Sara Pauletto- Psicomotricista Relazionale

Sara Pauletto- Psicomotricista Relazionale DALL' EDUCAZIONE ALL' ORIGINE: è lì, dove corpo, relazione e storia si intrecciano, che nasce il mio lavoro. CELL. 328 39 57 723

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Non creo servizi, creo spazi di trasformazione per i bimbi e per chi accompagna la loro crescita. ⚘Centro di EDUCAZIONE ALLA RELAZIONE⚘

Spazio pensato e creato per la CRESCITA e il BENESSERE dei bambini, dei loro genitori e di tutti coloro che li accompagnano nel meraviglioso e impegnativo cammino dell'EDUCAZIONE. IL LINGUAGGIO DEL CORPO, IL CONTATTO, LA RELAZIONE AUTENTICA, LA CREATIVITA' E I

L GIOCO sono la base delle attività rivolte a piccoli e grandi. LE PROPOSTE, a mediazione corporea, sono pensate per percorsi di

EDUCAZIONE E PREVENZIONE,

ACCOMPAGNAMENTO ALLA CRESCITA,

SOSTEGNO ALLA GENITORIALITA',

BENESSERE PERSONALE,

FORMAZIONE E AGGIORNAMENTO

(INDIVIDUALI E DI GRUPPO).


⚘PSICOMOTRICITA' RELAZIONALE

⚘TECNICHE DI RILASSAMENTO

⚘TERAPIA PRENATALE E PERINATALE

⚘PEDAGOGIA SISTEMICA SECONDO IL METODO DELLE COSTELLAZIONI FAMILIARI

⚘CONSULENZA EDUCATIVA METODO NARM Modello Relazionale Neuroaffettivo

⚘SERVIZI OFFERTI:

⚘Psicomotricità e Rilassamento in gravidanza
⚘Psicomotricità bambino-genitore
⚘Psicomotricità educativa in piccolo gruppo
⚘Valutazione psicomotoria
⚘Presa in carico con percorsi a mediazione corporea


⚘Tecniche di Rilassamento per bambini, adolescenti ed adulti
(Metodo Soubiran, Metodo Bergès, Rilassamento Muscolare Progressivo, Training Autogeno)

⚘Consulenza educativa per genitori
⚘Percorsi genitori-figli

⚘Supervisione e formazione per insegnanti ed educatori secondo la visione della Pedagogia Sistemica delle Costellazioni Familiari.

⚘Percorsi di ricerca personale, individuali e in gruppo, con tecniche a mediazione corporea. I PERCORSI VENGONO "CUCITI SU MISURA" COME UN ABITO SARTORIALE, IN BASE ALLA FAMIGLIA, AI VISSUTI DEI BAMBINI E ALLE RISORSE DEI GENITORI.





⚘SARA PAULETTO
*Psicomotricista Relazionale
Terapeuta in Rilassamento
Operatrice certificata Prenatal and Birth Therapy e NARM Modello Relazionale Neuroaffettivo
*Formatrice
*Insegnante Scuola Primaria


⚘FORMATA IN:
-Psicomotricità Relazionale e Analisi Corporea della Relazione
-Tecniche di Rilassamento per bambini ed adulti
-Pedagogia Sistemica
-Costellazioni Familiari
-Terapia sugli imprinting prenatali e perinatali.
-NARM Modello Relazionale Neuroaffettivo
-Counsel- coaching Strategico Breve secondo il Modello di Giorgio Nardone. [email protected]

🌱QUANTO INDIETRO SIAMO DISPOSTI A GUARDARE QUANDO INCONTRIAMO UN BAMBINO?Quando lavoriamo con i bambini siamo abituati a...
07/09/2026

🌱QUANTO INDIETRO SIAMO DISPOSTI A GUARDARE QUANDO INCONTRIAMO UN BAMBINO?

Quando lavoriamo con i bambini siamo abituati a osservare ciò che accade nel presente: il modo in cui si muovono, giocano, utilizzano il corpo, entrano in relazione, cercano o evitano il contatto, affrontano la separazione e reagiscono alle situazioni che incontrano nel loro quotidiano. È attraverso queste manifestazioni che il bambino si racconta e che noi possiamo iniziare a costruire una relazione con lui.

