Subiaco Città Aperta

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Subiaco Città Aperta SUBIACO CITTA' APERTA - Lavoriamo insieme per una città che assicuri Diritti, Partecipazione, Uguaglianza e tuteli l'Ambiente.

14/10/2026

SI PREANNUNCIA UN ATTACCO VIOLENTISSIMO AL MOVIMENTO DEGLI STUDENTI

Con una circolare/ukase la Dirigente Scolastica del Liceo Gioberti di Torino

“RICHIAMA FORMALMENTE E AVVERTE
Si richiamano espressamente tutte le componenti interessate, gli occupanti e gli esercenti la responsabilità genitoriale sugli studenti minorenni coinvolti, in ordine alle gravose responsabilità di legge derivanti dalle condotte poste in essere:
- Responsabilità Penale: derivante dalle fattispecie di reato previste dal Codice Penale (tra cui l'invasione di edifici pubblici art. 633 c.p., il danneggiamento di beni pubblici art. 635 c.p., e l’interruzione di pubblico servizio art. 340 c.p.);
- Responsabilità Civile e Patrimoniale: ai sensi degli artt. 2043 e 2048 del Codice Civile, gli autori degli illeciti.
I genitori/tutori per i fatti commessi dai figli minori risponderanno in solido di tutti i danni materiali ed immateriali arrecati alle strutture, agli arredi, alle attrezzature della scuola, nonché delle spese necessarie al ripristino dei locali ed alla sanificazione degli ambienti.”
In pratica pone termine all’iniziale situazione di tolleranza nei confronti della mobilitazione degli studenti è chiarisce come non vi è alcuna disponibilità al confronto da parte di un ministero e di una burocrazia capaci solo di imporre scelte autocratiche del governo.
Pare di sentire la frase attribuita durante la guerra d’Algeria a François Mitterrand. "L'unica trattativa è la guerra!".

La Cub Scuola Università Ricerca:

- ribadisce la propria solidarietà al movimento degli studenti;

- invita le colleghe e i colleghi, i delegati rsu, le organizzazioni sindacali a una mobilitazione unitaria per difendere il diritto di mobilitarsi degli studenti e dei lavoratori.
Difendere la libertà ovunque

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13/10/2026

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📍Sabato 17 ottobre, Piazza della Repubblica
⏰ 13.30

Sabato scenderemo in piazza a Roma per la manifestazione nazionale indetta da La Via Maestra: diciamo NO al caro vita! Vogliamo salari dignitosi, pensioni adeguate.

Vogliamo la pace, attenzione per l’ambiente e rispetto per la Costituzione.

Scendi in piazza con noi?

Il Paese delle Grandi InaugurazioniC’era una volta un piccolo paese dove l’Amministrazione comunale aveva trovato la for...
09/10/2026

Il Paese delle Grandi Inaugurazioni

C’era una volta un piccolo paese dove l’Amministrazione comunale aveva trovato la formula magica per trasformare la normale amministrazione in eventi storici. Non servivano grandi opere, investimenti milionari o progetti visionari: bastava un problema, possibilmente lasciato marcire abbastanza a lungo, e una forbice per tagliare un nastro.

Fu così che un giorno venne annunciata, con grande enfasi, l’inaugurazione della bonifica di un’area invasa dai rifiuti.

Manifesti, fotografie, sorrisi istituzionali e discorsi solenni. Il sindaco, circondato da assessori e collaboratori, si presentò sul posto come un esploratore che avesse appena conquistato una terra sconosciuta. Al centro della scena, un nastro rosso attendeva di essere tagliato.

«Oggi restituiamo dignità al territorio!» proclamò con voce commossa.
E giù applausi.
Nessuno ebbe il coraggio di chiedere come mai, per restituire dignità a un pezzo di paese, fosse stato necessario organizzare una cerimonia, quando sarebbe bastato fare ciò per cui un’Amministrazione viene eletta e pagata: occuparsi dei problemi ordinari della comunità.

Ma nel Paese delle Grandi Inaugurazioni la manutenzione non era mai manutenzione. Era sempre una missione epocale. Togliere i rifiuti diventava una rivoluzione ambientale, sistemare un marciapiede una svolta urbanistica, sostituire una lampadina un investimento sul futuro.
Il vero talento, insomma, non era risolvere i problemi. Era riuscire a fotografarsi mentre si faceva qualcosa che si sarebbe dovuto fare comunque.

Il miracolo del videocitofono

Poco tempo dopo, un’altra notizia scosse il paese: in una scuola era stato installato un videocitofono.
Un videocitofono! Non un laboratorio scientifico, non una biblioteca innovativa, non un progetto per migliorare la didattica. Un dispositivo che permette di vedere chi suona alla porta.
Eppure, la comunicazione ufficiale fu degna di un vertice internazionale.

