30/10/2026
Una riflessione scomoda sul popolo delle case popolari
Nel 2014 le case popolari Aler, cioè l’Azienda lombarda per l’edilizia residenziale, venivano assegnate per oltre il 40% a stranieri. Al governo della Regione c’è Roberto Maroni, che incarica il suo vicepresidente nonché assessore alla Casa Fabrizio Sala di scrivere una riforma: nelle graduatorie viene premiato chi vive in Lombardia da almeno 5 anni. Il Tribunale di Milano la dichiara discriminatoria: la casa è un diritto prevalente. Basta la residenza, niente punteggi aggiuntivi.
Quel 40% ora è diventato 60%. Ogni 10 case popolari, 6 finiscono a stranieri, prevalentemente di origine nordafricana. La motivazione è meramente economica: soddisfano il requisito dei 16mila euro di ISEE. Fin qui, non do giudizi.
Il problema è che si sono create comunità "chiuse" tra di loro. Alcuni li chiamano ghetti, io preferisco la parola enclavi.
Altro problema: La Lombardia aveva pensato che le case popolari servissero per l’abitare in emergenza. Dunque: ti do una casa per un po’, fin quando non ti sei rimesso in sesto, poi ti arrangi. Una sorta di pronto soccorso dell’abitare. La riforma prevedeva 4 anni, estensibili provando la necessità economica. Bocciata pure questa norma.
Così le case vengono assegnate e restano là, agli stessi assegnatari. Sia italiani che stranieri. Conosco miei concittadini (sono di Rozzano, la città con più case popolari d’Europa) che sono entrati nell’ex Iacp a 20 anni e ne sono usciti in orizzontale, 50 anni dopo. Altri ci vivono ancora.
Dunque, ricapitolando: abbiamo case che vengono attribuite in particolar modo a stranieri, tendenzialmente di cultura islamica, in posti certo rivedibili a livello di decoro, che si affollano e si chiudono culturalmente. Case che vengono abitate per anni, senza “cambi”.
La Francia è qui. La stiamo costruendo casa dopo casa, anno dopo anno, graduatoria dopo graduatoria.
La casa è un diritto. L’integrazione, invece, è un dovere. E la politica dovrebbe pensare a entrambi.
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