Eppure, ciò che osserviamo oggi è il risultato di una storia che è cominciata molto prima del nostro incontro.

La storia del bambino non inizia quando arriva al nido, alla scuola dell'infanzia o nello spazio psicomotorio, e nemmeno quando compare quel comportamento che ci interroga e che ci porta a cercare nuove chiavi di lettura. La storia del bambino è già iniziata nella vita prenatale, all'interno di un ambiente corporeo e relazionale nel quale egli vive le sue prime esperienze di movimento, ritmo, contenimento, cambiamento e relazione.

Anche la nascita rappresenta un passaggio significativo di questa storia, perché introduce il bambino in una nuova condizione corporea e relazionale e costituisce una delle prime grandi trasformazioni attraverso cui l'essere umano attraversa il passaggio da un ambiente a un altro.

Guardare alla vita prenatale e perinatale, però, non significa cercare nel periodo precedente alla nascita la spiegazione di ogni comportamento successivo, né stabilire collegamenti semplicistici tra ciò che è accaduto allora e ciò che osserviamo oggi. Significa, piuttosto, ampliare lo sguardo e riconoscere la complessità della storia corporea e relazionale di ogni bambino.

Per chi lavora nell'ambito dell'infanzia, questa prospettiva può diventare particolarmente importante, perché ci invita a non confondere il bambino con ciò che manifesta e a considerare il comportamento non come qualcosa da correggere immediatamente, ma come una possibile espressione di un'esperienza che merita di essere ascoltata e compresa.

È qui che, per me, la psicomotricità può continuare a sviluppare una propria cultura: nella capacità di mantenere uno sguardo attento al corpo, alla relazione e alla storia dell'individuo, senza fermarsi a ciò che è immediatamente visibile e senza trasformare ogni osservazione in una diagnosi o in una spiegazione definitiva.

La psicomotricità prenatale e perinatale nasce anche da questa necessità: andare più indietro, per ampliare la nostra possibilità di incontrare il bambino nel presente.

Non per trovare risposte facili, ma per costruire uno sguardo più consapevole, capace di tenere insieme ciò che vediamo oggi e la complessità della storia che ogni bambino porta con sé.

S.P

La professionalità di uno psicomotricista non si riconosce soltanto da un titolo, da un curriculum o dalle tecniche che ...
06/09/2026

La professionalità di uno psicomotricista non si riconosce soltanto da un titolo, da un curriculum o dalle tecniche che utilizza.

Si riconosce anche, e forse soprattutto, da come accoglie una famiglia che arriva chiedendo aiuto.

Da come ascolta la storia del bambino senza fermarsi alla difficoltà per cui viene presentato.
Da quali domande pone.
Da quanto sa prendersi il tempo necessario per comprendere se la psicomotricità è davvero il percorso più adatto.
E dalla capacità di dire, quando necessario, anche che quel bambino ha bisogno di un altro tipo di intervento.

Perché scegliere un percorso psicomotorio non dovrebbe mai essere una questione di “vendere” un servizio, ma di costruire un incontro professionale responsabile, mettendo al centro il bambino e la sua storia.

In questi ultimi quattro post ho raccolto alcuni aspetti che ritengo fondamentali nell’accoglienza dei genitori e nella scelta del percorso più adeguato per il bambino.

Vi invito a rileggerli: insieme offrono una piccola mappa per orientarsi e, per i genitori, possono essere anche un modo semplice per riconoscere quando dietro una proposta c’è una professionalità realmente competente e quando, invece, ci si trova di fronte a un’improvvisazione.

Perché la qualità del lavoro comincia molto prima del primo incontro nella sala di psicomotricità.