Si parlò di sicurezza, attenzione alle famiglie, collaborazione, sensibilità verso il mondo scolastico. Soprattutto, si celebrò la generosità di chi aveva donato l’apparecchio.
E qui, naturalmente, tutti avrebbero dovuto commuoversi.

Perché nel Paese delle Grandi Inaugurazioni anche un videocitofono può diventare una vittoria politica, purché si scelga con cura la parola giusta: donazione.

Una parola meravigliosa, perché consente di raccontare il risultato senza soffermarsi troppo sulla domanda più scomoda: perché deve pensarci un cittadino a garantire un servizio che dovrebbe rientrare nella normale gestione di un edificio scolastico?

Nessuno contestava la generosità del donatore, anzi. Il gesto era encomiabile. Ma proprio per questo avrebbe dovuto suscitare gratitudine verso chi aveva contribuito, non diventare il trofeo di un’Amministrazione incapace di distinguere tra una cortesia privata e un compito pubblico.

Il problema, però, era che il videocitofono non era stato installato in tutte le scuole del regno. Soltanto in un plesso.

Ma il messaggio era passato: un videocitofono donato valeva una conferenza stampa. Il resto poteva attendere.

La palestra che non arrivava mai

C’era poi la questione della palestra scolastica.

Un’opera attesa, necessaria, importante. Una di quelle che dovrebbero avere una data d’inizio, una tabella di marcia e, soprattutto, una data di fine.

Nel Paese delle Grandi Inaugurazioni, invece, la palestra sembrava aver aderito a un progetto sperimentale: la costruzione senza conclusione.
I lavori procedevano secondo un calendario misterioso, conosciuto forse soltanto dagli astri, dagli uffici competenti e da qualche fortunato interprete dei comunicati istituzionali.
Passavano i mesi, cambiavano le stagioni, gli studenti crescevano. La palestra, invece, restava lì, fedele a sé stessa: incompiuta, ma ricca di promesse.

Ogni tanto qualcuno domandava quando sarebbe stata pronta.
La risposta era sempre incoraggiante, perché nel Paese delle Grandi Inaugurazioni il futuro è il luogo in cui tutte le opere vengono completate.

E quando finalmente si cominciava a temere che la palestra potesse diventare un monumento permanente all'attesa, ecco spuntare una nuova prospettiva: pare che si dovesse chiudere anche il campetto esterno alla scuola per effettuare altri lavori.

Una notizia che avrebbe dovuto rassicurare tutti.

Perché, evidentemente, se non si riesce a terminare una struttura, la soluzione più naturale è rendere indisponibile anche ciò che ancora funziona. Non sia mai che gli studenti possano utilizzare almeno uno spazio mentre aspettano quello promesso.

Nel frattempo, il campetto sarebbe diventato un altro capitolo della grande saga amministrativa: prima la necessità dei lavori, poi l'attesa, quindi le spiegazioni, infine la rassicurazione che tutto procede.

Procede dove, non era dato sapere.
Ma procede.

Col tempo, gli abitanti capirono il modello di sviluppo del paese: non si misuravano i risultati in opere concluse o servizi funzionanti, ma in nastri tagliati, fotografie pubblicate e annunci trionfali.

La bonifica diventava un'impresa memorabile, il videocitofono una vittoria dell'Amministrazione, la palestra incompiuta l'occasione per annunciare nuovi lavori e il campetto rischiava di chiudere prima ancora che la palestra fosse pronta.

Gli amministratori erano soddisfatti: «Guardate quante cose stiamo facendo!».

Ed era vero: comunicati, cerimonie, ringraziamenti e promesse. Su questo erano efficientissimi. Il problema era tutto il resto.

Perché un'Amministrazione capace programma, interviene e conclude. Quella incapace convive con i problemi e organizza una cerimonia quando riesce, almeno, a spostarli di qualche metro.

Così, nel Paese delle Grandi Inaugurazioni, le opere potevano anche non finire, i servizi continuare a mancare e i cittadini essere costretti a provvedere da soli.

L'importante era non perdere mai l'occasione di raccontare come una grande vittoria ciò che, in un paese amministrato normalmente, sarebbe stato semplicemente il proprio dovere.

LA SCUOLA NON SI INTEGRA SEPARANDO.Giorgia Meloni mostra le sue paure: che i bambini italiani diventino «minoranza in cl...
23/09/2026

LA SCUOLA NON SI INTEGRA SEPARANDO.

