16/10/2025
Era una di quelle notti in cui il silenzio pareva più denso dell’oscurità.
Anna era sola nella casa di campagna, una casa che conosceva bene, eppure quella sera le sembrava diversa. Le ombre sui muri si muovevano lente, deformate dai bagliori del camino. Fuori, il vento scuoteva i rami come dita impazienti.
Stava leggendo da ore, ma non ricordava più le parole. Continuava a sentire qualcosa — un ritmo sottile, come un passo leggero nel corridoio. Ogni volta alzava gli occhi, e ogni volta non c’era nulla. Solo il vecchio orologio a pendolo che scandiva il tempo con un battito troppo regolare per sembrare vivo.
Poi si accorse di una cosa: l’orologio si era fermato. Le lancette bloccate sulle 3:07.
Un soffio d’aria gelida attraversò la stanza, spegnendo le fiamme. La casa piombò nel buio.
Anna si alzò, cercando a tentoni il cellulare. Schiacciò il pulsante. Schermo nero. Batteria morta.
Il vento sembrava ridere.
Fece un passo verso la porta, ma il pavimento scricchiolò sotto un peso che non era il suo.
“C’è qualcuno?” sussurrò, ma la sua voce le parve un’eco lontana, inghiottita dalle pareti.
Allora lo sentì di nuovo: un passo, poi un altro. Più vicino. Lentissimo.
Si voltò, cercando di distinguere una forma, un volto, qualcosa. Nulla. Solo il buio che respirava.
E poi, quando stava per gridare, nella stanza accanto si accese una luce.
Sul tavolo, il vecchio telefono fisso che non usava da anni cominciò a vibrare.
Una nota acuta e stridente squarciò il silenzio.
Suonò una volta.
Poi due.
Poi tre.
Anna si avvicinò, tremando, allungò la mano verso la cornetta. Il suono era sempre più forte, quasi dentro la testa, come se provenisse da tutte le direzioni.
Infine lo prese, portandolo lentamente all’orecchio.
Per un istante, tutto tacque.
Poi una voce, roca, familiare, sussurrò: