25/08/2026
Rai Scuola chiude. Ma vi dico una cosa: sarebbe un errore leggere questa decisione come un episodio isolato.
Per capire cosa sta succedendo alla Rai bisogna rimettere in fila i pezzi. Facciamo ordine.
Il centrodestra ha deciso di occupare il servizio pubblico. È quello che emerge dalla direzione politica impressa alla Rai.
Decide i palinsesti, chi conduce, quali giornalisti hanno spazio e quali diventano bersaglio. Decide quali programmi devono essere valorizzati e quali messi sotto pressione.
E lo fa mentre la Commissione parlamentare di Vigilanza Rai, che dovrebbe essere il luogo nel quale il Parlamento esercita il proprio controllo sul servizio pubblico, è stata di fatto paralizzata.
Poi c'è Report: una trasmissione diventata da tempo uno dei principali bersagli della maggioranza.
E qui la vicenda assume contorni ancora più inquietanti. Dei dati relativi ad altre trasmissioni, richiesti formalmente dalla Commissione di Vigilanza Rai, non sono stati messi a disposizione del Parlamento.
Quelli relativi a Report, invece, sono finiti nelle mani di un quotidiano di proprietà della famiglia Angelucci, cioè di un trombettiere del governo.
Da lì è partita una vera e propria batteria di attacchi di Fratelli d'Italia contro Ranucci.
E così Ranucci finisce per essere vittima tre volte. Prima dell'attentato che ha colpito la sua famiglia, poi di una vicenda che lo ha visto coinvolto suo malgrado nei rapporti con Lavitola, e oggi di una Rai che, sotto il governo Meloni, sembra aver trasformato Report e il suo conduttore in un problema politico da risolvere.
Ma il disegno non si ferma qui. C'è la riforma della governance della Rai.
E bisogna guardare anche alla tempistica.
Il Governo vuole cambiare le regole per arrivare alla nomina di un nuovo consiglio di amministrazione prima delle prossime elezioni.
Il risultato è semplice da capire: che il centrodestra vinca o perda le elezioni, si ritroverebbe comunque con un CdA costruito sotto il proprio governo e con un presidente Rai espressione della propria maggioranza.
Non più un presidente percepito come figura di garanzia, ma di una parte. Una Rai monocolore.
È questa la partita che si sta giocando, e dentro questa partita entra anche Rai Scuola.
Un canale storico, che durante la pandemia ha svolto una funzione straordinaria: quando milioni di studenti non potevano andare a scuola, la scuola entrava nelle case anche attraverso la televisione.
Adesso ci dicono che i contenuti saranno disponibili su RaiPlay. Ma un servizio pubblico non può ragionare soltanto sulla disponibilità tecnica di un contenuto.
Deve chiedersi chi riesce davvero ad accedervi.
Non tutte le famiglie possono permettersi una smart TV, un computer per ogni figlio, una connessione veloce e stabile. E c'è un'altra contraddizione: Rai Scuola viene spostata sempre più verso il digitale mentre nelle scuole l'utilizzo degli smartphone viene vietato o fortemente limitato.
Per una parte delle famiglie, quindi, quel canale televisivo rimaneva - e rimarrebbe - un presidio fondamentale.
Ma anche qui la scelta è indicativa. Al posto di Rai Scuola arriva un canale dedicato al racconto dell'identità italiana, dei territori, delle tradizioni e delle eccellenze del nostro Paese.
Raccontare l'Italia non è certamente un problema.
Il problema nasce quando il servizio pubblico smonta un presidio educativo e culturale per sostituirlo con una narrazione identitaria decisa da un governo che da anni ci ha abituato al revisionismo storico.
Perché allora dobbiamo porci una domanda molto più grande: è questa la funzione del servizio pubblico?
Io penso di no. Il servizio pubblico dovrebbe fare esattamente ciò che il mercato non ha interesse a fare. Dovrebbe dettare l'agenda anziché inseguirla, aprire spazi, dovrebbe educare, formare, elevare. Dovrebbe utilizzare i propri canali per mettere il cittadino nelle condizioni di conoscere il mondo, comprenderlo e giudicarlo.
Non per un tornaconto politico, per costruire consenso, o celebrare il governo di turno.
Ma per una ragione molto più alta: formare cittadini.
Questo perché dietro ogni scelta sulla scuola, sulla cultura e sull'informazione c'è sempre una domanda politica fondamentale:
che tipo di società vogliamo costruire?
E io qui vedo una contraddizione profonda.
Da una parte viviamo dentro una società civile che chiede sempre più libertà, creatività, conoscenza, capacità critica, espressione individuale.
Dall'altra assistiamo al tentativo di una certa parte politica di costruire una società nella quale pochi decidono cosa deve essere raccontato, quali idee devono avere spazio, quali parole devono essere considerate legittime e quali invece devono essere marginalizzate.
Ma la società postindustriale descritta da Domenico De Masi ci ha insegnato una cosa fondamentale: quando la conoscenza, l'informazione e la creatività diventano il centro della produzione sociale, la libertà culturale non è più un lusso. Diventa una necessità.
E allora il compito della politica non può essere quello di controllare questa energia, ma liberarla.
La Rai dovrebbe essere proprio il luogo nel quale una ragazza può incontrare un libro che non avrebbe mai letto, un ragazzo può scoprire una scienza che non conosceva, una famiglia può capire meglio il mondo, un cittadino può ascoltare un'opinione che non condivide e imparare comunque qualcosa.
Questo significa servizio pubblico.
Non dire al cittadino cosa pensare. Dargli gli strumenti per pensare. È una differenza enorme.
Ed è anche la differenza tra una televisione di governo e una televisione della Repubblica.
La prima cerca spettatori. La seconda costruisce cittadini, ed è questa, oggi, la vera rivoluzione culturale di cui abbiamo bisogno.