17/08/2026
La Storia di AIDONE
dall’unità d’ITALIA sino al Novecento.
A cura di Umberto Digrazia
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Filippo Cordova
nel Governo della Luogotenenza
della Sicilia Montezemolo.
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Attraverso alcuni documenti originali che ho potuto recuperare conosciamo i fatti attinenti alla nostra cittadina e che riguardano appunto le vicende storiche della Sicilia .
A)--Il primo documento datato 18.9.1860
rif.77 riguarda un mandato di pagamento effettuato dal Municipio per la spesa di
Ducati 21 e grana 90 sostenuta per il triduo festivo in occasione dell’entrata del Dittatore Garibaldi a Napoli.
Il citato documento venne sottoscritto da Gaspare Repollini(1) Giurato in qualità
di Sindaco .
da Giacomo Boscarini (2) Cancelliere archiviario
e dall’incaricato Benedetto Fratantoni.(3)
B)---Il secondo del 6.10.1860 rif.90
è un mandato di pagamento per la somma
di Ducati 7 e grana 70 per la spesa relativa
al cibo ed alloggio per il "Battaglione dei Cacciatori dell’Etna ",sotto il comando del Sottotenente .S. Caramazza mentre i Comandanti garibaldini erano Colombino
e Rotolo.(4)
Anche questo documento porta le firme dei suddetti Gaspare Repollini, Giacomo Boscarini e Benedetto Fratantoni.
C) --il terzo mandato di pagamento del 4.11.1860 rif. 127 per la somma di Ducati
9 e grana 60 quale spesa per la *Banda musicale di Aidone* impegnata per festeggiare il Plebiscito e l’Unità sotto lo scettro di
Re Vittorio Emanuele II.
C’è da evidenziare che oltre le firme di
Gaspare Repollini e Giacomo Boscarini
,c’è quella del Capo banda Vito Palermo.(5)
D)-- Il quarto porta la data del 15.11.1860 rif.nr.131 mandato di Ducati 5 e grana 8
quale spesa per l’ebanista per la realizzazione di cornici verniciate a mogano per i ritratti
del Re Vittorio Emanuele e del Dittatore Garibaldi.
Questi quadri furono affissi nella cancelleria comunale del Giudicato ed oltre le firme di
G.Repollini e G: Boscarini ci sono quelle
dei testimoni Francesco Profeta e Giuseppe Correnti.(6)
E) --Il quinto del 3.12.1860 rif.156 per
Ducati 16 e grana 35 per la spesa della festa dell’arrivo in Sicilia a Palermo del Re Vittorio Emanuele ,sottoscritto da Repollini ,
,Boscarini e dal Vicesegretario comunale Rosario Auricella ( 7) incaricato all’uopo.
F) --Il sesto del 20.12.1860 rif.158 relativo alla somma di Ducati 36 e grana 10 quale spesa per la sistemazione dei locali utilizzati come caserma della Guardia nazionale .
Viene sottoscritto da G. Repollini,G. Boscarini e da Gioacchino Capra (8) Capitano della Guardia .Nazionale ,da Giovanni Mazzola(9) Sergente G.N. e da Domenico Minolfi Scovazzo (10) medico della G. N.di Aidone.
G)--- Il settimo del 24.12.1860 rif.154 di
Ducati 16 e grana 73 somma spesa per
la festa dell’onomastico del Re Vittorio Emanuele ,sottoscritto da G.Repollini,
G. Boscarini e R.Auricella.
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C’è anche da evidenziare una lettera scritta
dal Canonico Salvatore Alagona(11) in
qualità di Economo Vicerettore indirizzata
al Presidente del Municipio dr. Vincenzo D’Arena (12) con la quale chiede un contributo per seppellire Rosario Matrascia trovato
morto in un fondo rustico nella Contrada Pirillo.
Il Canonico Alagona specifica in quella missiva che il Matrascia era in condizioni
di estrema povertà senza parenti e non poteva essere sepolto in luogo sacro poiché era impenitente, e la richiesta al Presidente
del Consiglio civico era stata fatta per evitare che il ca****re diventasse preda della
voracità di animali.
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Pertanto dai suddetti documenti si può desumere che la nostra Aidone partecipò attivamente al Plebiscito per l’annessione
della Sicilia.
Occorre precisare che i consigli civici dell'isola, riuniti straordinariamente durante o immediatamente dopo le operazioni di voto, deliberavano di farsi interpreti dei sentimenti popolari proclamando ad unanimità l'annessione al Regno anche per tutti coloro che non avevano preso parte alla votazione.