Giorgia Meloni mostra le sue paure: che i bambini italiani diventino «minoranza in classe» e annuncia un limite alla presenza degli alunni stranieri. Un po' come avere paura del mostro sotto il letto e decidere di dormire per terra.

Fermiamoci un attimo.

Perché un bambino che parla un'altra lingua dovrebbe essere raccontato come un problema di «minoranza»?
Se una classe ha difficoltà linguistiche, si interviene sulla didattica.
Si mettono più insegnanti.
Si garantisce italiano L2.
Si assumono mediatori linguistico-culturali.
Si rafforzano compresenze e personale educativo. Si applicano cioè tutte le misure che la legge GIÁ PREVEDE ma che LA POLITICA NON FINANZIA.

Si sostengono le scuole che affrontano le situazioni più complesse.
Non si guarda il cognome. Non si conta il passaporto.
Non si decide che qualcuno deve stare altrove perché qualcun altro possa sentirsi maggioranza.

Grazie, davvero, a chi ha deciso di mettere la posizione di Mattarella a raffronto con quella della Premier fobica.
Grazie perché ci permette di chiarire una volta per tutte una differenza fondamentale.

Nelle circolari del 1989 e del 1990 firmate da Sergio Mattarella si parlava anche della necessità di evitare concentrazioni eccessive di alunni stranieri, ma dentro una politica esplicitamente orientata all'educazione INTERCULTURALE, ALL'INTEGRAZIONE LINGUISTICA e alla PARTECIPAZIONE degli alunni alla vita della classe e non in funzione di mantenere uno status privilegiato rispetto ad un gruppo emarginato

Il punto, quindi, non era: «come facciamo a tenere gli stranieri lontani?»
Il punto era: «come facciamo a farli stare insieme agli altri e a metterli nelle condizioni di imparare?»
Ed è questa la differenza tra INCLUSIONE ed EMARGINAZIONE.

Perché distribuire gli alunni per garantire condizioni didattiche migliori può essere uno strumento.
Trasformare invece la presenza degli stranieri in una questione di «maggioranza» e «minoranza» è una scelta politica e culturale molto diversa.

E mentre si parla di percentuali, la scuola reale continua ad aspettare.

Aspetta insegnanti.
Aspetta sostegno.
Aspetta mediatori.
Aspetta strumenti.
Aspetta collaboratori scolastici.
Aspetta risorse.
E spesso aspetta perfino le cose più elementari per funzionare dignitosamente (carta igienica, fogli per fotocopie, materiale didattico)
Il problema non sono i bambini stranieri.
In passato per qualcuno erano i "disabili", ora sulla carta per i bambini con certificazioni c'è TUTTO la verità è che non ci sono le ore di sostegno, non sempre puoi scegliere la scuola che vuoi o il plesso che desideri perché le barriere architettoniche non sono abbattute ovunque, non c'è personale sanitario se ci sono esigenze di somministrare farmaci e le insegnanti fanno anche questo o i genitori corrono fra scuola e lavoro, non ci sono strumenti compensativi per tutte le esigenze ...non c'è la cultura dell'integrazione e temiamo di sentire ancora amenità come quelle di Vannacci sulle classi speciali

Il problema sta in una idea politica per cui alla scuola si chiedono sempre più compiti mentre non sempre si garantiscono le risorse necessarie per svolgerli.
E allora la domanda è semplice:
vogliamo mettere più risorse dentro le classi o più barriere tra i bambini?

Perché l'integrazione non si costruisce facendo sentire qualcuno ospite.

Non si costruisce contando chi è «italiano» e chi non lo è.
Non si costruisce dividendo.
Si costruisce facendo sì che bambini diversi possano stare nella stessa scuola, nella stessa classe, imparare insieme e avere tutti le stesse opportunità.

La scuola pubblica dovrebbe insegnare esattamente questo.
Non chi deve stare da una parte e chi dall'altra.
Ma come si sta insieme.

LE RISPOSTE CHE AVREMMO DOVUTO AVERECome Gruppo Politico Subiaco Città Aperta riteniamo necessario tornare sulla questio...
20/09/2026

LE RISPOSTE CHE AVREMMO DOVUTO AVERE

Come Gruppo Politico Subiaco Città Aperta riteniamo necessario tornare sulla questione del Piano Industriale legato alla concessione degli impianti di Livata, dopo la domanda posta dalla nostra Consigliera nell’ultimo Consiglio comunale: il Piano Industriale è stato effettivamente realizzato? E, se non è stato realizzato, quali sono le cause?

