23/07/2026
Sul treno del ritorno da Roma per la mia ultima “Maratona” che chiude un ciclo professionale.
Porto con me una immensa gratitudine per tutto quello che ho imparato e per tutto quello che sono diventato, anche e soprattutto grazie alle persone incontrate, agli insegnamenti ricevuti e alle esperienze fatte.
Allo stesso tempo, proprio come avviene nel ciclo di vita familiare, non mi riconosco più in alcuni dei principi della “famiglia di origine” e, qualcuno di quei principi che non riconosco, é diventato per me parte fondante del mio modo di fare, intendere e trasmettere il Counseling.
Non credo in un counseling che suggerisce, interpreta, immagina, da o suggerisce soluzioni. Non ne contesto l’efficacia, semplicemente non è quello che voglio trasmettere, non è nella scia della fiducia nel processo e del fare in modo che il mio cliente si riprenda in mano il SUO potere e non che si faccia guidare dal MIO di potere sviluppando, in questo modo, una pericolosa sorta di dipendenza da me.
Sono orgoglioso di come questo messaggio è questa modalità, che so essere una strada apparentemente meno semplice, venga recepita dai nostri allievi i quali, dopo tre anni di lavoro su questi aspetti, riconoscono ed evitano ogni tentativo di “forzatura” o di “indirizzamento” verso la cosa che qualcun altro considera l’opzione “giusta” per loro.
Questo lavoro incessante sulla fenomenologia pura, sul rispetto costante delle priorità e delle decisioni di un altro da me ha, nella nostra formazione in counseling, una “madrina” fondamentale in Claudia Scuncia la quale non perde occasione per riportare la barra dritta ogni qual volta la nostra “umanità” (anche la sua perché nessuno di noi è immune) ci porta a “deviare” dalla retta via fenomenologica. E gli stessi principi li abbiamo traslati nel corso di coaching con Alessandra Conta perché per noi diventa fondamentale formare persone che ritrovino se stesse prima di pensare di poter aiutare gli altri.
E questo progetto so essere condiviso nelle sue fondamenta ideologiche anche da Lorenzo Dorati anche se, in questo momento di vita, il suo apporto é più invisibile perché più “dietro le quinte”.
Ieri a cena con i nostri allievi pensavo, tra una battuta e una presa in giro, a come fosse bello essere lì con loro, osservare la luce nei loro occhi, la qualità dei loro sorrisi e la determinazione nelle loro parole. Tutto merito loro. Sono stati, e potranno esserlo sempre più, degli eccellenti “sarti” e, allo stesso tempo, hanno potuto usufruire di “forbici” affilate e coerenti con l’idea del vestito che avevano in mente di realizzare.
Oggi celebro le “forbici”. Oggi celebro e ringrazio voi.
Marco Andreoli