La voce di Solarino

La voce di Solarino La voce di Solarino è un luogo d’incontro e confronto civico, sensibile alla cronaca politica locale

Mi chiamo Lucky e sono un randagio.O almeno, è così che l’intelligenza artificiale immagina un randagio: con il mio muso...
02/09/2026

Mi chiamo Lucky e sono un randagio.

O almeno, è così che l’intelligenza artificiale immagina un randagio: con il mio muso, il mio pelo e questi occhi, proprio come mi vedete nell’immagine.

Ma nella vita reale, com’è fatto un randagio? Ha il pelo nero, marrone oppure bianco? È grande o piccolo? È anziano, è un cucciolo? E il suo carattere com'è? È impaurito, aggressivo, dolce?

Non c'è un randagio uguale all'altro. Qualcuno
potrebbe essere identico al cagnolino che dorme sul vostro divano. Potrebbe avere i suoi stessi occhi, la stessa voglia di giocare, la stessa paura dei temporali e lo stesso bisogno di ricevere una carezza.

“Randagio” non è una razza. È una condizione che non abbiamo scelto, ma che ci hanno imposto gli uomini.

Alcuni di noi nascono per strada. Altri vengono abbandonati. Altri ancora si perdono e nessuno viene a cercarci. Diventiamo randagi quando restiamo senza una casa e senza qualcuno che si prenda cura di noi.

Sì, qualche volta incontriamo una persona che lascia una ciotola di pasta, un po’ di croccantini o dell’acqua davanti alla porta. Sono gesti importanti, perché possono salvarci dalla fame e dalla sete. Ma una ciotola non è ancora una casa.

Una casa è qualcuno che ti aspetta. È una voce che pronuncia il tuo nome. È una presenza che non scompare dopo averti dato da mangiare.

Io sono Lucky e non esisto davvero. Ma rappresento tanti cani veri che incontrate ogni giorno per le strade di Solarino. Quando incontrate uno di noi che cosa vedete?

Un pericolo? Un problema? Un animale libero? Oppure una vita rimasta senza qualcuno che se ne prenda cura?

Che cos’è per voi un randagio? Scrivetelo nei commenti.

Da questa domanda comincia il nostro viaggio

31/08/2026
C'è un aspetto dei social sul quale credo valga la pena fermarsi a riflettere.I social network e, ancora di più, le app ...
26/08/2026

C'è un aspetto dei social sul quale credo valga la pena fermarsi a riflettere.

I social network e, ancora di più, le app di messaggistica come WhatsApp sono diventati delle piccole comunità. A volte assomigliano addirittura a minuscoli Stati, a piccoli regni.

In fondo, che cos'è un gruppo WhatsApp? Gli iscritti sono i cittadini, gli amministratori sono l'autorità costituita, le regole del gruppo sono le leggi e tra di esse c'è perfino quella dell'esilio.

Insomma, ecco una sorta di Stato virtuale, soprattutto quando parliamo di gruppi a tema politico, nei quali si costruisce consenso, si sostengono amministrazioni, si discutono decisioni pubbliche e si orientano opinioni.

Bene: quale democrazia pratichiamo dentro questi piccoli spazi digitali?

Me lo sono chiesto in seguito a un paio di esperienze personali che voglio condividere con voi. Recentemente sono stato rimosso da un gruppo WhatsApp nato a sostegno del sindaco e dell'amministrazione comunale.

A un certo punto sono stato considerato un avversario dell'amministrazione, peggio ancora, del sindaco, perché avevo cominciato a esprimere posizioni non perfettamente coincidenti con quelle degli altri membri del gruppo.

L'esilio, però, è arrivato dopo che ho osato fare una cosa che, ingenuamente, continuo a considerare normale nella vita di una comunità: sollevare un problema e accompagnarlo con una proposta di soluzione.

Il problema era quello del randagismo. Avevo segnalato la presenza di alcuni cani nella zona in cui vivo e proposto di raccogliere attraverso il gruppo le segnalazioni dei cittadini, costruendo una piccola mappatura da mettere a disposizione dell'amministrazione.

Non una protesta fine a se stessa. Una segnalazione accompagnata da un'idea. Una libera iniziativa nell'interesse di tutti.

Poco dopo sono stato redarguito da un amministratore, che ha annunciato la mia estromissione. Ho chiesto agli altri membri del gruppo se fossero d'accordo: nessuno ha risposto. Un imbarazzante, penoso silenzio.

E sono stato sbattuto fuori dal gruppo.

Se persino sollevare un problema e proporre una possibile soluzione viene percepito come elemento di disturbo, quale idea abbiamo della partecipazione?

Ma questa è soltanto la prima esperienza.

Perché ne ho vissuta un'altra, in un gruppo WhatsApp espressione di un'area politica rappresentata anche nella Giunta comunale, che forse racconta ancora meglio il difficile rapporto tra dissenso, appartenenza e democrazia nelle nostre piccole nazioni digitali.