Una domanda semplice, precisa e perfettamente legittima.
La risposta, però, non è arrivata.
Eppure il Piano prevedeva 5.730.686 euro di investimenti, con opere, importi e scadenze ben definite. Ecco cosa era previsto:
• € 3.485.686 – Seggiovia quadriposto La Monna: realizzata, ma con finanziamento pubblico regionale;
• € 400.000 – Immobili di servizio alla Monna, bagni e ristori: non realizzati;
• € 250.000 – Mezzo battipista: non realizzato;
• € 250.000 – Tappeti mobili alla Fossa dell’Acero: il Piano prevedeva tre tappeti mobili per il completamento del servizio della pista. Non si tratta quindi di tre piste o di tre servizi distinti: i tre elementi concorrono alla realizzazione dell’intervento complessivo. Oggi ne risulta presente uno soltanto. Di conseguenza, la questione da chiarire non è se sia stato realizzato “un terzo” di tre opere autonome, ma se l’intervento previsto dal Piano, nella sua configurazione complessiva, sia stato effettivamente completato. E, se non lo è stato, perché e con quali conseguenze;
• € 20.000 – Sistemazione della Fossa dell’Acero: da verificare;
• € 30.000 – Riordino della pista di fondo “Tricolore”: realizzato;
• € 50.000 – Attrezzaggio estivo/bike park alla Monna: non realizzato;
• € 145.000 – Centro Sportivo Anello: diversi interventi previsti non risultano realizzati;
• € 1.000.000 – Innevamento programmato: bloccato, subordinato all’ultimazione della rete idrica;
• € 100.000 – Illuminazione delle piste: non realizzata.
Per il Centro Sportivo Anello, inoltre, la situazione merita particolare attenzione. Gli interventi che risultano certamente realizzati riguardano soprattutto i campi da tennis, quindi una struttura a pagamento. Molto meno, invece, risulta essere stato fatto per ciò che era destinato alla libera fruizione dei cittadini: campo da calcetto, percorso ginnico, area giochi, verde, pista di pattinaggio e illuminazione della zona risultano non realizzati o non eseguiti dalla concessionaria.

Una circostanza che pone una domanda politica molto semplice: quanto è stato effettivamente investito nelle strutture destinate alla libera fruizione della collettività rispetto a quelle che prevedono un pagamento per essere utilizzate?

Anche sulla seggiovia La Monna occorre fare chiarezza. È stata realizzata, ma il relativo investimento previsto di 3.485.686 euro è stato coperto da finanziamento pubblico regionale. Inoltre, il Piano prevedeva l'attrezzaggio per il trasporto delle biciclette e quindi una fruizione estiva dell’impianto, nell’ottica di un utilizzo della struttura durante tutto l’anno. Anche questo obiettivo non risulta realizzato.

E non c’erano soltanto gli investimenti.
Il Piano Industriale prevedeva anche 19 addetti e 127.500 euro di costi del personale, distribuiti tra La Monna, Campo dell’Osso, Fossa dell’Acero, Anello e punti di ristoro.
Anche su questo ci attendevamo una risposta: quei risultati occupazionali sono stati effettivamente raggiunti? Il numero di addetti previsto dal Piano è stato rispettato?

Sono tutte domande che riguardano direttamente l’attuazione del Piano e che l’Amministrazione dovrebbe essere in grado di verificare e riferire.
Di fronte a tutto questo, ci saremmo aspettati dal Sindaco e dall’Assessora Tozzi una risposta precisa: quali impegni sono stati rispettati? Quali no? Quali controlli ha effettuato il Comune? Quali sono state le cause degli eventuali inadempimenti? Quali risultati occupazionali sono stati effettivamente raggiunti? E quali iniziative sono state assunte per tutelare il patrimonio pubblico?

Invece al nostro Consigliere è stato più volte detto: “si informi”.

Noi pensiamo che sia esattamente il contrario.
Il nostro Consigliere non è un investigatore privato e il Consiglio comunale non è un commissariato. Il suo compito è raccogliere le segnalazioni dei cittadini, studiare gli atti, controllare l’azione amministrativa e porre le domande al Sindaco e agli Assessori.
È proprio attraverso il Consiglio che la politica deve rendere conto del proprio operato.
Per questo riteniamo anche fuori luogo il continuo invito a “fare un accesso agli atti” ogni volta che viene posta una domanda. Gli atti sono del Comune e riguardano l’attività dell’Amministrazione, il consigliere li utilizza per esercitare il proprio mandato, ma non può essere trasformato nel soggetto che deve sostituirsi all’Amministrazione nel ricostruire ciò che l’Amministrazione stessa dovrebbe conoscere e spiegare.

