti Agricoli e Idraulico-Forestali.
Fu proprio grazie a quell'esperienza che ebbi il privilegio di conoscere la famiglia Falvella.
Conobbi Stefano Falvella, operatore del Patronato ENAS UGL, con il quale mi confrontavo quotidianamente per le pratiche di patronato, ma soprattutto ebbi l'onore di collaborare con l'avvocato Filippo Falvella (detto Pippo), consulente della CISNAL prima e dell'UGL poi, uomo di straordinaria preparazione e profonda umanità, scomparso prematuramente il 19 novembre 2014.
Con Pippo ho condiviso tante battaglie sindacali. Mi aiutò concretamente nella costruzione della categoria dei lavoratori atipici insieme al Segretario Generale Provinciale Franco Bisogno. Ma i ricordi più intensi non riguardano il sindacato. Riguardano suo fratello Carlo.
Pippo parlava spesso di Carlo. Lo faceva con il dolore composto di un fratello che non aveva mai smesso di convivere con una ferita aperta. Attraverso i suoi racconti ho avuto quasi l'impressione di conoscerlo personalmente. Da allora rendere omaggio a Carlo Falvella ogni anno è diventato per me un dovere morale, prima ancora che politico.
Successivamente ebbi modo di conoscere anche Marco Falvella, presidente dell'Associazione Internazionale Vittime del Terrorismo e portavoce dei familiari delle vittime della violenza politica, che continua con dignità a difendere la memoria di tutte le vittime degli anni di piombo.
Carlo Falvella aveva soltanto diciannove anni quando, il 7 luglio 1972, fu ucciso a Salerno da una coltellata inferta da Giovanni Marini. I processi che seguirono riconobbero la responsabilità di Marini, condannato in via definitiva per omicidio preterintenzionale aggravato e concorso in rissa.
Eppure, mentre la magistratura pronunciava le proprie sentenze, sul piano politico prendeva forma una narrazione completamente diversa.
Per anni si è tentato di trasformare la vittima in aggressore. Le campagne politiche e culturali sorte attorno a Giovanni Marini costruirono il racconto di una presunta spedizione fascista e di una legittima difesa. Quella ricostruzione, però, non venne fatta propria dai giudici, in quanto palesemente fasulla, e riconobbero la responsabilità di Marini per la morte di Carlo Falvella.
Vi è poi un particolare che raramente viene ricordato. Carlo soffriva di un grave problema alla vista, una condizione ben nota a chi lo frequentava e che rende ancora più difficile riconoscere in lui l'immagine del capo di una presunta spedizione punitiva che certa propaganda cercò di accreditare. Non è un elemento che, da solo, ricostruisce la dinamica dei fatti, ma rappresenta un tassello importante per comprendere quanto sia stato spesso piegato il racconto di quella tragedia alle esigenze dello scontro ideologico.
La morte di Carlo non segnò soltanto la fine della vita di un ragazzo. Segnò l'inizio del calvario di un'intera famiglia, costretta per decenni non solo a convivere con un dolore incolmabile, ma anche ad assistere al tentativo di riscrivere la storia, relegando la vittima sullo sfondo e trasformando il suo assassino, per una parte del mondo politico e culturale, in un simbolo da difendere.
È questo, forse, l'aspetto più doloroso dell'intera vicenda.
Perché una società che dimentica le proprie vittime o che arriva perfino a metterne in discussione la memoria è una società che non ha ancora fatto pienamente i conti con il proprio passato.
Da salernitano, da ex dirigente sindacale dell'UGL e da uomo che si riconosce nei valori della Patria, Carlo Falvella ha rappresentato per me una figura di riferimento. Un ragazzo a cui la violenza antifascista dell'epoca strappò via la vita.