L'esito delle consultazioni - proclamato solennemente a Palermo dal balcone di piazza dei Tribunali - sanciva anche la conclusione della dittatura garibaldina.
Tant’è che il 29 ottobre 1860 Garibaldi
inviava al Re Vittorio Emanuele una lettera
con cui rimetteva di fatto il potere nelle
sue mani.
Aidone un piccolo centro della Provincia di Caltanissetta all’epoca venne ampiamente nominato per essere stata la culla di un protagonista del Risorgimento Italiano
come Filippo Cordova ,coadiuvato dal nipote Vincenzo Cordova che organizzo' il gruppo dei volontari aidonesi e si mise in contatto con lo stesso Garibaldi per coordinare l'azione contro l'esercito borbonico.(12 bis).
Ma allo stesso tempo di molti esponenti di famiglie aidonesi come i
-----Camerata Scovazzo (W **) Rocco,
Carmelo, Francesco e Lorenzo )
----- D’Arena (Z***) Vincenzo e Franco )
----- Boscarini ( J***)Domenico ,Giuseppe ,
Giacomo, Lucio )
------Mazzola ( K**)Lorenzo. Giovanni e Gioacchino ) --
-----Profeta (Q) Rosario, Gaetano ed Ottavio )
-----Ranfaldi ( **Giuseppe Andrea e Filippo ) ----Capra ,(R**)Gioacchino e Giuseppe )
----- Ingria (P**)Rocco e Lorenzo )
-----Repollini (O**)Gaspare )
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C’è Il documento sottoscritto da Francesco Camerata Scovazzo (13) Governatore del Distretto di Terranova (Gela) datato
21 set 1860 , con il quale certifica che
Rosario Profeta Boscarini (14) si adoperò
per l’annessione delle Province Siciliane al
Regno di Sardegna e Piemonte recandosi direttamente a Palermo il 20 ago 1860 per presentare la Deliberazione del Consiglio Civico di Aidone di adesione all’Unità Italiana, ovvero al Regno di Sardegna e Piemonte
sotto Re Vittorio Emanuele II.
Attraverso la biografia di Rosario Profeta-Boscarini scritta dal suo nipote
Antonino Profeta Galaggi (15)
conosciamo i fatti come si svolsero:
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Filippo Cordova venne chiamato a Napoli
dal Segretario di Garibaldi il mazziniano Agostino Bertani per discolparsi e fù in
questa occasione che Rosario Profeta accompagnò il suo fraterno amico nonché parente Filippo. Cordova .
In tale contesto a Napoli c'era anche l'ex Pro-dittatore della Sicilia Agostino Depretis .
che sperava di essere ancora valido per Garibaldi.
Rosario Profeta aveva avuto modo
di conoscere il Depretis a Palermo
quando gli aveva consegnato i risultati del plebiscito di Aidone.
Il repubblicano Francesco Crispi in un clima
di assoluto odio voleva fare arrestare Filippo Cordova, come emissario di Cavour .
Ma Re Vittorio Emanuele stimava moltissimo
il nostro concittadino avendolo conosciuto in occasione della sua frequentazione a corte a Torino come gradito ospite .
Cordova era stato Ministro delle Finanze col Governo della Sicilia nel 1848 del Marchese Torrearsa .
A quanto pare il tramite per la conoscenza
del Re Vittorio Emanuele fu l’amico di famiglia l’Abate Antonio Coppi, procuratore dei beni in Sicilia di.Margherita Colonna Gioieni , figlia dell’ex-Barone di Aidone Filippo III Colonna Principe di Paliano e della Principessa Caterina Savoia Carignano , quest'ultima parente di Vittorio Emanuele.
Peraltro dalla prima principessa Margherita Colonna , sposata con Giulio Cesare Rospigliosi ,il ns.Filippo Cordova nel 1844 aveva acquistato alcuni suoi beni in Aidone .(16)
Per cui lo stesso Re Vittorio Emanuele
tramite un suo emissario inviò un
messaggio al Dittatore Garibaldi di evitare provvedimenti drastici .
Alla fine la faccenda si risolse con la
partenza obbligata di Filippo Cordova che viaggio su una nave dell’Ammiraglio Carlo Pellion Persano con destinazione Genova
per poi proseguire in carrozza sino a Torino mentre suo cugino Rosario Profeta Boscarini da Napoli su una nave mercantile ritornò a Palermo.
Il Profeta però prima di partire fece
pubblicare dal giornale “Il Nomade” (17)la lettera del nostro Filippo Cordova indirizzata
al Dittatore Garibaldi che è la seguente :
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Generale
Voi mi avete chiamato da Palermo e senza avermi veduto e ascoltato, mi fate ordinare
dal vostro segretario Bertani (18)di lasciare
fra 24 ore l’Italia meridionale.
