09/04/2026
Elvira con Flavia Amabile.
Il pomeriggio inizia con una quasi tragedia. Una macchina enorme si ferma davanti alla Biblioteca e il guidatore scende farfugliando che ha fatto 700 km da Lecce con un gatto chiuso da qualche parte nel motore, dice: - lo sento miagolare ma non lo vedo. Il gatto infatti si lamenta, è vivo, quindi non è nel motore. Proviamo a chiamarlo, dietro la ruota enorme e da tutta quella serie senza nome di cose che sono sotto una macchina emerge una porzione di zampetta pelosa, poi un occhio sgranato e un altro strillo. Per almeno un quarto d’ora ci agitiamo senza combinare nulla, poi l’idea: nella stradina di fronte c’è un’officina meccanica con a capo due donne, entro: - un cric! qualcosa... ma basta nominare la parola gatto che una di loro si scaraventa fuori chiedendo - qual è la macchina…dimmi… dov’è? La vediamo confabulare con il guidatore che sposta la vettura in prossimità dell’officina. Si intuisce dai gesti di lei che quella macchina è destinata all’autopsia.
Ora possiamo dedicarci ad altro.
A Elvira. Anzi, a Elvira Coda Notari di Flavia Amabile.
In semicerchio davanti allo schermo del PC (siamo troppe e molte vedono di sguincio), passano alcuni fotogrammi tratti dal film e’ Piccerella e da altri documenti web. Un piccolo omaggio per entrare nel vivo di questo romanzo-biografia.
Ascoltare Flavia Amabile è un dono. Non ci sono altre parole. La generosità con cui racconta l’officina del romanzo partendo da quella lunga tenace e ostinata ricerca, iniziata in pieno Covid, di fonti documentarie, di persone vive e morte, di conferme e verità, di studi matti e appassionati sul cinema muto, sulla Napoli inizio 900, attraversando strane coincidenze di vita: Flavia è salernitana come Elvira e ha vissuto a lungo a Cava de' Tirreni proprio come lei, e in più è una giornalista: non si ferma alla prima porta chiusa, all’ostilità di ciò che resta della famiglia: suona ai citofoni, chiede, aspetta, insegue, cerca. Trova.
Ed è struggente la sua gratitudine, tra gli altri e le altre, a un’altra ricercatrice d’oro, Patrizia Reso, che di Cava de’ Tirreni, a tutti gli effetti, è la cantora che ha saputo ridare vita a Elvira e a tante storie della sua terra. Una lanterna che ha allontanato il buio che circondava Elvira.
-Perché a volte Elvira parla in dialetto e a volte no?, chiede una ascoltatrice. -I miei figli a volte mi chiedevano stupiti ma mà come mai improvvisamente ti esprimi in dialetto tu che non lo parli mai?
La risposta di Flavia è da manuale dell’immaginazione, capitolo primo: i personaggi sostituiscono chi scrive. Sembra una banalità? Leggete il libro: la scrittura di Flavia è una macchina da presa sulla spalla di Elvira, vede il mondo con i suoi occhi, scrive ciò che pensa e a volte, sì, a volte parla la sua lingua. Soprattutto corrono via insieme, in un’interminabile piano-sequenza, e quando chiudi il libro ti prende nostalgia.
E Flavia racconta: le difficoltà di esistenza di una donna che s’inventa una casa di produzione e distribuzione cinematografica (la prima!), la Dora Film - dal nome della figlia, e che deve attendere che la legge dello Stato cambi per attribuire a sé stessa le proprietà intellettuali senza doverle cedere al marito; gli escamotage geniali con cui Elvira resiste e bypassa la censura del regime inventandosi una filiale americana dove spedisce le pizze in attesa dell’autorizzazione italiana; gli attriti con Matilde Serao, che guardava dall’alto di una finestra borghese quei vicoli e quelle donne del popolo che Elvira ritrae nel momento stesso in cui le passano davanti con la loro miseria e lo splendore dei loro sogni.
La differenza sostanziale tra chi guarda e chi sta in mezzo.
Ed è maledettamente vero allora che avere perduto i suoi film ci ha sottratto una storia sociale, umana di quel popolo del sud che se restava s’arrangiava per un boccone anche indigesto di libertà, e se partiva, migrante, proprio attraverso quel cinema tornava a casa, “sazio di nostalgia”.
Appartiene alla storia di tante famiglie il perché, figli nipoti, l’hanno voluta dimenticare sostituendo al clamore della sua esistenza di pioniera il silenzio terribile dell’oblio. Ogni decisione di Elvira rivela, nella scrittura empatica di Amabile, il coraggio di una donna che sa cosa vuole e che ne accetta le conseguenze ma dietro ogni scelta c’è anche un segreto, inviolabile, quella ragion d’essere che appartiene alla vita vera di chi nella propria vita deve salvarsi.
Tempus fugit. E sono poche le copie dei libri in vendita, poche le cartelline che contengono l’elenco dei film superstiti, una bibliografia e due estratti, di cui uno, non a caso, dedicato proprio a Patrizia Reso.
Flavia firma le copie, fuori è sceso il buio. E l’uomo del gatto ci aspetta all’uscita.
I gatti erano due. Uno l’ha preso la meccanica, l’altro è in stallo dal guidatore.
Che dire? Un pomeriggio d'incanto.