S.P

🎯 E POI? (parte 4)Quando, attraverso il colloquio e i primi momenti di osservazione, emerge che il bisogno del bambino p...
06/09/2026

🎯 E POI? (parte 4)
Quando, attraverso il colloquio e i primi momenti di osservazione, emerge che il bisogno del bambino può essere sostenuto all’interno di un percorso psicomotorio educativo, è importante comprendere quale proposta possa rispondere meglio alle sue caratteristiche evolutive e relazionali.

Non tutti i bambini hanno bisogno dello stesso tipo di esperienza educativa.
Per alcuni può essere utile iniziare con un percorso individuale, in uno spazio maggiormente contenitivo e personalizzato, che permetta di costruire sicurezza, fiducia nella relazione e maggiore consapevolezza corporea ed emotiva.

Successivamente, quando il bambino è pronto, il piccolo gruppo può diventare un’importante occasione di crescita: condividere il gioco, sperimentare le regole, attendere, cooperare e stare nella relazione con i pari rappresenta infatti una preziosa esperienza evolutiva.

In altre situazioni, invece, il bambino può trarre beneficio fin da subito da un percorso educativo di gruppo, dove il contesto relazionale e il gioco condiviso diventano strumenti centrali di crescita e benessere.

Per questo motivo una prima fase di osservazione è spesso fondamentale.
Osservare il bambino nel gioco, nella relazione, nell’utilizzo dello spazio e nella modalità di stare con l’altro permette allo psicomotricista di comprendere quale setting educativo possa sostenerlo nel modo più adeguato.

Ogni scelta viene sempre condivisa con la famiglia, costruendo insieme un progetto educativo realistico, rispettoso dei tempi e dei bisogni del bambino.

Con i genitori si valuterà inoltre quando coinvolgere la scuola, affinché il percorso possa inserirsi all’interno di una rete educativa coerente e collaborativa.

Quando famiglia, scuola e professionista riescono a dialogare e condividere obiettivi comuni, il bambino può sentirsi sostenuto in modo più armonico nei diversi contesti della sua quotidianità.

S.P

05/09/2026
LA PORTA È STATA LA PSICOMOTRICITÀSe ripenso al cammino che mi ha portata fino a CORPO ORIGINE, mi accorgo che non è sta...
05/09/2026

LA PORTA È STATA LA PSICOMOTRICITÀ
Se ripenso al cammino che mi ha portata fino a CORPO ORIGINE, mi accorgo che non è stato un percorso lineare e nemmeno qualcosa che avevo già chiaramente definito nella mia mente. È stato piuttosto un movimento a spirale, nel quale sono tornata più volte sugli stessi temi, sulle stesse domande e sulle stesse esperienze, ma ogni volta da un punto di osservazione diverso e, forse, un po' più in profondità.

La porta attraverso cui tutto questo è iniziato è stata la psicomotricità.

Quando ho cominciato a lavorare con i bambini, pensavo di stare imparando soprattutto a comprendere il loro corpo, il loro modo di muoversi, di entrare in relazione, di esprimere attraverso il gioco e il movimento ciò che ancora non potevano dire con le parole. Solo con il tempo ho compreso che, mentre imparavo ad ascoltare il corpo dei bambini, stavo imparando ad ascoltare anche il mio.

È stato un processo graduale, fatto di esperienze, di incontri e di consapevolezze che sono arrivate spesso molto tempo dopo essere state vissute. Ho iniziato a comprendere che il corpo racconta molto più di quanto siamo abituati ad ascoltare e che alcune sensazioni arrivano prima delle parole, alcune tensioni hanno una storia e alcuni nostri modi di stare nella relazione possono avere radici molto più profonde di ciò che riusciamo immediatamente a comprendere con la mente.

È stato allora che ho iniziato a guardare il corpo in un modo diverso: non soltanto come qualcosa che si muove, che agisce e che comunica, ma come il luogo nel quale la nostra storia può lasciare delle tracce.

Le esperienze che attraversiamo, soprattutto quelle più precoci, possono infatti continuare a vivere nel modo in cui respiriamo, ci muoviamo, entriamo in relazione, ci avviciniamo o ci proteggiamo. Non necessariamente come ricordi consapevoli da recuperare, ma come impronte che possono continuare a manifestarsi nel presente.