Dichiaro partendo che cedo alla sola forza perché non vi è ragione di governo assolutissimo, fosse anche la vostra Dittatura che possa colpire senza ascoltare.
Cedo alla forza perché l’azione che mi è imputata nell’affrettare l’annessione della Sicilia al Regno italiano di Vittorio Emanuele, non passò oltre il chiedere e il pregare, voi ,nella persona del vostro pro- dittatore
con petizioni di cittadini e di Comuni e il chiedere ed il pregare non fu mai colpa.
Ripiglio per ordine vostro dopo undici anni la via dell’esilio, prima di avere potuto giungere
al luogo ove nacqui, dove è il resto della mia famiglia e riposano le ceneri onorate del padre perduto nel tempo dell’ultime mie persecuzioni.
Ma questa volta io parto tranquillo non mesto, verso la terra benedetta che mi accolse nel 1849 e mi rivedrà nel 1860, ove regnano Vittorio Emanuele, la libertà ,la giustizia, sperando per la patria nelle generosità della vostra natura, che sarà più forte dei sinistri consigli e che per voi anche questa Italia
del Mezzogiorno avrà tra poco del Re nostro ,libertà e buon Governo.
Napoli 29 settembre 1860 devotissimo
Filippo Cordova
************†********"***"""""
La conferma di tutto ciò ci viene data dai seguenti dispacci del Console Rocca.(19)
Dispaccio del Consolato di Palermo al Ministro degli Esteri del Regno di
Sardegna(20)
«Palermo, 5 ottobre 1860
… Neanche col vapore d’oggi hanno potuto partire per costì taluni distinti Siciliani, fra questi uno dei fratelli del Barone Camerata Scovazzo ( 21 ) , ed il Principe Pignatelli,(22 Antonio) onde riunirsi a coloro che li hanno preceduti per umiliare i voti della Sicilia a S.M. per la pronta annessione, perché questo Governo ha frapposto tutti i possibili ostacoli.
I medesimi però sperano poter ciò effettuare colla partenza del prossimo vapore.
Ecco in quale stato in oggi si trova la Sicilia …
Console G. Rocca».
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Dispaccio del Console di Palermo al
Ministro degli Esteri del Regno di Sardegna
«Palermo, 20 ottobre 1860
… l’E.V. rileverà una moltitudine di Decreti
del Pro Dittatore,(23) sembra che pria che lasci il Governo voglia dare un’organizzazione generale alla Sicilia.
Domani è il giorno fissato per l’annessione della Sicilia al Regno Italiano, e posso assicurare l’E.V. che la più parte degli abitanti di quest’Isola sono disposti ad emettere il loro voto favorevole, ma in qualche parte che vi si sospetta minoranza di voti, per esservi colà ancora degli emissari del partito avverso.
Pertanto si combinò di far partire dei personaggi influenti, fra i quali il distinto Barone Camerata Scovazzo,(24) onde influire per la buona riuscita della giusta causa.
Da questo Governo si sono dati i competenti ordini, per l’alloggiamento di qualche reggimento di truppa piemontese che si attende da Napoli, e sarebbe troppo necessaria per tranquillizzare e metter l’ordine in quest’Isola, siccome pure si desidera il pronto arrivo di S.E. il sig. Marchese di Montezemolo(25)…
Console G. Rocca».
"""""'
Lettera di Giuseppe La Farina(26) al conte di Cavour (. La Farina insieme a Cordova
sono a Napoli )
«Napoli, 17 novembre 1860
… avrà ricevuto una mia prima lettera, che consegnai a Fasciotti, or le riscrivo, avendo saputo che in sua vece viene qui il Cassinis.(27) Ieri Montezemolo vide il Re, e lo trovò benissimo, ed in disposizione d’animo molto diversa da quella che ci aveva fatto
prevedere il Farini.
S.M. parlò del gesuita Mordini, del suo collo torto, del suo timore d’essere ricompensato con altri onori, al che il Re avrebbe risposto: “Stia tranquillo conosco i suoi principi„. Montezemolo manifestò gli spiriti conciliativi co’ quali va in Sicilia, ed abbondò in questo senso. S.M. lo interruppe per dirgli:
“Si sta bene, ma fino ad un certo punto„.
Montezemolo che era andato dal Re con
animo molto agitato, ritornò lietissimo.
Egli avrebbe voluto presentare Cordova
e me a S.M., ma io, sotto l’impressione di quanto ci aveva detto Farini,(28) aveva consigliato di non parlare a S.M. di noi, e a lasciar correre l’acqua alla sua china.