Abbiate ancora un po' di pazienza e continuate a leggere: questa volta non sono stato espulso.

Dopo alcune mie considerazioni critiche sulla comunicazione del Comune, mi sono ritrovato contemporaneamente aggredito da quattro esponenti dello stesso gruppo.

Mi sono state attribuite intenzioni che non riconoscevo e non riconosco come mie: essere un nemico dell'amministrazione, agire contro il sindaco, tramare con un suo avversario, tradire un'appartenenza e persino utilizzare informazioni del gruppo a vantaggio dei miei post.

Insomma, quasi spionaggio industriale!

A queste accuse si sono aggiunte considerazioni personali che preferisco non riportare. Non voglio parlare delle persone: mi interessa il meccanismo.

Quando quattro persone appartenenti alla stessa area intervengono contemporaneamente e con estrema durezza contro una voce dissenziente, mentre gli altri rimangono in silenzio, il confronto rischia di trasformarsi in uno schieramento contro chi ha osato dissentire.

Questa volta nessuno mi ha espulso. Sono stato io a scegliere l'esilio.

Ed eccoci nuovamente alla domanda iniziale: che cosa facciamo del dissenso nelle nostre piccole democrazie digitali?

Nel primo gruppo, davanti a una voce diventata scomoda, qualcuno ha premuto un pulsante.

Nel secondo nessuno mi ha messo fuori dalla porta, ma mi è stato fatto capire quanto potesse essere scomodo rimanere dentro.

In nessuno dei due casi c'è stato spazio per un confronto vero.

Non racconto queste cose per lamentarmi. Posso vivere tranquillamente senza appartenere a questi gruppi WhatsApp. Anzi, nessuno si offenda: vivo meglio senza. Mi interessa ciò che queste esperienze raccontano di un sistema.

Perché la democrazia non si misura quando siamo tutti d'accordo.

È facilissimo essere democratici con chi applaude. È facilissimo invocare la partecipazione quando partecipare significa confermare ciò che abbiamo già deciso. La qualità democratica di una comunità si vede soprattutto quando qualcuno dice: «Non sono d'accordo».

Che cosa facciamo allora? Gli rispondiamo? Discutiamo? Cerchiamo di convincerlo? Accettiamo che possa continuare a stare dalla nostra parte pur pensando diversamente?

Oppure premiamo un pulsante e lo mettiamo fuori dalla porta? Oppure lo "pestiamo" e umiliamo davanti agli altri, per far vedere chi comanda?

I social ci hanno consegnato un potere singolare: possiamo costruire uno spazio di discussione collettiva e, contemporaneamente, decidere chi abbia diritto di abitarlo.

Possiamo creare il nostro piccolo regno e scegliere chi può entrarvi e quando farlo uscire. Possiamo fondare il nostro piccolo Stato e stabilire chi meriti la cittadinanza. Possiamo circondarci soltanto di persone che la pensano come noi, fino a convincerci che quella piccola stanza digitale coincida con il mondo intero.

Ed è qui che la questione smette di riguardare WhatsApp e i social e comincia a riguardare la politica. Perché una democrazia senza dissenso non diventa più ordinata. Diventa semplicemente più povera.

La democrazia non consiste nel diritto della maggioranza a non essere disturbata. Consiste anche nella capacità di riconoscere al dissenso il diritto di esistere, di parlare, di porre domande e persino di risultare scomodo.

Forse dovremmo ricordarcelo proprio adesso che, per mettere qualcuno fuori dalla nostra piccola comunità politica, non occorrono più un editto, una frontiera o un esilio.

Basta un clic!

Nicola Di Ricco Silano

Parafrasando Ennio Flaiano
18/08/2026

Parafrasando Ennio Flaiano

"Siamo nel 2026 d.C. Tutta la Sicilia è impegnata nella normale amministrazione. Tutta? No! Un piccolo villaggio della p...
03/08/2026

"Siamo nel 2026 d.C. Tutta la Sicilia è impegnata nella normale amministrazione. Tutta? No! Un piccolo villaggio della provincia siracusana, continua a dividersi con irriducibile passione su qualsiasi argomento: dalla politica alle feste, dai cantieri ai post su Facebook. Benvenuti a Solarino!"