Da lì la mia ricerca ha cominciato ad allargarsi. Sono arrivati lo studio delle esperienze prenatali e perinatali, il tema della nascita, il trauma, il sistema nervoso, il lavoro relazionale e le Costellazioni. Non ho mai avuto la sensazione di stare cambiando strada: era come se ogni nuovo incontro mi permettesse di vedere un altro tratto di quella stessa strada e di tornare, ancora una volta, verso l'origine.

È per questo che CORPO ORIGINE non nasce, per me, dalla semplice volontà di costruire un nuovo percorso formativo o di mettere insieme approcci differenti. Nasce da una ricerca che prima di essere professionale è stata profondamente personale e che, nel corso degli anni, ha continuato a trasformare anche il mio modo di guardare il lavoro con le persone.

La psicomotricità è stata la prima porta che mi ha permesso di entrare in questo territorio. Tutto ciò che è venuto dopo non ha cancellato quella porta, ma l'ha resa più grande, permettendomi di esplorare con maggiore profondità le memorie del corpo, le tracce delle esperienze precoci e il modo in cui queste possono continuare a influenzare il nostro modo di essere e di stare in relazione.

CORPO ORIGINE nasce proprio da questa spirale.

Da un cammino che continua e che non considero concluso, perché più imparo ad ascoltare il corpo, più mi accorgo di quanto abbia ancora da raccontare.

Ed è forse questa la cosa che oggi sento più profondamente: il corpo non è soltanto il luogo nel quale la nostra storia si conserva. Può essere anche il luogo dal quale qualcosa può finalmente muoversi, trasformarsi e trovare una possibilità nuova.

Ed è da lì che continuo a camminare.

Le porte del nuovo gruppo di formazione sono aperte per
gli ultimi posti liberi.
[email protected]

Ti aspetto, ti aspettiamo, un gruppo di donne ha già scelto di esserci!

S.P

PER MOLTI ANNI HO PENSATO CHE, PRIMA O POI, AVREI DOVUTO SCEGLIERE.Sono nata come insegnante. La scuola è stata il primo...
04/09/2026

PER MOLTI ANNI HO PENSATO CHE, PRIMA O POI, AVREI DOVUTO SCEGLIERE.

Sono nata come insegnante. La scuola è stata il primo luogo nel quale ho incontrato i bambini e, forse, anche il primo luogo nel quale ho cominciato a farmi quelle domande che ancora oggi accompagnano il mio lavoro: che cosa c'è dietro un comportamento? Che cosa sta cercando di comunicare un bambino quando non riesce a stare dentro ciò che gli viene richiesto? Che cosa racconta il suo corpo quando le parole ancora non ci sono, oppure quando le parole non riescono a dire tutto?

È stato proprio il desiderio di comprendere meglio i bambini e il loro sviluppo che mi ha portata verso la psicomotricità.

All'inizio pensavo di stare semplicemente aggiungendo qualcosa alla mia professione di insegnante; con il tempo ho scoperto che quella formazione stava aprendo una porta molto più profonda, perché mentre imparavo a guardare i bambini in modo diverso, iniziavo inevitabilmente a guardare anche me stessa in modo diverso.

La psicomotricità mi ha insegnato ad ascoltare il corpo, la relazione, il movimento, il gioco e tutto ciò che accade prima che qualcosa possa diventare parola. Ma, soprattutto, mi ha insegnato che per poter incontrare davvero l'altro è necessario essere disposti a incontrare anche le proprie parti più scomode, quelle che abbiamo imparato a mettere da parte per poter stare dentro ciò che la vita ci chiedeva.

Ed è qui che, per molti anni, ho vissuto la mia più grande fatica.

Mi sentivo divisa.

Da una parte c'era la maestra, con la sua storia, la sua esperienza, il suo senso di responsabilità e il desiderio di fare bene il proprio lavoro; dall'altra c'era una psicomotricista che sentiva sempre più forte il bisogno di stare nella relazione, di ascoltare ciò che accadeva sotto il comportamento, di lasciare spazio al corpo e al gioco e di interrogarsi continuamente su ciò di cui un bambino aveva realmente bisogno.