In tutta questa faccenda Montezemolo si è comportato da galantuomo.
Noto ora alcuni fatti staccati, che è utile che Ella sappia e che commenti da sé.
Tra tanti e così vasti palazzi reali che sono in Napoli non si sono trovate due stanze da offrire a Montezemolo.
Richieste da Montezemolo perché per due giorni non s’era potuto trovarne d’affitto, il Farini rispose "Questa non è mia competenza." Ora abbiamo preso un appartamento all’Hotel.
Non un invito a pranzo, non un atto di cortesia qualunque è stato fatto dal collega di Napoli
al collega della Sicilia.
Non parlo di me abituato a trovare gentilissimo il Farini nell’Italia Centrale,
dove è in Parma ed in Modena ed in Bologna egli ebbe sempre dei magnifici appartamenti da mettere a mia disposizione e non volle permettere giammai che io andassi ad abitare in altri luoghi.
Ella comprenderà bene che se annetto una qualche importanza a queste miserie, non
è già per la cosa in se stessa, ma perché mi paiono indizi di una tendenza politica, che giudico pericolosa.
E la gravità di questi indizi si avvera quando vedo che il Crispi ha un appartamento magnifico, che per due volte è stato dal Farini, che gli scrive, e che il Farini tiene segnati abboccamenti col Sindaco di Palermo,
il Duca della Verdura(29), un imbecille che mordineggia, come già crispianeggiava.
Aggiunga che mentre tutti i deputati di Sicilia, cominciando dal marchese di Torrearsa(30) fino al deputato del più piccolo comune, sono venuti a vedermi, il solo Duca dell’Insalata, come lo chiama Cordova, non si è fatto vedere.
E giacché sono entrato in questo discorso delicato, mi permetta che vada sino in fondo, se non altro per togliermi il rimorso di non aver comunicato a lei le mie impressioni e le mie previsioni.
Il Farini comincia ad essere inebriato dal
felice successo, la sua tendenza ad essere
non contro gli amici ma senza gli amici,
diviene ogni giorno più notevole.
Esagera nella sua viva immaginazione la sua potenza, esagera la generosa tendenza del Re ad esser largo di favori verso coloro che si sono battuti nel nome suo e dell’Italia, l’esagera per far paura con un pericolo, che non esiste o è troppo lieve.
Di Cassinis, di Minghetti e degli altri ex colleghi parla alzando le spalle e ridendo, col governo centrale intende agire da pari a pari.
Sogna forse riunire sotto il suo governo
Napoli e Sicilia, ed a questi sogni le colazioni del sabato sono molto propizie.
Gli è spiacevole pensiamo che nell’isola un Montezemolo qualunque possa avere il medesimo grado ed il medesimo titolo di lui.
Se il governatore di Sicilia avrà altro nome del suo, egli più presto o più tardi vorrà avere diritti di alta sovranità, tanto più che nel suo concetto la luogotenenza importa qualche cosa d’immediato alla podestà sovrana, è luogotenenza come s’intende a Torino, non come s’intendeva a Palermo.
In tutto questo che vi è? Io credo niente altro che della vanità, una vanità pericolosa.
Ora che le ho aperto il mio cuore non mi viene altro che confermarle i sensi del mio affettuoso rispetto e della mia illimitata devozione …
La Farina
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Lettera di Filippo Cordova al conte di Cavour
«Napoli, 23 novembre 1860
…prima di lasciar Napoli mi permetto indirizzarle questa lettera per dirle una parola delle impressioni che ho ricevuto in questo soggiorno di due settimane, e parlarle di cose di Sicilia.
In Napoli, mi creda, se si fa eccezione di coloro che hanno vissuto fuori e di nostri tutti che conosciamo personalmente, non che di poche altre persone colte, domina la più assoluta indifferenza intorno al nuovo ordine di cose. Napoli, senza azione esterna sarebbe durata ancora per secoli sotto il dispotismo, vi è inoltre un partito borbonico nelle classi più
alte e in alcune infime della capitale e di parecchie province, avanzi delle tradizioni e dell’organizzazioni del sanfedismo.
In Sicilia non avremo il male del borbonismo,
e nemmeno quello dell’indifferenza.
Della situazione del Governo le ha riferito
La Farina e un poco anche Montezemolo.
Debbo anche credere che il Sig. Cassinis
l’ha informata, benché dica di o per evitare qualche imprudenza altrui.
Il suo carattere benevolo e conciliante lo fa amare da tutti, egli provvederà all’urgenza e riuscirà a preve**re moti inconvenienti.
