02/09/2026
Le parole lasciate dai genitori di una bambina con disabilità, protagonisti della terribile tragedia avvenuta nei giorni scorsi a Pietralata, fanno male.
Fanno malissimo.
E dovrebbero fare male a tutti noi. Ma soprattutto alla politica e alle istituzioni.
Perché in Italia le leggi per tutelare le persone con disabilità e le loro famiglie esistono: dalla Legge 104 del 1992, alla Legge 328 del 2000, fino alla più recente riforma introdotta con il Decreto Legislativo 62 del 2024, che introduce il progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato.
Sulla carta, quindi, i diritti ci sono. Il problema è che troppo spesso tra il diritto scritto e il diritto realmente garantito c’è un abisso.
Da insegnante di sostegno vedo ogni giorno famiglie costrette ad arrancare tra un servizio e l’altro, tra ASL, scuola, servizi sociali, centri di riabilitazione e liste d’attesa. Famiglie che devono continuamente chiedere, sollecitare, insistere. E quando il servizio pubblico non riesce a rispondere, spesso l’unica alternativa è rivolgersi al privato.
Ma il privato costa. E costa sempre di più. Costa mentre le famiglie fanno già fatica ad arrivare alla fine del mese e persino a sostenere le normali spese quotidiane.
E allora dobbiamo avere il coraggio di dirlo: non basta approvare buone leggi se poi non ci sono le risorse e il personale per applicarle.
Le ASL distrettuali sono spesso drammaticamente carenti di personale.
Un neuropsichiatra infantile può trovarsi a dover seguire un numero enorme di bambini e ragazzi. In queste condizioni diventa difficilissimo garantire continuità, ascolto, valutazioni, presa in carico e accompagnamento alle famiglie.
E come può funzionare davvero il tanto proclamato “progetto di vita” se non ci sono le professionalità e i servizi necessari per costruirlo e accompagnarlo? Il progetto di vita non può diventare l’ennesimo documento burocratico. Deve significare una presa in carico vera, costruita attorno alla persona e alla sua famiglia.
Serve un cambiamento strutturale. Servono più risorse alla sanità territoriale. Servono più neuropsichiatri, psicologi, terapisti, educatori, assistenti sociali e tutte le professionalità necessarie. Servono meno liste d’attesa. Servono servizi pubblici realmente accessibili.
Serve sostenere concretamente le famiglie e i caregiver. Serve fare in modo che i diritti riconosciuti dalla legge non rimangano scritti sulla carta.
E serve anche una riflessione sulle scelte politiche e sulle priorità di spesa del nostro Paese.
Perché mentre continuiamo a trovare enormi risorse per armarci e aumentare la spesa militare, dobbiamo chiederci quante risorse siamo davvero disposti a investire per sostenere, curare e accompagnare chi ha bisogno.
La sicurezza di un Paese non è fatta soltanto di armi. La sicurezza è anche sapere che, se hai un figlio con disabilità, lo Stato non ti lascia solo. È sapere che puoi avere una terapia senza dover pagare cifre insostenibili nel privato. È sapere che tuo figlio avrà i sostegni di cui ha bisogno. È sapere che qualcuno prenderà in carico la tua famiglia e la accompagnerà nel tempo.
Una società si misura anche da questo: da come si prende cura delle persone più fragili.
Quelle parole non possono essere soltanto il drammatico epilogo di una vicenda. Devono diventare un grido che interroga la politica. Perché nessuna famiglia dovrebbe sentirsi sola davanti alla disabilità.
E perché uno Stato che riconosce un diritto deve avere anche la responsabilità e le risorse per renderlo concretamente esigibile.
Non servono altre promesse.
Serve una scelta politica.
Serve investire nelle persone.
Serve cambiare.
Sara Missori
Possibile Anagni