Questa non è una battaglia contro il concessionario.
È una questione di responsabilità politica.
Quando un'Amministrazione affida beni pubblici in concessione, ha il dovere di controllare che gli impegni vengano rispettati e che quei beni siano mantenuti, curati e valorizzati. Non basta proclamare il principio della legalità: la legalità deve tradursi anche nella verifica concreta degli obblighi e nella tutela del patrimonio pubblico.

Come Subiaco Città Aperta, continueremo quindi a chiedere una cosa molto semplice: chiarezza.
Non chiediamo versioni di parte. Non chiediamo dichiarazioni di principio. Chiediamo che l’Amministrazione dica ai cittadini, sulla base degli atti, cosa è stato realizzato.
Perché i beni pubblici appartengono alla collettività.
E chi li amministra ha il dovere di controllarli e renderne conto ai cittadini.
La domanda posta dal nostro Consigliere resta quindi ancora lì:
IL PIANO INDUSTRIALE È STATO REALIZZATO?

Se sì, lo si dimostri con gli atti.
Se no, si spieghi perché e cosa ha fatto il Comune.
Subiaco Città Aperta continuerà a fare il proprio lavoro: controllare, chiedere e dare voce ai cittadini.

Le risposte che chiediamo nelle nostre interrogazioni...
13/09/2026

Le risposte che chiediamo nelle nostre interrogazioni...

13/09/2026

IL CONTROLLO È SACRO. ANCHE QUANDO È SCOMODO.

In questi giorni si è aperto un dibattito sul modo in cui l'opposizione esercita il proprio ruolo di controllo attraverso le interrogazioni consiliari.
Il confronto è legittimo. Ma una cosa va chiarita, il controllo non è un abuso solo perché è puntuale, documentato o scomodo.

La Presidente del Consiglio comunale definisce il diritto di controllo “sacro” e “intoccabile”, ma poi parla di una possibile “linea sottile fra uso e abuso”, criticando interrogazioni con più quesiti e premesse.

Noi la vediamo diversamente.
Se un'interrogazione contiene dati, riferimenti e domande precise, è perché dietro c'è un lavoro di studio. La precisione non è un eccesso, è ciò che rende efficace il controllo.

Su Monte Livata le domande sono numerose perché sono numerosi i problemi da chiarire.
Sul possibile conflitto di interessi, chiedere conto di ogni aspetto della vicenda non significa infangare nessuno, significa fare chiarezza.

E la questione della “quantità” non regge nemmeno guardando agli atti.

L'interrogazione sul Piano industriale conteneva appena tre quesiti. Eppure la risposta si è concentrata soprattutto sulle premesse, invece di limitarsi a rispondere alle domande.

Quella sul parcheggio di Monna dell'Orso affrontava diversi profili — amministrativo, autorizzativo, fiscale, ambientale e regolamentare — perché una questione complessa non può essere ridotta a una domanda generica.

Forse, allora, il problema non è quanto siano lunghe le interrogazioni. È quanto siano precise.

E c'è un altro elemento che vale la pena ricordare.
Le nostre interrogazioni chiedono sempre una risposta scritta oppure una risposta in Consiglio comunale.L'unica eccezione riguarda una vicenda per la quale, proprio per una questione di trasparenza, abbiamo ritenuto necessario che la risposta venisse data in un luogo pubblico, dove la cittadinanza potesse essere informata e comprendere direttamente la questione.

Non stiamo quindi chiedendo risposte impossibili o fuori dalle regole.

Una domanda è inevitabile: se in dieci giorni (termine entro il quale è possibile dare risposta per iscritto senza ricorrere al Consiglio Comunale) non si è in grado di rispondere a domande che dovrebbero essere alla base della stesura di un Piano di rilancio di Livata, oppure a questioni relative a un iter autorizzativo avviato già a gennaio, cosa dobbiamo pensare? Che ci ci governa non conosce il Piano industriale pianificato su Livata? O se un parcheggio è autorizzato? O forse il problema sta nel "scripta manent" che non permette mezze risposte come si fa in consiglio?

Gli assessori competenti dovrebbero già conoscere questi aspetti.
Dobbiamo pensare che quelle domande non se le fossero mai poste prima?

Anche sulla convocazione del Consiglio comunale, nessuno ha mai sostenuto che indicare soltanto i numeri di protocollo sia illegittimo. È una scelta possibile. Ma non c'è alcun obbligo che impedisca di indicare anche l'oggetto delle interrogazioni. E il Comune di Subiaco lo ha già fatto in passato.

Se si vuole davvero favorire la partecipazione dei cittadini, rendere chiari gli argomenti che il Consiglio è chiamato ad affrontare dovrebbe essere una scelta di trasparenza, non un problema.

