04/09/2026
PER MOLTI ANNI HO PENSATO CHE, PRIMA O POI, AVREI DOVUTO SCEGLIERE.
Sono nata come insegnante. La scuola è stata il primo luogo nel quale ho incontrato i bambini e, forse, anche il primo luogo nel quale ho cominciato a farmi quelle domande che ancora oggi accompagnano il mio lavoro: che cosa c'è dietro un comportamento? Che cosa sta cercando di comunicare un bambino quando non riesce a stare dentro ciò che gli viene richiesto? Che cosa racconta il suo corpo quando le parole ancora non ci sono, oppure quando le parole non riescono a dire tutto?
È stato proprio il desiderio di comprendere meglio i bambini e il loro sviluppo che mi ha portata verso la psicomotricità.
All'inizio pensavo di stare semplicemente aggiungendo qualcosa alla mia professione di insegnante; con il tempo ho scoperto che quella formazione stava aprendo una porta molto più profonda, perché mentre imparavo a guardare i bambini in modo diverso, iniziavo inevitabilmente a guardare anche me stessa in modo diverso.
La psicomotricità mi ha insegnato ad ascoltare il corpo, la relazione, il movimento, il gioco e tutto ciò che accade prima che qualcosa possa diventare parola. Ma, soprattutto, mi ha insegnato che per poter incontrare davvero l'altro è necessario essere disposti a incontrare anche le proprie parti più scomode, quelle che abbiamo imparato a mettere da parte per poter stare dentro ciò che la vita ci chiedeva.
Ed è qui che, per molti anni, ho vissuto la mia più grande fatica.
Mi sentivo divisa.
Da una parte c'era la maestra, con la sua storia, la sua esperienza, il suo senso di responsabilità e il desiderio di fare bene il proprio lavoro; dall'altra c'era una psicomotricista che sentiva sempre più forte il bisogno di stare nella relazione, di ascoltare ciò che accadeva sotto il comportamento, di lasciare spazio al corpo e al gioco e di interrogarsi continuamente su ciò di cui un bambino aveva realmente bisogno.
Per molto tempo ho pensato che queste due parti fossero incompatibili.
Avrei voluto essere soltanto psicomotricista, perché dentro la scuola mi sentivo spesso fuori posto. Facevo fatica davanti a una certa rigidità, davanti a un'organizzazione che talvolta sembrava avere più bisogno che i bambini si adattassero al sistema che non di interrogarsi su come il sistema potesse adattarsi ai bambini.
E questa cosa mi faceva soffrire.
Ho passato anni a sentirmi diversa, a chiedermi se fossi io ad avere un problema, se fossi troppo sensibile, troppo attenta alla relazione, troppo portata a cercare significati là dove forse sarebbe stato più semplice fermarsi al comportamento.
Ho combattuto con la scuola, ma soprattutto ho combattuto con me stessa.
Perché una parte di me voleva andarsene, mentre un'altra continuava a sentire che, nonostante tutto, quello era ancora un luogo nel quale avevo qualcosa da portare.
Ci sono voluti anni e un lungo percorso di ricerca personale per comprendere che forse non dovevo scegliere quale parte di me salvare.
Dovevo imparare a farle incontrare.
È stato un passaggio importante, perché ho iniziato a comprendere che la maestra e la psicomotricista non erano due identità che si facevano concorrenza, ma due sguardi che potevano arricchirsi reciprocamente.
E oggi, soprattutto negli ultimi tempi, sento di essere più in pace con questa mia duplice appartenenza.
Non significa che improvvisamente la scuola sia diventata il luogo nel quale mi riconosco completamente, né che siano scomparse le difficoltà che ancora incontro. Significa che riesco a stare di più dentro quel contesto senza sentire continuamente il bisogno di fuggire da una parte di me.
Riesco a stare a scuola con maggiore presenza, con meno conflitto e, forse, con una maggiore libertà interiore.
