18/07/2026
DOMANI AD ALBANELLA “IL FALCONE D’ALBANELLA” AMBIENTATO NEL CASTELLO DI ALBANELLA.
Un po’ di storia di Albanella.
Albanella e i soprusi del 1422: la storia di un feudo espropriato con la forza.
Il sito: dall'arx lucana al castello angioino.
Albanella sorge sulla sommità di una delle alture che dalla piana di Paestum risalgono verso l'interno della valle del Calore lucano. L'impianto urbano si sviluppa, a partire dalla piazza principale, lungo le vie I, II e III Codone, via Portiello e il vico San Matteo, dove le abitazioni poggiano sulle basi del castello. Il dato più significativo è quello archeologico: il castello fu costruito sui resti di un'arx lucana del IV secolo a.C. Lo confermano blocchi isodomici (alti 80 cm, larghi fino a 1,5 m) tuttora visibili, associati a un gruppo di tombe scoperte nella periferia del paese e riferibili allo stesso secolo. L'autore, Roberto Ruggi d'Aragona, respinge l'ipotesi — proposta in precedenza da altri studiosi — che questi blocchi appartenessero a un edificio di epoca imperiale romana o a una ca****la funeraria: la loro tipologia trova invece confronto diretto con le murazioni greco-lucane di Paestum, Punta della Carpinina di Perdifumo e Policastro, tra V e IV secolo a.C.
Su quella base fu eretto, intorno alla prima metà del XIV secolo, un castello di tipica fattura angioina: una torre segnava l'ingresso verso il centro abitato, mentre una lunga espansione verso Sud/Sud-Est terminava proprio sui blocchi lucani. Lungo il vico San Matteo si apriva una porta difesa da caditoie, ancora leggibili nella muratura.
Quanto alla proprietà: dopo Roberto Sanseverino di Marsico, il castello passò per acquisto nel 1408 a Petruccio Ruggi (che già dal 1386 ne deteneva la metà); di lì a poco l'intero possesso scese ai figli, tra cui Angelillo, che lo tenne in feudo pacificamente fino ai fatti del 1422.
La storia del sopruso
Angelillo Ruggi, giovane barone di Albanella, viveva nel castello con la moglie Agnese Sanseverino, figlia di Bertrando Sanseverino conte di Caiazzo. Il fratello di Agnese, Leonetto Sanseverino, aveva sposato Lisa Attendolo Sforza, figlia del celebre condottiero Muzio Attendolo Sforza; dal matrimonio nacque Roberto Sanseverino (il futuro grande condottiero della Repubblica veneta).
Alla morte di Leonetto (1420), un contenzioso patrimoniale — debiti e beni intercorsi tra Angelillo e la famiglia della cognata Lisa — degenerò in violenza aperta. Su mandato di Roberto Sanseverino e della madre-tutrice Lisa Attendolo Sforza, un vassallo di nome Guglielmo Villichella, alla testa di uomini armati, catturò Angelillo nel castello di Albanella, lo spogliò di ogni bene e lo tradusse prigioniero nel castello di Postiglione, dove fu tenuto in ceppi, in una fossa della torre maestra, per tre mesi e mezzo, sotto minacce continue. Nello stesso assalto fu rapita anche Agnese, condotta prigioniera nel castello di Corleto (Monforte), dove morì poco dopo, di crepacuore.
Il saccheggio fu sistematico: l'atto notarile del 1422 — redatto a Salerno dal giudice Giacomo Orlando e dal notaio Simonello Rocco di Cava — elenca minuziosamente tutto ciò che venne portato via dal castello: vesti e tessuti pregiati (sete, broccati, veli d'oro), biancheria e corredi, armi e armature (corazze, balestre, bombarde, munizioni), bestiame, derrate (grano, orzo, vino, olio), argenteria e mobilio, per un valore che l'autore stima, sommando le voci del documento, in oltre 2.500 ducati d'oro dell'epoca.
Ad Angelillo, prigioniero, fu inoltre imposto con la minaccia della vita di distruggere gli strumenti notarili che provavano i crediti della sua famiglia (il debito di 700 ducati dovuto da Leonetto, l'atto d'acquisto del castello, il mutuo con la contessa Isabella del Balzo, l'atto di matrimonio con Agnese): sotto tortura psicologica e paura di morte, Angelillo annullò più volte quei documenti, per poi — una volta libero a Salerno — dichiarare pubblicamente davanti a notaio che quegli atti erano stati estorti con la violenza e non erano validi. È proprio questa deposizione, datata 18 giugno 1422, il documento su cui si fonda l'intero saggio.
Nonostante il sopruso, il possesso del feudo tornò infine ai Ruggi (Angelillo e i fratelli Franceschino e Antonello), che lo mantennero fino al 1446, quando re Alfonso ne confermò il possesso; passò poi, per vendita, ad Antonio de Fusco di Salerno, per tornare infine nel 1465, per concessione di re Ferrante, proprio a Roberto Sanseverino di Caiazzo — lo stesso per conto del quale, da bambino, era stato compiuto il sopruso — e nel 1484 al figlio di questi, Giovanfrancesco.
Una nota dell'autore
Ruggi d'Aragona definisce il documento «uno straordinario documento su arroganze, prevaricazioni, furti, minacce di omicidio — e perpetrato omicidio — ottenuti da parte di parenti stretti ed una volta intimi»: la violenza si consumò infatti tutta all'interno della stessa rete di parentele Ruggi–Sanseverino–Sforza, in un'epoca in cui — nota l'autore — simili contrasti tra congiunti non avevano ancora, sul piano morale, la colorazione tragica che avrebbero assunto in seguito.
Pianta del castello
Fig. 1 – Albanella, planimetria generale del sito: in nero il castello, tra via I/II/III Codone, via Portiello e vico San Matteo (da P. Cantalupo).
Fonte: Roberto Ruggi d'Aragona, «1422. Albanella: espropriazione di un feudo», in «il Postiglione. Periodico di attualità e di studi storici», anni XIX-XX, nn. 20-21, giugno 2008, pp. 107-128, Associazione di cultura, sport e ricreazione ARCI Postiglione.