Per molto tempo ho pensato che queste due parti fossero incompatibili.

Avrei voluto essere soltanto psicomotricista, perché dentro la scuola mi sentivo spesso fuori posto. Facevo fatica davanti a una certa rigidità, davanti a un'organizzazione che talvolta sembrava avere più bisogno che i bambini si adattassero al sistema che non di interrogarsi su come il sistema potesse adattarsi ai bambini.

E questa cosa mi faceva soffrire.

Ho passato anni a sentirmi diversa, a chiedermi se fossi io ad avere un problema, se fossi troppo sensibile, troppo attenta alla relazione, troppo portata a cercare significati là dove forse sarebbe stato più semplice fermarsi al comportamento.

Ho combattuto con la scuola, ma soprattutto ho combattuto con me stessa.

Perché una parte di me voleva andarsene, mentre un'altra continuava a sentire che, nonostante tutto, quello era ancora un luogo nel quale avevo qualcosa da portare.

Ci sono voluti anni e un lungo percorso di ricerca personale per comprendere che forse non dovevo scegliere quale parte di me salvare.

Dovevo imparare a farle incontrare.

È stato un passaggio importante, perché ho iniziato a comprendere che la maestra e la psicomotricista non erano due identità che si facevano concorrenza, ma due sguardi che potevano arricchirsi reciprocamente.

E oggi, soprattutto negli ultimi tempi, sento di essere più in pace con questa mia duplice appartenenza.

Non significa che improvvisamente la scuola sia diventata il luogo nel quale mi riconosco completamente, né che siano scomparse le difficoltà che ancora incontro. Significa che riesco a stare di più dentro quel contesto senza sentire continuamente il bisogno di fuggire da una parte di me.

Riesco a stare a scuola con maggiore presenza, con meno conflitto e, forse, con una maggiore libertà interiore.

Non devo più dimostrare a me stessa che sono una psicomotricista scegliendo di essere soltanto quella.

Posso essere maestra e psicomotricista insieme.

Eppure, ancora oggi, mi faccio moltissime domande.

Continuo a chiedermi se quello che facciamo sia davvero rispettoso dei tempi dei bambini, se alcune richieste siano necessarie oppure siano semplicemente diventate abitudini, se stiamo riuscendo a vedere davvero il bambino che abbiamo davanti o se, qualche volta, finiamo per vedere soprattutto ciò che ci aspettiamo da lui.

Continuo a interrogarmi sul senso dell'educare, sul rapporto tra regole e bisogni, tra apprendimento e relazione, tra ciò che il sistema chiede e ciò che un bambino può realmente sostenere.

La differenza, però, è che oggi queste domande non mi fanno più sentire necessariamente nel posto sbagliato.

Possono semplicemente accompagnarmi.

Forse perché ho smesso di chiedermi quale delle due parti di me abbia ragione e ho iniziato ad ascoltare ciò che accade quando stanno insieme.

Oggi, quando entro in una classe, porto con me tutto questo.

Porto la maestra che conosce la scuola, i suoi tempi, le sue regole, i processi di apprendimento e le responsabilità educative; ma porto anche la psicomotricista che osserva un corpo, ascolta un tono, riconosce una difficoltà nella relazione e sa che dietro ciò che vediamo c'è quasi sempre qualcosa che merita di essere incontrato prima ancora che corretto.

E questa integrazione, oggi, la considero una delle esperienze più preziose della mia storia professionale.

Perché mi permette di non ridurre il bambino a ciò che deve imparare, né di dimenticare che educare significa anche offrire confini, accompagnare, sostenere e dare forma.

Mi permette di stare nella regola senza perdere di vista la relazione.

Mi permette di guardare un comportamento senza fermarmi al comportamento.

Mi permette, soprattutto, di continuare a chiedermi non soltanto “Che cosa deve fare questo bambino?”, ma anche “Che cosa sta vivendo? Che cosa mi sta raccontando? Di che cosa ha bisogno da me, in questo momento?”