Non devo più dimostrare a me stessa che sono una psicomotricista scegliendo di essere soltanto quella.
Posso essere maestra e psicomotricista insieme.
Eppure, ancora oggi, mi faccio moltissime domande.
Continuo a chiedermi se quello che facciamo sia davvero rispettoso dei tempi dei bambini, se alcune richieste siano necessarie oppure siano semplicemente diventate abitudini, se stiamo riuscendo a vedere davvero il bambino che abbiamo davanti o se, qualche volta, finiamo per vedere soprattutto ciò che ci aspettiamo da lui.
Continuo a interrogarmi sul senso dell'educare, sul rapporto tra regole e bisogni, tra apprendimento e relazione, tra ciò che il sistema chiede e ciò che un bambino può realmente sostenere.
La differenza, però, è che oggi queste domande non mi fanno più sentire necessariamente nel posto sbagliato.
Possono semplicemente accompagnarmi.
Forse perché ho smesso di chiedermi quale delle due parti di me abbia ragione e ho iniziato ad ascoltare ciò che accade quando stanno insieme.
Oggi, quando entro in una classe, porto con me tutto questo.
Porto la maestra che conosce la scuola, i suoi tempi, le sue regole, i processi di apprendimento e le responsabilità educative; ma porto anche la psicomotricista che osserva un corpo, ascolta un tono, riconosce una difficoltà nella relazione e sa che dietro ciò che vediamo c'è quasi sempre qualcosa che merita di essere incontrato prima ancora che corretto.
E questa integrazione, oggi, la considero una delle esperienze più preziose della mia storia professionale.
Perché mi permette di non ridurre il bambino a ciò che deve imparare, né di dimenticare che educare significa anche offrire confini, accompagnare, sostenere e dare forma.
Mi permette di stare nella regola senza perdere di vista la relazione.
Mi permette di guardare un comportamento senza fermarmi al comportamento.
Mi permette, soprattutto, di continuare a chiedermi non soltanto “Che cosa deve fare questo bambino?”, ma anche “Che cosa sta vivendo? Che cosa mi sta raccontando? Di che cosa ha bisogno da me, in questo momento?”
Oggi so che quella sensazione di essere diversa, che per tanti anni ho vissuto come una difficoltà, è diventata una parte importante della mia identità professionale.
E forse è proprio questo il senso del mio essere una psicomotri-maestra.
Non essere una maestra che applica la psicomotricità alla scuola, né una psicomotricista che si è ritrovata a fare la maestra.
Essere entrambe, continuando a interrogarmi, continuando a cercare, continuando anche a sentire la fatica quando qualcosa non risuona con ciò in cui credo.
Perché oggi non penso più che il punto sia arrivare a una condizione nella quale tutto è finalmente risolto.
E allora penso alle tante insegnanti che si sentono come mi sono sentita io.
A quelle che fanno fatica a stare dentro un sistema che non sempre sentono vicino, a quelle che si sentono diverse perché continuano a vedere il bambino anche quando intorno a loro tutti sembrano vedere soltanto l'alunno, a quelle che hanno una sensibilità che a volte pesa e che si chiedono se sia davvero possibile lavorare nella scuola senza tradire ciò in cui credono.
Vorrei dirvi di non avere troppa fretta di scegliere quale parte di voi lasciare indietro.
Forse quella parte che oggi vi sembra scomoda, quella che vi fa sentire diverse e che vi porta continuamente a farvi domande, non è qualcosa da eliminare.
Forse è proprio quella parte che, un giorno, vi permetterà di abitare il vostro essere insegnanti in un modo completamente vostro.
Io ho impiegato molti anni per capirlo.
E oggi, finalmente, non sento più di dover scegliere tra la maestra e la psicomotricista.
Sono entrambe.
E forse il mio posto non è mai stato scegliere tra le due, ma imparare, lentamente, ad abitare lo spazio che c'è nel mezzo.
S.P