Per questo provo profonda indignazione nell'apprendere che ancora oggi ci sia chi tenta di impedire perfino il suo ricordo. L'aggressione ai ragazzi di CasaPound, da parte dei cosiddetti "antifascisti" salernitani, mentre affiggevano manifesti commemorativi e le contestazioni organizzate contro la presentazione di un libro dedicato a Carlo dimostrano che, a oltre cinquant'anni di distanza, qualcuno continua ad avere paura della memoria.
E invece ricordare Carlo Falvella dovrebbe essere un dovere di tutti, indifferentemente dall'appartenenza politica.
Non si tratta di condividere le sue idee politiche. Si tratta di riconoscere il valore della vita umana.
La giustizia degli uomini ha pronunciato le sue sentenze. Giovanni Marini fu riconosciuto responsabile dell'uccisione di Carlo Falvella e condannato in via definitiva a nove anni di reclusione per omicidio preterintenzionale aggravato e concorso in rissa. Tuttavia, quella pena non venne scontata per intero: dopo circa sette anni di carcere, Marini tornò in libertà beneficiando degli istituti previsti dall'ordinamento penitenziario. È proprio questo uno degli aspetti che, ancora oggi, continua a lasciare un profondo senso di amarezza. Nessuna sentenza avrebbe potuto restituire Carlo alla sua famiglia, ma il fatto che l'autore della sua uccisione non abbia nemmeno scontato integralmente la pena inflitta alimenta, in molti, la convinzione che quella giustizia sia rimasta incompleta. Il giudizio giuridico appartiene ai tribunali; quello morale appartiene alla coscienza di ciascuno.
Io continuerò a ricordare Carlo Falvella. Lo farò perché ho conosciuto chi lo ha amato. Lo farò perché ho visto negli occhi dei suoi fratelli un dolore che il tempo non è riuscito a cancellare. Lo farò perché la memoria è il primo argine contro la menzogna.
Carlo vive.
Vive nel ricordo della sua famiglia, che da oltre mezzo secolo porta con dignità il peso di una tragedia mai superata. Vive nella memoria di quanti lo hanno conosciuto e di chi, come me, ne ha raccolto il testimone attraverso i racconti di Filippo. Vive in ogni giovane che continua a credere che gli ideali possano essere difesi con il confronto e mai con la violenza. Vive nella coscienza di chi rifiuta ogni tentativo di riscrivere la storia o di trasformare una vittima in un colpevole.
Perché Carlo Falvella non è soltanto una vittima degli anni di piombo. È un figlio di Salerno, un giovane italiano al quale è stato negato il futuro. E finché ci sarà qualcuno disposto a pronunciarne il nome, a raccontarne la storia con onestà e a deporre un fiore sulla sua tomba, Carlo vivrà.
Oggi la vita mi ha portato a vivere a Roma e gli impegni di lavoro non mi consentono sempre di essere presente, ogni 7 luglio, alla commemorazione di Carlo. È un'assenza che mi pesa profondamente, perché quella non è una semplice cerimonia: è un appuntamento con la memoria, con la storia della mia città e con il ricordo di un ragazzo che, pur non avendo mai conosciuto personalmente, sento vicino grazie ai racconti dei suoi fratelli e di quanti lo conobbero.
Ma la distanza non può cancellare il ricordo. Ogni 7 luglio, ovunque io sia, il mio cuore torna inevitabilmente a Carlo. E, anche se lontano da Salerno, c'è una parola che nasce spontanea, quasi fosse un riflesso dell'anima, una parola che racchiude il senso più profondo della memoria e dell'appartenenza. È una parola che non ha bisogno di spiegazioni, perché parla direttamente al cuore di chi non dimentica.
𝐏𝐑𝐄𝐒𝐄𝐍𝐓𝐄!
Perché gli uomini muoiono soltanto quando vengono dimenticati. E Carlo Falvella, per me e per tanti altri, non sarà dimenticato mai.
𝐂𝐚𝐫𝐥𝐨 𝐅𝐚𝐥𝐯𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐯𝐞.
Valerio Arenare