Oggi so che quella sensazione di essere diversa, che per tanti anni ho vissuto come una difficoltà, è diventata una parte importante della mia identità professionale.

E forse è proprio questo il senso del mio essere una psicomotri-maestra.

Non essere una maestra che applica la psicomotricità alla scuola, né una psicomotricista che si è ritrovata a fare la maestra.

Essere entrambe, continuando a interrogarmi, continuando a cercare, continuando anche a sentire la fatica quando qualcosa non risuona con ciò in cui credo.

Perché oggi non penso più che il punto sia arrivare a una condizione nella quale tutto è finalmente risolto.

E allora penso alle tante insegnanti che si sentono come mi sono sentita io.

A quelle che fanno fatica a stare dentro un sistema che non sempre sentono vicino, a quelle che si sentono diverse perché continuano a vedere il bambino anche quando intorno a loro tutti sembrano vedere soltanto l'alunno, a quelle che hanno una sensibilità che a volte pesa e che si chiedono se sia davvero possibile lavorare nella scuola senza tradire ciò in cui credono.

Vorrei dirvi di non avere troppa fretta di scegliere quale parte di voi lasciare indietro.

Forse quella parte che oggi vi sembra scomoda, quella che vi fa sentire diverse e che vi porta continuamente a farvi domande, non è qualcosa da eliminare.

Forse è proprio quella parte che, un giorno, vi permetterà di abitare il vostro essere insegnanti in un modo completamente vostro.

Io ho impiegato molti anni per capirlo.

E oggi, finalmente, non sento più di dover scegliere tra la maestra e la psicomotricista.

Sono entrambe.

E forse il mio posto non è mai stato scegliere tra le due, ma imparare, lentamente, ad abitare lo spazio che c'è nel mezzo.

S.P

🎯QUALE PERCORSO ? - parte 3Tra gli aspetti più importanti del primo colloquio c’è anche la valutazione del bisogno porta...
03/09/2026

🎯QUALE PERCORSO ? - parte 3
Tra gli aspetti più importanti del primo colloquio c’è anche la valutazione del bisogno portato dalla famiglia e la scelta del percorso più adeguato per il bambino.

Questa è una parte molto delicata del lavoro dello psicomotricista e richiede competenza, responsabilità professionale ed estrema chiarezza rispetto al proprio ambito di intervento.

La psicomotricità educativa opera nell’area della prevenzione, della relazione, del sostegno allo sviluppo e della promozione del benessere del bambino attraverso il corpo, il gioco e la relazione.
Per questo motivo è fondamentale comprendere se il bisogno espresso dalla famiglia rientri realmente in un percorso educativo oppure se siano necessari approfondimenti specialistici o terapeutici.

La professionalità dello psicomotricista si esprime anche nella capacità di riconoscere i confini del proprio intervento.

Saper ascoltare, osservare e leggere con attenzione i segnali portati dal bambino e dalla famiglia permette di orientare in modo responsabile il percorso, evitando interventi non adeguati ai bisogni reali della situazione.

Quando emergono difficoltà che richiedono una presa in carico clinica, sanitaria o terapeutica, il compito del professionista non è “trattenere” la famiglia, ma accompagnarla con cura verso i colleghi competenti: terapisti della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, psicologi, logopedisti, neuropsichiatri infantili o altri specialisti, a seconda del bisogno emerso.

L’invio rappresenta un atto di grande responsabilità professionale ed etica.
Significa mettere realmente al centro il benessere del bambino, riconoscendo quale intervento possa essere più adeguato in quel momento del suo percorso evolutivo.

Allo stesso tempo, molte situazioni trovano nel percorso psicomotorio educativo uno spazio prezioso di sostegno alla crescita, alle competenze relazionali, emotive e corporee del bambino, attraverso esperienze di gioco, ascolto e relazione.

