26/08/2026
C'è un aspetto dei social sul quale credo valga la pena fermarsi a riflettere.
I social network e, ancora di più, le app di messaggistica come WhatsApp sono diventati delle piccole comunità. A volte assomigliano addirittura a minuscoli Stati, a piccoli regni.
In fondo, che cos'è un gruppo WhatsApp? Gli iscritti sono i cittadini, gli amministratori sono l'autorità costituita, le regole del gruppo sono le leggi e tra di esse c'è perfino quella dell'esilio.
Insomma, ecco una sorta di Stato virtuale, soprattutto quando parliamo di gruppi a tema politico, nei quali si costruisce consenso, si sostengono amministrazioni, si discutono decisioni pubbliche e si orientano opinioni.
Bene: quale democrazia pratichiamo dentro questi piccoli spazi digitali?
Me lo sono chiesto in seguito a un paio di esperienze personali che voglio condividere con voi. Recentemente sono stato rimosso da un gruppo WhatsApp nato a sostegno del sindaco e dell'amministrazione comunale.
A un certo punto sono stato considerato un avversario dell'amministrazione, peggio ancora, del sindaco, perché avevo cominciato a esprimere posizioni non perfettamente coincidenti con quelle degli altri membri del gruppo.
L'esilio, però, è arrivato dopo che ho osato fare una cosa che, ingenuamente, continuo a considerare normale nella vita di una comunità: sollevare un problema e accompagnarlo con una proposta di soluzione.
Il problema era quello del randagismo. Avevo segnalato la presenza di alcuni cani nella zona in cui vivo e proposto di raccogliere attraverso il gruppo le segnalazioni dei cittadini, costruendo una piccola mappatura da mettere a disposizione dell'amministrazione.
Non una protesta fine a se stessa. Una segnalazione accompagnata da un'idea. Una libera iniziativa nell'interesse di tutti.
Poco dopo sono stato redarguito da un amministratore, che ha annunciato la mia estromissione. Ho chiesto agli altri membri del gruppo se fossero d'accordo: nessuno ha risposto. Un imbarazzante, penoso silenzio.
E sono stato sbattuto fuori dal gruppo.
Se persino sollevare un problema e proporre una possibile soluzione viene percepito come elemento di disturbo, quale idea abbiamo della partecipazione?
Ma questa è soltanto la prima esperienza.
Perché ne ho vissuta un'altra, in un gruppo WhatsApp espressione di un'area politica rappresentata anche nella Giunta comunale, che forse racconta ancora meglio il difficile rapporto tra dissenso, appartenenza e democrazia nelle nostre piccole nazioni digitali.
Abbiate ancora un po' di pazienza e continuate a leggere: questa volta non sono stato espulso.
Dopo alcune mie considerazioni critiche sulla comunicazione del Comune, mi sono ritrovato contemporaneamente aggredito da quattro esponenti dello stesso gruppo.
Mi sono state attribuite intenzioni che non riconoscevo e non riconosco come mie: essere un nemico dell'amministrazione, agire contro il sindaco, tramare con un suo avversario, tradire un'appartenenza e persino utilizzare informazioni del gruppo a vantaggio dei miei post.
Insomma, quasi spionaggio industriale!
A queste accuse si sono aggiunte considerazioni personali che preferisco non riportare. Non voglio parlare delle persone: mi interessa il meccanismo.
Quando quattro persone appartenenti alla stessa area intervengono contemporaneamente e con estrema durezza contro una voce dissenziente, mentre gli altri rimangono in silenzio, il confronto rischia di trasformarsi in uno schieramento contro chi ha osato dissentire.
Questa volta nessuno mi ha espulso. Sono stato io a scegliere l'esilio.
Ed eccoci nuovamente alla domanda iniziale: che cosa facciamo del dissenso nelle nostre piccole democrazie digitali?
Nel primo gruppo, davanti a una voce diventata scomoda, qualcuno ha premuto un pulsante.
Nel secondo nessuno mi ha messo fuori dalla porta, ma mi è stato fatto capire quanto potesse essere scomodo rimanere dentro.
In nessuno dei due casi c'è stato spazio per un confronto vero.
Non racconto queste cose per lamentarmi. Posso vivere tranquillamente senza appartenere a questi gruppi WhatsApp. Anzi, nessuno si offenda: vivo meglio senza. Mi interessa ciò che queste esperienze raccontano di un sistema.
Perché la democrazia non si misura quando siamo tutti d'accordo.
È facilissimo essere democratici con chi applaude. È facilissimo invocare la partecipazione quando partecipare significa confermare ciò che abbiamo già deciso. La qualità democratica di una comunità si vede soprattutto quando qualcuno dice: «Non sono d'accordo».
Che cosa facciamo allora? Gli rispondiamo? Discutiamo? Cerchiamo di convincerlo? Accettiamo che possa continuare a stare dalla nostra parte pur pensando diversamente?
Oppure premiamo un pulsante e lo mettiamo fuori dalla porta? Oppure lo "pestiamo" e umiliamo davanti agli altri, per far vedere chi comanda?
I social ci hanno consegnato un potere singolare: possiamo costruire uno spazio di discussione collettiva e, contemporaneamente, decidere chi abbia diritto di abitarlo.
Possiamo creare il nostro piccolo regno e scegliere chi può entrarvi e quando farlo uscire. Possiamo fondare il nostro piccolo Stato e stabilire chi meriti la cittadinanza. Possiamo circondarci soltanto di persone che la pensano come noi, fino a convincerci che quella piccola stanza digitale coincida con il mondo intero.
Ed è qui che la questione smette di riguardare WhatsApp e i social e comincia a riguardare la politica. Perché una democrazia senza dissenso non diventa più ordinata. Diventa semplicemente più povera.
La democrazia non consiste nel diritto della maggioranza a non essere disturbata. Consiste anche nella capacità di riconoscere al dissenso il diritto di esistere, di parlare, di porre domande e persino di risultare scomodo.
Forse dovremmo ricordarcelo proprio adesso che, per mettere qualcuno fuori dalla nostra piccola comunità politica, non occorrono più un editto, una frontiera o un esilio.
Basta un clic!
Nicola Di Ricco Silano