Ma non creda V.E. di potersi dispensare dal ve**re qui, e in Sicilia nel corso di dicembre,
ed in ogni modo prima di riunirsi le Camere.
Un solo colpo d’occhio sulle località, dato anche passando in vettura, è un gran bene quando l’osservatore è un conte di Cavour.
V.E. prenderà di volo mille elementi di criterio, di fatti che più tardi le gioveranno a discernere il vero dal falso nelle cose di questi paesi.
poi preferisco vederla in Sicilia solo e per affari, anziché col Re ed assorbita in parte
dalle dimostrazioni e dalle cerimonie.
Ho veduto Mancini(31) e Pisanelli (32)prima che giungesse Cassinis, coi quali si è parlato
di Codici, e dell’organizzazione giudiziaria; come poi se ne è parlato anche col Ministro
di Grazia e Giustizia, presente Raeli (33)
che avrà in Sicilia la direzione di quel ramo.
La Farina ed io abbiamo procurato sempre di accorciare le digressioni teoriche.
A noi importa soltanto prima di riunirsi le Camere, di poter permettere alle popolazioni che ogni regione avrà una capitale giudiziaria,
e di poter pubblicare i Codici (tranne il civile e quello di procedura civile) e la legge organica giudiziaria.
Il resto si vedrà dal Parlamento che potrà risolvere se le Corti supreme di ogni regione debbano essere di Cassazione (sistema Pisanelli) o di merito (sistema Cassinis-Mancini).
Quello che importa politicamente e che le regioni non porteranno le liti fuori dagli
antichi confini.
Mi sono trattenuto poi con Scialoja (34)
sulla finanza.
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Mezzi urgenti.
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Egli contrae un piccolo prestito.
Altrettanto bisogna fare in Sicilia dove
Mordini procede da anticipazioni su spese ordinarie del 1861.
Con l’annessione già fatta e le favorevoli condizioni politiche l’operazione sarà facile
su piede del corso della rendita delle antiche province, al quale è già discesa quella di Sicilia.
Ma le notabilità bancarie (Florio, Bordonaro, Pajero, Vaivaro) dell’Isola terranno forse il broncio perché ad esse neghiamo la famosa concessione del Banco (Mordini --Ferrara).
Prego quindi V.E. di far proporre la cosa da
ora ai capitalisti di Torino, che trattano ordinariamente col Governo.
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Banco.
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Scialoja mi ha parlato di una concessione
che qui è in progetto, e delle sue idee per evitare la scossa della transizione dalla istituzione del vecchio banco alla nuova.
Importa intendersi sul principio di non moltiplicare i banchi di circolazione.
Me presente gli fu annunziato il prossimo arrivo Bombrieri. (35)
Se in Napoli si fa un banco di circolazione a parte ne vorranno uno anche in Sicilia.
Se si estende a Napoli l’istituzione della
Banca nazionale come si fece il Lombardia,
la cosa in Sicilia sarà più facile.
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Moneta.
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Scialoja attende che sia stabilito il metallo unico per tutto il regno, sia l’oro, sia l’argento. Intanto nell’interesse economico di queste province continua a far zeccare piastre di Francesco II per evitare lo scambio in oro a prezzo di tariffa e lascia in vigore la legge napoletana del 1818 per cui non si ha che
una sola moneta d’argento.
Pel decreto Depretis di agosto ultimo, da me dettato si adottò in Sicilia il sistema decimale, ma fu mantenuta nello stesso tempo la
moneta unica argento secondo la legge napoletana del 1818.
Lo scambio in oro nell’Isola in conseguenza
è libero e si fa al corso.
Se la zecca di Palermo è pronta farà coniare
la moneta nuova senza temere l’aspettazione dell’argento, e la perturbazione dei valori, che d’altronde in piccole proporzioni non si arresterebbe.
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Dogane.
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La parificazione delle tariffe fu già fatta sino dal 18 ottobre.
La faremo subito in Sicilia dove sin dal
31 dello stesso mese, senza parificare la
tariffa fu stabilito il cabotaggio con
tutti i porti del Regno, con detrimento del commercio dell’Isola, dove le antiche tariffe sono più gravi.
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Imposte.
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Scialoja non crede doverne stabilire sino alla riunione del Parlamento, nemmeno alzare la tariffa del bollo .
Vs.aff.mo
Filippo Cordova
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In un foglio separato… scritto da Filippo Cordova
Allegato – Crediti della Sicilia su Napoli.
Sono in parte del Banco, in parte del Tesoro
Il credito del Banco è liquido in ducati 342.069, 19 pari a lire 1.453.794,06 e risulta dal cambio delle fedi di credito dei due banchi, vere cambiali tratte dal Banco di Napoli su quello di Sicilia, e da questo estinte.
