31/10/2021
𝗔𝗱𝗱𝗶𝗼 𝗮𝗹 𝗗𝗗𝗟 𝗭𝗮𝗻
Il voto al Senato che ha affossato il DDL Zan e, di fatto, impedito la votazione articolo per articolo, è il frutto di giochi politici in cui pregiudizi ideologici anacronistici hanno svolto una funzione in parte marginale.
Non occorre fare i nomi dei rappresentanti della politica che hanno reso possibile questa bocciatura che confina il nostro Paese tra quelli in cui i diritti civili fanno ancora fatica a essere riconosciuti.
L’aspetto più inquietante di questa vicenda è la mistificazione a cui, molti personaggi politici, hanno fatto ricorso per giustificare la propria scelta di voto.
Si sono sentite, prima del voto, dichiarazioni grottesche di alcuni senatori: il disegno di legge vorrebbe introdurre per via surrettizia una cultura gender nelle scuole, l’approvazione del testo indurrebbe i bambini a cambiare sesso prima ancora di aver capito di averne uno, che il problema non c’è perché basta dire che ti percepisci donna, e altre assurdità che nulla hanno a che fare con il testo di legge.
Per non parlare dei senatori che hanno relegato la questione a una perdita di tempo o di quello che ha affermato che in passato si è sentito molto discriminato, probabilmente perché portatore di una “sana” cultura fascista.
Si sono sentite dichiarazioni successive al voto, con precisi richiami ad articoli del DDL, secondo cui l’art. 1 porterebbe le persone a dichiarare di appartenere all’uno o all’altro sesso a seconda dei giorni, che il testo vorrebbe introdurre nelle scuole giornate in cui si fa “educazione transessuale” e che l’introduzione della norma penale in realtà introduce la possibilità di punire chi esprime una semplice opinione.
A questo punto ci si chiede se costoro hanno letto il testo della legge o si sono fermati a un pregiudizio fobico che glielo ha persino impedito.
La sensazione è che da una parte ci sia stata una scelta determinata più dal dispetto politico che da una valutazione ponderata, dall’altra e ritengo siano tanti, sia stato un mezzo non dichiarato per esprimere il proprio essere conservatori portatori di un perbenismo vuoto, se non addirittura nostalgici di forme repressive.
Il tema prevalente qui avrebbe dovuto essere l’osservazione della realtà sociale, che ha fatto molta più strada di certa politica, e conseguentemente la necessità di fronteggiare le forme di intolleranza verso persone motivata da sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere o disabilità.
Fronteggiare non può essere solo letto in chiave repressiva, le norme penali che codificano le forme di violenza esistono già, è vero, ma non bastano poiché alcune manifestazioni di intolleranze derivanti dalla discriminazione per sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere o disabilità, hanno delle specificità che meritano una diversa attenzione.
E per questo motivo il DDL mira a inserire delle modifiche – che sono in realtà integrazioni – a talune previsioni del codice penale e del codice di rito, al fine di aggiungere previsioni specifiche accanto alle discriminazioni per appartenenza etnica e religiosa.
La falsità di certe dichiarazioni risiede nel fatto che la conseguenza della mancata approvazione impedisce di far rientrare talune condotte in alcune previsioni normative: l’art. 604 bis del c.p. ( introdotto con D. Lgvo 21 del 2018) punisce la propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa. La modifica del DDL Zan avrebbe aggiunto i motivi fondati sul sesso, sul genere, sul l’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità.
Ma non solo, il disegno di legge, all’art. 7, recita “La Repubblica riconosce il giorno 17 maggio quale Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, al fine di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione nonché di contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei princìpi di eguaglianza e di pari dignità sociale sanciti dalla Costituzione. con la finalità di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione”.
Sbandierare uno spauracchio per nascondere i reali intenti, mistificando la realtà è inaccettabile, l’unico scopo non dichiarato è quello di non voler affrontare il tema sotto il profilo più complesso, quello del cambiamento culturale.