02/06/2026
Prima di condividere il testo del mio intervento per la 𝐅𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐑𝐞𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐚, desidero rivolgere un affettuoso augurio a Carlotta, la nostra Sindaca dei Ragazzi e delle Ragazze, che questa mattina ha accusato un lieve calo di pressione durante la cerimonia. Per fortuna si è ripresa subito, anche grazie al pronto e prezioso intervento di una nostra concittadina medico presente tra il pubblico, che ringrazio di cuore. ❤
Grazie a tutte le cittadine e a tutti i cittadini che hanno partecipato, insieme alle autorità civili, militari e religiose presenti. La vostra presenza ha reso ancora più significativa la celebrazione degli 80 anni della Repubblica Italiana.
Di seguito il testo integrale del mio discorso. 🇮🇹
𝟐 𝐆𝐈𝐔𝐆𝐍𝐎 – 𝟖𝟎 𝐀𝐍𝐍𝐈 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐑𝐄𝐏𝐔𝐁𝐁𝐋𝐈𝐂𝐀
𝐏𝐚𝐫𝐜𝐨 𝐒𝐚𝐧𝐝𝐫𝐨 𝐏𝐞𝐫𝐭𝐢𝐧𝐢
Buongiorno a tutte e tutti,
oggi siamo qui per celebrare gli ottant’anni della Repubblica italiana. Ma prima di tutto vorrei porre una domanda semplice: Chi ha fondato la Repubblica italiana?
I libri di storia ci danno molte risposte: gli uomini delle istituzioni, i protagonisti della politica, i costituenti. E certamente è vero. Ma non basta.
Perché la Repubblica non è stata fondata soltanto da chi ha scritto le leggi. La Repubblica è stata fondata da un popolo intero.
Da donne e uomini comuni. Da chi ha resistito. Da chi ha sofferto. Da chi ha scelto, nel momento più difficile, di non arrendersi.
E allora oggi siamo qui, nel Parco Sandro Pertini, per ricordarlo.
Questo non è un luogo qualunque. È dedicato a un uomo che ha attraversato la storia dalla parte giusta: partigiano, prigioniero politico, antifascista e poi Presidente della Repubblica.
Sandro Pertini diceva: “La libertà senza giustizia sociale è una conquista vana.”
E oggi queste parole non sono passato. Sono presente.
La Repubblica non nasce in un giorno. Non nasce il 2 giugno 1946. La Repubblica era già nata prima.
Nelle montagne della Resistenza, nelle case che nascondevano perseguitati, nelle fabbriche, nei campi, nelle carceri.
È nata ogni volta che qualcuno ha detto “no” alla paura e “sì” alla libertà.
Poi arriva il 2 giugno 1946. Il giorno della scelta: Monarchia o Repubblica. Passato o futuro. Sudditi o cittadini. E per la prima volta votarono anche le donne. Per la prima volta.
Le nostre nonne, le nostre bisnonne. Donne che avevano lavorato, cresciuto figli, retto famiglie intere. Donne che avevano conosciuto la guerra senza mai avere voce.
Quel giorno entrarono nei seggi con una matita in mano e il futuro negli occhi.
Non spettatrici. Ma protagoniste. E prima ancora del voto, c’erano state loro: le donne che avevano costruito la Repubblica.
𝐓𝐞𝐫𝐞𝐬𝐚 𝐌𝐚𝐭𝐭𝐞𝐢, giovanissima partigiana e costituente, una vita dalla parte della libertà.
𝐍𝐢𝐥𝐝𝐞 𝐈𝐨𝐭𝐭𝐢, tra le protagoniste della nascita della Repubblica e delle sue istituzioni.
𝐋𝐢𝐧𝐚 𝐌𝐞𝐫𝐥𝐢𝐧, simbolo della battaglia per la dignità delle donne e per i diritti civili.
E poi le staffette partigiane. Ragazze giovanissime, in bicicletta, con messaggi nascosti, paura negli occhi, e coraggio nel cuore. Molte non sono mai tornate a casa. Molte non hanno avuto un nome nei libri. Ma senza di loro questa Repubblica non esisterebbe.
E poi c’è un’immagine: una fotografia pubblicata sui giornali dopo la vittoria della Repubblica.
Una giovane donna, sorridente, le braccia aperte, il volto di un Paese che rinasce.
Non una leader. Non una figura istituzionale. Ma il volto dell’Italia che sceglie il futuro.
Perché la Repubblica non è un palazzo, non è una bandiera, non è un’istituzione distante.
La Repubblica è una promessa. La promessa che ogni persona conta.
Che la libertà appartiene a tutti. Che la dignità non è un privilegio ma un diritto.
E quella promessa vive solo se viene rinnovata ogni giorno.
Ma oggi dobbiamo dirlo con sincerità: la partecipazione democratica sta cambiando.
Alle ultime elezioni comunali ha votato il 56,94% degli aventi diritto. Un dato in calo.
Alle regionali, qui a Capurso, ha votato il 38,82%. In Puglia poco più del 41%.
E anche a livello nazionale l’affluenza è spesso poco sopra la metà degli aventi diritto.
Ma non bastano i numeri. Dobbiamo capire cosa ci dicono. Non è solo una crisi elettorale. È una trasformazione culturale.
Viviamo in un tempo più veloce ma meno partecipato, più connesso ma meno condiviso.
E allora si insinua una parola pericolosa: indifferenza. Non sempre sfiducia, non sempre protesta. Spesso è solo un: “tanto non cambia nulla”.
Ma cambia. Sempre. Anche quando non lo vediamo subito. Per questo il compito delle istituzioni non è solo amministrare. È ricostruire legami.
La percezione di un esito piuttosto chiaro, maturato nel tempo attraverso il lavoro amministrativo e politico delle precedenti amministrazioni, può aver contribuito a ridurre la percezione della contesa.
Non come mancanza di alternativa.
Ma come effetto di una continuità riconosciuta da una parte significativa della comunità.
E questo ci dice una cosa importante: la partecipazione non è mai un dato automatico.
È un equilibrio delicato tra fiducia, percezione e coinvolgimento.
E proprio per questo il compito delle istituzioni non è soltanto amministrare. È ricostruire legami. È riportare la Repubblica dentro la vita delle persone.
Perché la Repubblica non è lontana. Lo dice il Presidente Mattarella, "È una casa comune".
Il 2 giugno non può essere solo memoria.
È una domanda: Che Repubblica vogliamo essere oggi?
Una Repubblica che ricorda o una Repubblica che partecipa?
Ottant’anni fa la Repubblica nacque da una scelta. Una scelta difficile, coraggiosa, collettiva. Milioni di cittadini decisero di esserci, di partecipare e di contare.
Oggi quella stessa Repubblica ci chiede la stessa cosa.
Non di essere spettatori, ma protagonisti. Non di guardare la storia, ma di farla.
Perché la Repubblica non è una storia alle nostre spalle. È davanti a noi.
E ogni volta che un cittadino vota, partecipa, si prende cura della propria comunità, la Repubblica torna a vivere. In mezzo a noi.
Viva la Costituzione.
Viva la Repubblica Italiana.
Viva l’Italia. 🇮🇹