Bisogna che s'intessino al rimborso e non costringano il Banco di Sicilia a ti**re delle rivalse dalle quali potrebbero trovarsi imbarazzati.
Ne parlerò a Farini e cercherò di penetrarlo dell’urgenza.
Il credito del Tesoro di Sicilia ha due cause.
--1° Il Generale borbonico Lanza(36) prima di lasciar l’Isola, in maggio ultimo, levò da quel banco ducati 732.000, de quali ne dissipò a spese ducati 133.153, ma giungendo in Napoli depositò in questo banco per conto del Tesoro ducati 598.847,80 pari a lire 2.545.103,15 delle quali il 13 giugno 1860 fu dato credito alla finanza siciliana. Infatti quelle somme servirono ai bisogni del governo napoletano finché sgombrò in settembre.
--2° La Sicilia pagava al tesoro di Napoli col
titolo di pesi comuni 17.000.000 di lire l’anno. Per lo più i pagamenti che ordinava il Governo napoletano e le sue tratte accedevano quella cifra.
Le credenze liquidate a tutto il 1856 sono di ducati 252.275,72 pari a lire 1.009102, restano a liquidarsi quelle dal 1857 al 1860.
Procureremo intenderci per queste ragioni
sul credito con l’amministrazione napoletana, se no si ricorrerà alle determinazioni del R. Governo di Torino, essendo inteso che la Luogotenenza di Napoli, durando anche la residenza di S.M., nulla abbia di superiore a quella di Sicilia».
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Lettera di G.B. Cassinis, ministro di Grazia Giustizia del regno di Sardegna al conte di Cavour.
«Napoli, 25 novembre 1860
… Montezemolo(37) mi chiedeva ieri l’altro le
mie intenzioni in proposito per la Sicilia.
Sarebbe sommamente deplorabile un antagonismo di sistema tra i paesi posti di
qua e di là del Faro.
Gli risposi, che glielo avrei fatto conoscere
fra pochi giorni… aspetto e non mi si dice
nulla …
Il Re passa il suo tempo a Capodimonte.
Stanno là con lui D’Angroga e De Billier …
ma insomma mazziniani, garibaldini e simili tutti hanno liberamente accesso a lui, questi sono i suoi amici, i suoi consiglieri perpetui …
Mi fa esso (il Re) chiamare alle 5, ci vado e
vi trovo con esso Rocca e Farini, erano tutti seduti, non c’era altra sedia, fui tenuto in piedi come accusato dinanzi ai giudici.
Il Re mi diede con piglio non cortese da leggere un telegramma giunto poc’anzi da Palermo e spedito dal generale Pernod.
Essere colà molto malcontento pel ritardo
del Re a giungere a Palermo
Gli impiegati temere d’essere dimessi. Prepararsi una dimostrazione in senso mazziniano. Volersi abbruciar i ritratti
di La Farina e di Cordova.
Sapevo che Mordini aver fatto scender colà 150 Garibaldini da Napoli.
Risposi: “I soli che possono imbrigliar coloro sono appunto La Farina e Cordova, uomini onesti, energici, conoscitori del paese, capaci di ogni rispetto.
Essi sono il loro primo obiettivo, e i 150 Garibaldini furono chiamati sicuramente
a tal uopo.
Abbiamo forze colà, ne abbiamo bastanti, e spero che non ne sarà nulla, Palermo e la Sicilia sono con noi.
Non dobbiamo temere„.
Allora il Re: che non era questione di vincere, che eravamo forti abbastanza.
Ma esser vero ad un tempo che La Farina e Cordova erano avversati dalla pubblica opinione di Sicilia; che il scender dal bastimento tra i fischi ed il tumulto dei malcontenti sarebbe stata cosa troppo deplorabile per darne luogo; ciò sarebbe sicuramente avvenuto se Cordova e La Farina venissero a Palermo quand’anche con bastimento a parte.
Gli osservai che era cosa molto pericolosa di dirgli avvisato dalla pubblica opinione, poterlo essere dai mazziniani, ma essi non essere
la pubblica opinione.
“Che che sia„, disse ancora il Re furente,
“essi non dovevano fare quelle destinazioni, o sono superiore ai loro impegni, io guardo le cose più dall’alto …„ e così di mano in mano
su questo tuono.
Gli risposi che se gli avevamo creduti degni perché Montezemolo li avesse a suoi consiglieri, non era questione d’impegno, ma della estimazione nostra circa i servigi
che La Farina e Cordova avrebbero potuto rendere al paese; personalmente io.