Diritto di satira

𝑰𝒎𝒎𝒂𝒈𝒊𝒏𝒆 𝒕𝒓𝒂𝒕𝒕𝒂 𝒅𝒂𝒍𝒍'𝒖𝒏𝒊𝒗𝒆𝒓𝒔𝒐 𝒅𝒊 𝑨𝒔𝒕𝒆𝒓𝒊𝒙. © 𝑳𝒆𝒔 𝑬́𝒅𝒊𝒕𝒊𝒐𝒏𝒔 𝑨𝒍𝒃𝒆𝒓𝒕 𝑹𝒆𝒏𝒆́. 𝑷𝒆𝒓𝒔𝒐𝒏𝒂𝒈𝒈𝒊 𝒄𝒓𝒆𝒂𝒕𝒊 𝒅𝒂 𝑹𝒆𝒏𝒆́ 𝑮𝒐𝒔𝒄𝒊𝒏𝒏𝒚 𝒆 𝑨𝒍𝒃𝒆𝒓𝒕 𝑼𝒅𝒆𝒓𝒛𝒐. 𝑻𝒖𝒕𝒕𝒊 𝒊 𝒅𝒊𝒓𝒊𝒕𝒕𝒊 𝒓𝒊𝒔𝒆𝒓𝒗𝒂𝒕𝒊. 𝑰𝒎𝒎𝒂𝒈𝒊𝒏𝒆 𝒖𝒕𝒊𝒍𝒊𝒛𝒛𝒂𝒕𝒂 𝒂 𝒔𝒄𝒐𝒑𝒐 𝒅𝒊 𝒄𝒐𝒎𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐

Ricordare Capaci, oggi, nell'anniversario della strage in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Fra...
23/05/2026

Ricordare Capaci, oggi, nell'anniversario della strage in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro, non significa soltanto commemorare i loro nomi e ricordare il loro sacrificio. Significa soprattutto anche chiederci, da che parte stiamo.

La mafia non si è manifestata solo nelle stragi, e nei grandi processi. Vive ancora oggi, ma in una cultura più sottile: nella raccomandazione accettata come normalità, nel favore chiesto all’amico potente, nel diritto trasformato in privilegio, nella convinzione che senza padrino non si arrivi da nessuna parte. Nel silenzio omertoso di fronte ai soprusi e all'ingiustizia.

E allora la mafia possiamo combatterla anche noi, semplici cittadini, ogni volta che rifiutiamo quella logica. Ogni volta che scegliamo la strada più difficile: quella delle regole, della dignità, della responsabilità, della giustizia.

Perché l’antimafia comincia anche da qui: dal non cercare scorciatoie quando quelle scorciatoie rendono tutti meno liberi.

Forse è questo il modo più alto per onorare la memoria del giudice Giovanni Falcone: non limitarci a ricordarlo una volta l’anno, ma provare a rendere ogni giorno un po’ meno mafiosa la società in cui viviamo

Il bene pubblico non si privatizza quando si firma un atto. Il bene pubblico si privatizza molto prima: quando la societ...
17/05/2026

Il bene pubblico non si privatizza quando si firma un atto. Il bene pubblico si privatizza molto prima: quando la società civile se ne disinteressa.

Da anni il bene pubblico arretra.
Arretrano i servizi.
Arretra la capacità della politica di pianificare, gestire, resistere al monopolio del privato.

E dove il bene pubblico arretra, per mancanza di strategie e per interesse di alcuni, inevitabilmente avanza il privato.
Succede con la sanità.
Succede con il lavoro.
Succede con i trasporti.
Succede perfino con gli spazi di aggregazione e con la cultura.

E oggi succede anche con l’acqua.
La sua privatizzazione non è nata all’improvviso.
Non è arrivata come un fulmine a ciel sereno.
È arrivata lentamente, dentro il vuoto lasciato da anni di inefficienze, silenzi, incapacità amministrative, debolezza politica e interessi particolari.

Del resto, quando il sistema pubblico viene lasciato a deteriorare, il privato non appare più come una scelta politica: appare come l’unica soluzione possibile. Ed è qui che si consuma la vera sconfitta.

Una comunità intera è stata lasciata praticamente all'oscuro di decisioni fondamentali su un servizio essenziale.

E ora il dibattito intorno all'acqua pubblica si è ridotto a una questione burocratica o amministrativa, quando invece riguarda il senso stesso della democrazia: ricordate i risultati del referendum sull'acqua pubblica?

Ma attenzione, il bene pubblico esiste solo finché esiste una comunità capace di difenderlo.

E su questo dobbiamo avere il coraggio di dirci la verità: la politica ha enormi responsabilità, ma anche la società civile arriva spesso tardi.

Ci mobilitiamo troppo tardi: quando le decisioni sono già prese. Quando i giochi sono già fatti. Quando gli equilibri economici e politici sono già consolidati.

A quel punto resistere diventa difficilissimo. Diventa impossibile. Per questo il caso Aretusacque ci insegna qualcosa che va oltre Aretusacque stessa.

Ci insegna che serve vigilanza prima.
Serve partecipazione prima.
Serve costruire coscienza collettiva prima.
Non basta indignarsi alla fine.
Bisogna tornare ad abitare i processi politici mentre accadono. Pretendere trasparenza.
Studiare gli atti.

Costruire reti tra cittadini, associazioni, movimenti, amministratori e territori. Perché senza una società viva, organizzata e consapevole, il pubblico continuerà lentamente a dissolversi.

E allora forse la vera battaglia non è più soltanto impedire una privatizzazione già avvenuta.
La vera battaglia è impedire che il prossimo pezzo di bene pubblico venga ceduto nel silenzio generale a un altro privato.

L’acqua oggi.
Domani cos’altro?

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96010

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