Noi continueremo a fare il nostro lavoro, studiare gli atti, verificare i fatti e fare tutte le domande necessarie.

Perché il controllo è sacro e intoccabile.
Soprattutto quando diventa scomodo per chi governa.

10/09/2026

L’8 settembre in Consiglio comunale emergono tutte le crepe della maggioranza Rapone.
Accuse, attacchi personali, silenzi e una successiva presa di posizione politica, una seduta che solleva interrogativi sulla tenuta della maggioranza e sul ruolo delle istituzioni

L’8 settembre, giorno che nella storia italiana richiama uno dei momenti più drammatici di sbandamento istituzionale e politico del nostro Paese, il Consiglio comunale ci ha consegnato un’altra fotografia, quella di un’Amministrazione che sembra aver smarrito non soltanto la propria direzione politica, ma anche il senso del ruolo istituzionale che ricopre.

Durante la seduta, l’Assessora Tozzi ha affermato esplicitamente che la Consigliera Sturba consulta l’Assessore Rocchi prima di formulare le proprie interrogazioni. Il riferimento al Vice Sindaco Rocchi è stato quindi diretto e inequivocabile. Non una semplice considerazione sulla competenza amministrativa dell’assessore, ma l’affermazione di un preciso rapporto tra la Consigliera Sturba e il Vice Sindaco, chiamato in causa come interlocutore preventivo rispetto alle iniziative consiliari della Consigliera. A rendere ancora più evidente il riferimento è stato il richiamo all’“assessore assente”.

Di fronte a un’affermazione così precisa, ci saremmo aspettati una reazione altrettanto chiara. Non è arrivata. Non è arrivata una difesa del Vice Sindaco Rocchi. Non è arrivata una presa di distanza della maggioranza.

Il Sindaco ha tentato di ricondurre le parole dell’Assessora al semplice fatto che Rocchi fosse l’assessore competente sulla materia. Ma questa spiegazione non modifica ciò che è stato detto in Aula, perché l’Assessora Tozzi ha insinuato che la Consigliera Sturba consulta Rocchi prima di presentare le proprie interrogazioni.

Ed è proprio questo il punto politico che non può essere eluso.
La Consigliera Sturba non ha bisogno di consultare alcun assessore per formulare le proprie interrogazioni. Il suo mandato deriva dagli elettori e il suo compito è esercitare pienamente le prerogative che le competono.

Le sue interrogazioni possono piacere o non piacere alla maggioranza. Possono essere condivise o contestate. Ma devono essere affrontate nel merito, senza costruire attorno alla Consigliera insinuazioni sul suo operato o sulla sua autonomia politica.

La reazione dell’Assessora Tozzi ha invece portato il confronto fuori dal terreno del merito, trasformandolo in un attacco personale alla Consigliera Sturba e coinvolgendo direttamente il Vice Sindaco Rocchi, mettendo in discussione contemporaneamente anche la sua lealtà.
Questa insinuazione la respingiamo integralmente.

La Consigliera Sturba ha dimostrato dall’inizio del mandato una linea politica coerente, riconoscibile e trasparente. Le sue posizioni sono il risultato di un percorso politico definito, della conoscenza delle questioni amministrative e di una precisa idea di intervento sulla città.

A questo si aggiunge un altro elemento che riteniamo grave. La Presidente del Consiglio comunale non è apparsa in grado di mantenere pienamente il controllo della seduta, lasciando che il confronto degenerasse in attacchi rivolti alla Consigliera Sturba, tra prese in giro, denigrazioni, continue interruzioni anche da parte del Sindaco e riferimenti alla sua presunta incapacità.
Il Presidente del Consiglio non deve impedire il confronto politico, ma deve garantire che esso si svolga nel rispetto delle istituzioni, delle persone e delle prerogative dei consiglieri. Quando il dibattito passa dalla contestazione politica alla derisione e alla delegittimazione personale, è compito della Presidenza riportarlo entro i confini della correttezza istituzionale.
L’8 settembre, a nostro giudizio, questo non è avvenuto.

Cosa altrettanto importante insieme alla mancanza di guida politica e di controllo dello svolgimento, sono le parole dell’Assessora Tozzi perchè aprono una questione politica interna alla stessa maggioranza.
Se l’Assessora ritiene di conoscere e poter affermare pubblicamente quale sia il rapporto tra la Consigliera Sturba e il Vice Sindaco Rocchi, allora il problema non riguarda più soltanto l’opposizione. Riguarda direttamente gli equilibri della maggioranza.