Lavorare nel rispetto delle competenze professionali non divide le figure educative e terapeutiche, ma permette di costruire reti collaborative più chiare, efficaci e realmente orientate al benessere del bambino e della sua famiglia. 🌱

S.P

***WEBINAR SABATO 5 SETTEMBRE***Ci sono relazioni con le famiglie che scorrono con naturalezza.E ce ne sono altre che ci...
02/09/2026

***WEBINAR SABATO 5 SETTEMBRE***
Ci sono relazioni con le famiglie che scorrono con naturalezza.
E ce ne sono altre che ci mettono alla prova.

Un genitore che sembra non ascoltare ciò che osserviamo.
Una famiglia che fatica ad accogliere le nostre parole.
Una richiesta che ci appare eccessiva.
Una collaborazione che non arriva come vorremmo.

In queste situazioni, soprattutto quando lavoriamo con i bambini, è facile spostare lo sguardo sull’altro e pensare: “È la famiglia che non collabora.”

Ma cosa succederebbe se provassimo a guardare la relazione da un'altra prospettiva?

Quando incontriamo un bambino, infatti, non incontriamo mai soltanto lui. Incontriamo una storia, dei legami, delle appartenenze e un sistema di relazioni nel quale anche noi, nel momento in cui entriamo, occupiamo un posto.

È da qui che nasce il webinar “LA RELAZIONE CON LE FAMIGLIE, lo sguardo sistemico per costruire alleanze educative", dedicato a psicomotricisti, ma anche a insegnanti ed educatori.

Sarà uno spazio per fermarci a osservare la relazione con le famiglie attraverso una visione sistemica, introducendo gli ordini dell’amore e gli ordini dell’aiuto come chiavi di lettura per interrogare la nostra postura professionale.

Non per trovare formule per “gestire” i genitori, piuttosto, per chiederci:

Qual è il mio posto nella relazione?

Quando sto realmente aiutando e quando, invece, rischio di sostituirmi?

Che cosa appartiene alla mia responsabilità e che cosa appartiene alla famiglia?

Come posso stare accanto a un bambino senza entrare in competizione con chi si prende cura di lui?

E ancora: cosa accade dentro di me quando sento che una famiglia non comprende, non accoglie o non segue ciò che propongo?

Credo che lavorare sulla relazione con le famiglie significhi prima di tutto lavorare sul nostro modo di stare nella relazione.

Per questo non sarà un incontro centrato su tecniche comunicative o strategie per ottenere collaborazione, ma un'occasione per ampliare lo sguardo e tornare al nostro posto professionale con maggiore consapevolezza.

WEBINAR
LA RELAZIONE CON LE FAMIGLIE

Lo sguardo sistemico per costruire alleanze educative

📅 5 settembre, zoom ore 9,30/11,30

Costo euro 39,00 da versare con bonifico (iban è indicato nel modulo di iscrizione)

👥 Per psicomotricisti, insegnanti ed educatori

Sarà possibile partecipare in diretta e, per chi non riuscisse a esserci, ricevere la registrazione.

Se senti che questo tema riguarda il tuo lavoro quotidiano e vuoi approfondire, ti aspetto.

Nel primo commento troverai il modulo per l'iscrizione

🎯IL PRIMO COLLOQUIO - parte 2    con una famiglia rappresenta uno spazio di ascolto e confronto dedicato ai bisogni educ...
01/09/2026

🎯IL PRIMO COLLOQUIO - parte 2
con una famiglia rappresenta uno spazio di ascolto e confronto dedicato ai bisogni educativi del bambino e alla promozione del suo benessere evolutivo, relazionale ed emotivo.

Spesso i genitori arrivano portando domande legate alla quotidianità:
difficoltà nella gestione delle emozioni, fatica nelle relazioni, insicurezza, difficoltà nel gioco condiviso, nel rispetto delle regole o nella gestione del corpo e del movimento.

ACCOGLIERE questi racconti significa creare uno spazio in cui la famiglia possa sentirsi ascoltata senza giudizio, accompagnata nella comprensione del momento che il bambino sta attraversando.

Nel colloquio non si cerca una risposta immediata né una definizione rigida del comportamento del bambino.
L’obiettivo è piuttosto comprendere il bisogno educativo portato dai genitori, dando valore alla storia del bambino, alle sue risorse, alle dinamiche relazionali e al contesto in cui cresce.