Il Re era particolarmente o tal mi pareva, sdegnato con me, perché no avessi proferita mai la parola:
La Farina, e Cordova non partiranno. “Perché„ mi domandò “non ha scritto a Torino in proposito quando già le manifestai su ciò qualche mio pensiero?„
Risposi: “V.M. non aveva nulla in contrario
che andassero in Sicilia; era inteso che la Luogotenenza Siciliana non avrebbe iniziata
la sua origine fino a che fosse partita V.M. dalla Sicilia.
V.M. mi diceva on aver nulla ad osservare
se La Farina e Cordova, intanto vi fossero in amateurs dunque io non aveva nulla a
scrivere, nulla a fare„.
In questi termini mi congedò, Farini era
sortito qualche momento prima, Rocca
ed io sortimmo insieme.
La Rocca mi espresse allora come per suo avviso La Farina e Cordova non dovessero andare a Palermo mentre vi stava il Re.
Mi dichiarò poi sicuramente credere come
il Re fosse mal circuito, come importasse
che venisse ben presto a Torino; credeva
che il Farini stesso ora l’avesse capito, e fosse pentito d’aver consigliato che ci rimanesse.
Del resto tutto questo essere la fatal conseguenza del primo passo messo in fallo dal Re quando aveva consentito che Mordini andasse in Sicilia e governasse!
Debbo esprimerle poi il mio intimo convincimento che La Rocca condivide perfettamente le nostre idee, e che si regola
da onest’uomo in tutta l’ampiezza del termine.
Vegga che ora, Sig. Conte, in quali
imbarazzi io mi trovi.
Ma non me ne lamenterei se credessi di poter essere di qualche giovamento alla patria.
Ma posto qui a Consigliere della Corona
senza opportunità di dar consigli, privo della confidenza del Re, le mie idee attraversate da altri consigli e pure dovendo dissimulare molte cose onde non guastar peggio, non so che farò.
Intanto ieri sera La Rocca disse per egli scritto direttamente a Montezemolo le cose avvenute, e lo consigliò a non condurre La Farina e Cordova a Palermo.
Lo seppi da Montezemolo alle 11 di questa notte. con questo degno amico nostro, sentire il suo avviso sulla mia condotta e sulla mia equivoca posizione.
La Farina mi disse tosto aver saputo da Montezemolo ogni cosa, mi lasciò le lettere che accludo, né quindi le ripeto quanto le
avrà scritto…
Sabato scorso ho mandato il Generale Morozzo a Palermo perché prepari l’alloggio.
Gli diedi un istruzione scritta, concertata
con S.M., lo scopo mio sarebbe che il Mordini sgombri il Palazzo prima che noi arriviamo … vedremo come riuscirci.
Morozzo è con noi e spero farà bene la cosa .
Cassinis».
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Lettera di Giuseppe La Farina (38)al conte di Cavour
«Napoli, 25 novembre 1860
… Siamo ancora a Napoli, e con un tempo orribile
fino al livello di quella delle antiche province.
Io mi porrò prontamente all’opera, onde ristabilire le entrate il più presto possibile incominciando dalla privativa dei tabacchi
etc escluso il sale.
Crediti della Sicilia contro Napoli: ne parla in foglio separato Cordova
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Sappiamo che il primo Dicembre ha inizio
con la visita di Vittorio Emanuele II a Palermo.
Il Monarca sabaudo vi giunge accompagnato da un modesto seguito che non comprende ancora il Luogotenente Montezemolo al fine
di far sì che tutti gli onori li prenda senza ombre il prodittatore Mordini.
Dopo tante osservazioni negative sulla situazione dell’isola, ove peraltro la situazione non migliora, merita d’essere riportata è l’impressione ch’essa suscitò in
Giovanbattista Cassinis che indirizzandosi a Cavour scriveva:«
"""Le dirò che quest’Isola è il paradiso d’Italia. Un’eterna primavera.
Le zolfatare, i vini, i grani, gli olivi, gli aranci, i marmi, segni tutti di ricchezza immensa, gli uomini robusti, d’acuto ingegno ,e fatti ad essere grandi uomini di delitto o di virtù secondo il tristo o buon indirizzo che vi dia
un governo».
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A Mordini succede quindi in Sicilia
Massimo Cordero di Montezemolo, la
relazione che egli invia a Cavour rivela
come ad una situazione finanziaria pubblicata sul giornale ufficiale dal governo dittatoriale, che al 27 novembre vedeva in cassa oltre
42 milioni di Lire ne succedesse un’altra, il 7 dicembre, giorno di passaggio delle consegne al Luogotenente Generale del Re in cui in
cassa vi erano poco più di 79 mila Lire.