E qui torna il dato più significativo: nessuno ha difeso Rocchi.
Il Sindaco non ha smentito l’affermazione dell’Assessora. Nessun componente della maggioranza è intervenuto per chiarire, correggere o prendere le distanze da quelle parole, né durante la seduta né successivamente.
Il silenzio, in politica, non è sempre neutralità. A volte è una risposta.
A rendere ancora più significativo quanto accaduto è la presa di posizione della sezione sublacense di Fratelli d’Italia che, il giorno successivo al Consiglio comunale, ha espresso pubblicamente il proprio sostegno alla Giunta nella sua interezza.
Una presa di posizione che, per tempistica e contenuti, non può non suscitare interrogativi. È legittimo chiedersi se sia stata anche la necessità di ricomporre rapidamente una situazione apparsa politicamente imbarazzante e di ribadire un sostegno che, alla luce di quanto accaduto in Aula, sembrava aver bisogno di essere riaffermato.
Forse qualcuno ha compreso la gravità di quanto scompostamente accaduto durante il Consiglio e ha ritenuto necessario intervenire per mettere una toppa sulle scomposte , infamanti e delegittimanti parole della Tozzi.

Ma una presa di posizione politica non può cancellare ciò che è stato detto in Aula, né può sostituire le risposte che ancora mancano.
Quello dell’8 settembre, quindi, non è stato semplicemente un episodio di cattiva dialettica consiliare. Ha fatto emergere contraddizioni politiche, silenzi significativi e un livello di confronto che, in alcuni momenti, ha oltrepassato il limite del legittimo scontro tra maggioranza e opposizione.

Noi continueremo a fare esattamente ciò che ci compete.
La Consigliera Sturba continuerà a interrogare, controllare, denunciare e proporre. Non chiederà il permesso a nessuno per esercitare il mandato ricevuto dai cittadini.
Continueremo a farlo con la stessa coerenza dimostrata fino a oggi, senza lasciarci intimidire da attacchi personali o tentativi di spostare il confronto dal merito delle questioni alla persona di chi le pone.

Perché alle interrogazioni si risponde nel merito. Alle critiche si risponde con gli argomenti. E alle posizioni politiche si risponde con altre posizioni politiche.
Non con le insinuazioni, non con la derisione e non con il silenzio.

L’8 settembre le crepe della maggioranza Rapone sono diventate visibili.
"Ora" il Sindaco e la sua maggioranza hanno il dovere di chiarire ai cittadini se si sia trattato soltanto di una giornata difficile, data da coinvolgimenti che magari travalichino gli aspetti istituzionali, o se dietro quelle crepe esista una frattura politica più profonda.

LA DISTRAZIONE DI MASSA NON RISPONDE ALLE DOMANDEQuando un'Amministrazione non riesce — o non vuole — rispondere nel mer...
09/09/2026

LA DISTRAZIONE DI MASSA NON RISPONDE ALLE DOMANDE

Quando un'Amministrazione non riesce — o non vuole — rispondere nel merito, c'è sempre una strategia utile: spostare il problema.

Si alzano i toni.
Si attacca chi fa le domande.
Si mette in discussione la persona invece della questione sollevata.

È quello che sta accadendo a Subiaco.
E noi siamo francamente amareggiati e preoccupati per il livello raggiunto dal confronto.

La prima ad andare in escandescenza è stata l'Assessora Tozzi, alla quale erano state poste domande sulla Livata 2001.
Invece di rispondere nel merito, sono arrivate accuse alla consigliera: non conoscere normative, atti, concessioni e persino avere problemi “semantici”.

Le domande si possono fare.
E quando riguardano atti amministrativi, concessioni e Piano industriale, non sono attacchi personali: sono controllo politico e istituzionale.

Il problema è che a Subiaco ormai sembra quasi diventato impossibile persino fare una domanda.
Se si presenta un'interrogazione, si dice che si abusa dello strumento.
Se si chiede un documento, vengono negati gli accessi agli atti con la stessa motivazione.
Se l'interrogazione non viene direttamente esclusa — cosa già accaduta — si arriva in Consiglio e si ricevono risposte sommarie.

Allora facciamo chiarezza: qual è esattamente lo spazio che questa Amministrazione vuole lasciare al controllo democratico?

Perché sulla Livata 2001 la questione è chiarissima.
L'Assessora ha sostenuto che la consigliera avrebbe chiesto se “è stata fatta la seggiovia”.
Non è così.
L'interrogazione chiede se il Piano industriale è stato rispettato, quali opere non siano state realizzate e per quali motivi.