L’accoglienza diventa così il primo passo fondamentale del percorso.
Attraverso l’ascolto, il rispetto dei tempi della famiglia e la costruzione di un clima di fiducia, è possibile iniziare a leggere insieme ciò che il bambino comunica attraverso il corpo, il comportamento, il gioco e la relazione.

Molto spesso, già durante questo primo incontro, i genitori sperimentano qualcosa di importante: la possibilità di sentirsi sostenuti, compresi e non soli nella fatica educativa.

DEFINIRE IL BISOGNO significa quindi costruire insieme una direzione di lavoro realistica e coerente con il benessere del bambino, valutando quali strumenti educativi e relazionali possano sostenerne la crescita nella quotidianità.

Perché ogni percorso efficace nasce prima di tutto da una buona alleanza tra bambino, famiglia e professionista. 🌱

S.P.

Oggi è il 1 settembre.Per molti è semplicemente la fine dell’estate. Per chi vive e lavora nella scuola, invece, questa ...
01/09/2026

Oggi è il 1 settembre.

Per molti è semplicemente la fine dell’estate.
Per chi vive e lavora nella scuola, invece, questa data assomiglia molto di più a un Capodanno: è il momento in cui qualcosa ricomincia, si riaprono le porte delle scuole e tornano a farsi spazio pensieri, progetti, aspettative e domande su ciò che il nuovo anno porterà con sé.

Io questo giorno lo vivo da una posizione particolare, perché da molti anni abito la scuola attraverso una doppia appartenenza professionale: sono un’insegnante e sono una psicomotricista.

Non ho mai vissuto queste due identità come mondi separati. Nel tempo hanno continuato a incontrarsi, a influenzarsi e, qualche volta, anche a mettersi reciprocamente in discussione.

Essere insegnante mi ha permesso di conoscere la scuola dall’interno, nella sua realtà quotidiana: quella fatta di bambini profondamente diversi tra loro, classi numerose, tempi da rispettare, programmi, riunioni, imprevisti e giornate in cui ciò che avevi programmato deve lasciare spazio a quello che sta realmente accadendo.

Essere psicomotricista, invece, mi ha insegnato a guardare i bambini senza fermarmi troppo rapidamente a ciò che appare. A chiedermi cosa possa raccontare un corpo che non riesce a stare fermo, cosa ci sia dietro un bambino che si oppone, che sembra distratto, che fatica ad apprendere o che chiede continuamente attenzione.

Forse il pregio più grande di questa doppia competenza è proprio quello di non permettermi di vedere soltanto l’alunno.

Anche dentro la scuola, continuo a vedere il bambino: la sua storia, il suo corpo, le sue emozioni, le sue relazioni e il suo personale modo di stare nel mondo.

Ma questa è anche la parte più faticosa.

Perché imparare a guardare in questo modo significa fare più fatica ad accettare spiegazioni semplici, accorgersi delle rigidità e interrogarsi davanti a richieste che non sempre rispettano i tempi reali della crescita.

Vedere di più, qualche volta, significa anche faticare di più.

Nonostante le sue contraddizioni e le sue fatiche, continuo a pensare che la scuola sia uno dei luoghi più importanti nella vita di un bambino: un luogo nel quale non si apprendono soltanto contenuti, ma anche modi di stare con gli altri, di conoscere se stessi e di sentirsi riconosciuti.

All' inizio di questo nuovo anno scolastico, il mio augurio va a tutti coloro che oggi ricominciano.

Che possiamo continuare a insegnare senza smettere di incontrare, progettare senza dimenticare di osservare e ricordarci che davanti a noi non ci saranno soltanto alunni da accompagnare verso nuovi apprendimenti.

Ci saranno bambini, ciascuno con la propria storia e il proprio tempo.

Buon anno scolastico a tutti.

Che sia un anno intenso, impegnativo e ricco di incontri capaci di lasciare traccia.

Indirizzo

Varese
2100

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