17/09/2020
"E' UNA QUESTIONE DI QUALITA', NON UNA FORMALITA'."
di Giorgio Paterna, delegato territoriale del Comitato per il NO al Referendum.
Il 20 e 21 settembre, insieme alle elezioni regionali, ci sarà il referendum costituzionale sulla riduzione del numero di parlamentari. Un vero e proprio taglio alla rappresentanza del 36,5% dei rappresentanti del popolo. Un taglio non fatto tanto per un risparmio, la cui misura è realmente pari a meno di un caffè all'anno per cittadino, ma per fare lo scalpo alla democrazia rappresentativa, già umiliata dalle vincolanti consultazioni on-line di poche decine di migliaia di internauti in sostituzione di chi rappresenta 60 milioni di italiani.
Analizzando il risparmio che si avrebbe, pari a 57 mln all'anno (dati dell'Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani), ossia circa la metà di quanto raccontato dai sostenitori del taglio, questi risulta pari ad appena lo 0,007% se rapportato alla spesa pubblica italiana, all'interno della quale ci sono tutte le inefficienze e gli sprechi della macchina amministrativa nonché gli aumenti di spesa dei ministeri governati dagli stessi promotori del taglio (i costi dello staff del Ministro Di Maio sono raddoppiati rispetto al predecessore).
Se, poi, analizziamo il confronto con gli altri paesi europei nel rapporto parlamentari/popolazione, ferma restando la difficoltà di paragonare articolazioni diverse della democrazia rappresentativa, emerge come non sia l'Italia a primeggiare per numero di parlamentari sia che si considerino solo le Camere “basse” (Camera), sia che si considerino solo le Camere “alte” (Senato), sia infine che si considerino entrambe. Di contro, nel caso in cui il taglio dei parlamentari vada in porto, l'Italia risulterebbe come l'ultimo tra tutti i paesi membri dell'Unione Europea. In parole povere, con il taglio dei parlamentari proposto, l'Italia diventerebbe il paese meno democratico d'Europa.
Risulta, infine, difficile pensare realmente che un Parlamento con meno rappresentanti sia più efficiente; senza una riforma generale dei meccanismi di rappresentanza popolare e di funzionamento del Parlamento, le due Camere si troveranno semplicemente ad affrontare gli stessi lavori parlamentari di oggi solo con molti meno parlamentari (e quindi probabilmente anche meno Commissioni parlamentari che dovranno, quindi, svolgere più lavoro rispetto alle attuali). E se a determinare la quantità di questioni che il Paese deve affrontare, territoriali e nazionali, è il numero di rappresentanti che siedono in Parlamento l'unica conseguenza certa che si avrebbe con un taglio dei parlamentari è una minore voce delle comunità territoriali nel dibattito e nella rappresentanza nazionale, oltre a degli squilibri regionali come il caso del Trentino che vedrà lo stesso numero di senatori della Calabria pur avendo la metà degli abitanti, o il caso delle regioni più piccole, concentrate nel centro-sud, che vedranno un taglio dei parlamentari ben più alto del 36,5%.
C'è da aggiungere che la campagna referendaria appena entrata nel vivo è attraversata anche, come spesso accade, da prese di posizione strumentali contro il Governo perché la vittoria del NO possa essere usata per affossare il Governo. Come, d'altro canto, c'è chi in Parlamento si è espresso per il SI o per il NO a seconda della composizione del Governo e assume posizioni strumentali al fine di un rafforzamento dello stesso. Ma la Costituzione e le sue regole non possono essere oggetto di un baratto politico dettato dall’utilità partitica del momento, sono regole di principio e sono garanzia di democrazia a prescindere da chi governa e che devono durare indefinitamente, non il tempo di una legislatura. Oggi quelle stesse regole (con quella stessa misura del numero di parlamentari) hanno dimostrato che anche persone che non hanno militato in partiti o senza una carriera politica alle spalle possono ricoprire le più alte cariche dello Stato e del Governo, con i vizi e le virtù che questo comporta (vizi e virtù propri della democrazia). Hanno, ossia, dimostrato l'assoluta accessibilità al governo del Popolo, principio primo della democrazia e conseguenza diretta della partecipazione democratica che oggi si vuole tagliare.
Non abbiamo un problema di costi della politica, ma di qualità della politica, di vicinanza della politica alle esigenze di una popolazione in sofferenza; abbiamo bisogno di un Parlamento più aperto, non più chiuso; abbiamo bisogno di parlamentari che diano l'esempio sui privilegi della politica, non che riducano l'accesso al Parlamento per mantenerseli; abbiamo bisogno di una politica in grado di recuperare i 110 miliardi all'anno di evasione fiscale e contributiva e ridurre il debito pubblico per non pagare i 60 miliardi all'anno di interessi, non di risparmiare 57 milioni di euro (al confronto sono lo 0,03%) riducendo la democrazia del 37%. Dobbiamo evitare che l'antipolitica porti a degenerazioni autoreferenziali e autoritarie del potere, come purtroppo già drammaticamente successo in passato; abbiamo, insomma, riprendendo uno slogan corretto che sta circolando in questi giorni, bisogno di essere rappresentati meglio, non meno.