E il Piano industriale non parlava soltanto della seggiovia.
Prevedeva, tra le altre cose, la creazione di 19 posti di lavoro.
Prevedeva che la seggiovia fosse in grado di consentire anche il trasporto delle biciclette, elemento evidentemente importante per quella strategia di sviluppo e per la diversificazione dell'offerta.
Prevedeva i bagni.
Sono state fatte domande precise su questi punti.

Le risposte non sono arrivate.
Del Piano industriale, nel dettaglio, non si è voluto parlare.
Si è preferito imbastire un'altra narrazione: la beatificazione — o, meglio, la martirizzazione — del concessionario, trasformando ogni domanda sul rispetto degli impegni in un presunto attacco alla sua attività.

Ma noi non abbiamo chiesto di processare il concessionario.

Abbiamo chiesto di verificare il Piano.
Che cosa è stato realizzato?
Che cosa non è stato realizzato?
Perché?
Quali impegni sono stati rispettati?
Quali no?
Quali ostacoli sono di natura amministrativa?
Quali devono essere affrontati politicamente?

Queste sono le domande.

E a queste domande avremmo voluto risposte concrete, basate sui dati.

Risposte che avrebbero potuto aprire finalmente un confronto serio sul futuro di Monte Livata.
Invece abbiamo assistito ancora una volta a quello che appare come un persistente silenzio-assenso nei confronti dei gestori, mentre ogni tentativo di esercitare il controllo viene trasformato in una polemica.

Eppure alcune situazioni sono incontestabili.
Per esempio, i bagni previsti dal Piano industriale non sono stati realizzati.
E qui arriviamo a un episodio che riteniamo francamente inaccettabile.
Durante il confronto, il Sindaco ha alzato la voce e ha chiesto alla consigliera, in sostanza, dove andasse a fare p**ì quando va a sciare.
Questa sarebbe la risposta istituzionale a una domanda sui servizi previsti?

No.

La domanda era: sono stati realizzati i bagni previsti dal Piano industriale?
La risposta è no. Sono stati posti container.
E quindi, oggi, la soluzione è andare nei bagni chimici, in condizioni che definire indecorose non è certo un'esagerazione.
È davvero questo il livello al quale deve scendere il dibattito per evitare di rispondere a una domanda?
Si può anche ironizzare sulla domanda. Ma il problema resta lì: i bagni previsti non ci sono.

E lo stesso vale per gli usi civici.
Sappiamo che la loro gestione rappresenta un freno alla realizzazione del Piano industriale.
E allora occorre una risposta politica e amministrativa.
Non si può scaricare sul concessionario una questione che chiama in causa direttamente l'Amministrazione.

Poi c'è il parcheggio a pagamento di Monna dell'Orso.
Sì, il parcheggio è ricompreso nella concessione.
Ma il punto della domanda è un altro: dove è scritto che debba essere a pagamento?
Se cambia la modalità di gestione prevista, allora cambia una previsione del Piano industriale.

E il Piano industriale, conseguentemente, va modificato.

Questi sono i fatti.
Non le polemiche.
Non le provocazioni.
Non gli attacchi personali.

I fatti.

E quando l'Assessora si lamenta perché le è stata contestata una certa “immaturità”, forse dovrebbe chiedersi perché una risposta istituzionale sia stata percepita come scomposta, spocchiosa e inadeguata al ruolo che ricopre.

Perché chi siede nelle istituzioni deve saper rispondere anche alle domande che non piacciono.

Soprattutto a quelle.

La democrazia non funziona così: “se fai troppe domande, abusi dello strumento”.
La democrazia funziona esattamente al contrario.
Più domande ci sono, più devono esserci risposte.
E se gli atti non arrivano, se le interrogazioni vengono ostacolate e se alle domande si risponde attaccando chi le pone, allora il problema non è chi fa opposizione.

Il problema è la difficoltà di questa Amministrazione a confrontarsi con le domande.
Noi non chiediamo una crociata contro il concessionario.
Chiediamo una cosa molto più semplice e molto più seria: che l'Amministrazione faccia il proprio lavoro. Verifichi gli impegni, controlli i risultati,dica cosa è stato fatto e cosa no.
Spieghi perché.

E, soprattutto, apra un confronto trasparente sul futuro di Monte Livata, senza continuare a rifugiarsi nel silenzio o nella difesa acritica dell'esistente continuando anche a dichiarare apertamente di ESCLUDERE le opposizioni dal tavolo di confronto su Livata.

Queste sono solo alcune pillole.
Il resto lo racconteremo nel merito, video alla mano.
Perché la distrazione di massa può forse spostare per qualche minuto l'attenzione.
Ma non può far sparire i fatti.

Subiaco Città Aperta

Si allegano le due interrogazioni che hanno suscitato tanto clamore

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