Nessuno chiese mai al Prodittatore
Mordini ed ai suoi cosa fosse avvenuto e
quali pagamenti fossero stati fatti per modificare in tal modo la situazione.
Tanto che il Luogotenente Montezemolo
per sopravvivere dovette ricorrere al governo
di Torino.
Appare abbastanza chiaro nel leggere i documenti che concernono la situazione dell’isola come si vadano mettendo le radici a quello scontento che accresciuto poi dalla miope politica che seguirà e dalla spogliazione dei beni della chiesa, di cui non si comprese la funzione di sostegno sociale ad una massa diseredata, portarono in seguito alla rivolta palermitana del 1866, .
Solamente la Cittadella di Messina continua
a resistere in una situazione particolarissima quale quella venutasi a creare dall’accordo
fra i generali Giacomo Medici(39 e Clary,(40) per cui la guarnigione borbonica continua a potersi alimentare con le derrate e quant’altro acquistato sul posto.
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Il 2 dicembre 1860, alle ore 11 del mattino
, nel Palazzo Reale di Palermo Antonio Mordini presentò a Vittorio Emanuele II i risultati del plebiscito.
«Sua Maestà il Re, nell'accettare per sé e pei suoi legittimi discendenti il risultamento del plebiscito, esprime quanto gli sia grato che l'Isola di Sicilia, celebre per patrie tradizioni,
già avvinta alla sua Casa per antiche e recenti memorie, ora si unisca alla libera famiglia italiana e concorra così alla grande opera dell'unificazione della indipendenza nazionale.»
E lo stesso giorno i poteri passarono dal Pro-dittatore Antonio Mordini al luogotenente di Vittorio Emanuele II, Massimo Cordero di Montezemolo.
C’è da evidenziare che nel suo proclama
del 1° dicembre 1860 Vittorio Emanuele
aveva assicurato ai siciliani:
“Il governo che io qui vengo ad instaurare
sarà governo di riparazione e di concordia”.
Successivamente dopo la partenza di Re Vittorio Emanuele s’insediò il Luogotenente Montezemolo che emise i seguenti Decreti.
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N. 4.
Decreto col quale si istituisce il Consiglio di Luogotenenza.
4 dicembre 1860.
IL LUOGOTENENTE GENERALE DEL
RE NELLE PROVINCIE SICILIANE
DECRETA:
Art 1. È istituito un Consiglio di Luogotenenza composto di Consiglieri incaricati di uno o più Dicasteri.
Il Segretario Generale della Luogotenenza eserciterà pure le funzioni di Segretario del Consiglio suddetto.
Art. 2. Il Luogotenente Generale presiede il Consiglio di Luogotenenza.
Art. 3. Ai Consiglieri di Luogotenenza è assegnata l'indennità mensuale di ducati trecento.
Al Segretario Generale di Luogotenenza è assegnata l' indennità mensuale di ducati duecento.
Ordina che il presente decreto, munito del Sigillo nazionale, sia pubblicato nei modi consueti, ed inscritto nella raccolta degli Atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.
Dato in Palermo li 4 dicembre 1860.
Il Luogotenente Generale del Re
nelle Province Siciliane MONTEZEMOLO
N. 5.
Decreto di nomina dei Consiglieri e del Segretario Generale della Luogotenenza.
dicembre 1860.
IL LUOGOTENENTE GENERALE DEL RE
NELLE PROVINCIE SICILIANE
DECRETA:
Art. 1. Sono nominati Consiglieri di Luogotenenza ed incaricati degli infrascritti Dicasteri i signori :
Giuseppe La Farina, Consigliere di Stato, Deputato al Parlamento, del Dicastero dell'Interno e di Sicurezza pubblica.
L'Avvocato Raeli del Dicastero di Grazia e Giustizia.
Il Cavaliere Filippo Cordova, Procuratore del Re presso la Gran Corte dei Conti , del Dicastero delle Finanze, Agricoltura e Commercio.
Barone Casimiro Pisani (42)del Dicastero della pubblica Istruzione.
Principe Romualdo Trigona di Sant'Elia (43)del Dicastero dei Lavori pubblici.
Art. 2. È nominato Segretario Generale della Luogotenenza il Vicegovernatore Barone Giacinto Tholosano di Valgrisanche.(44)
Ordina che il presente decreto, munito del Sigillo nazionale, sia pubblicato nei modi consueti, ed inscritto nella raccolta degli
Atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.
Dato in Palermo addi 4 dicembre 1860.
Il Luogotenente Generale del Re
nelle Provincie Siciliane
MONTEZEMOLO
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Umberto Digrazia***
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Annotazioni su fonti e personaggi
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3)