23/09/2026
Martedì 22 settembre 2026, presso la ex Sala Consiglio del Comune di Ancona - Informacittà, si è svolto l’importante evento sul tema “La Cura delle parole, etica narrazione responsabilità nel lavoro sociale”. L’evento, organizzato dal Comune di Ancona e con il patrocinio dell’Ordine Assistenti Sociali Regione Marche, si è aperto con il saluto del Dott. Giorgio Foglia, Dirigente Servizio Politiche Sociali, Educative e Scolastiche e Coordinamento ATS 11, che ha dato avvio ai lavori ponendo al centro la cura delle parole, evidenziando la necessità di fondare l'agire dei servizi territoriali su un linguaggio chiaro, umano e accessibile. La comunicazione diventa così lo strumento primario per accogliere le fragilità e costruire un rapporto di autentica fiducia con la cittadinanza.
Ha presenziato l’Assessore Politiche Sociali & Welfare - Comune di Ancona Manuela Caucci, sostenendo con convinzione che le parole possono costruire fiducia, ma possono anche creare distanza, stigma e incomprensioni. È da questa consapevolezza che è nato “La cura delle parole”, l’incontro che ci ha riunito per riflettere sul rapporto tra linguaggio, informazione e lavoro sociale. Un importante confronto sulla responsabilità di raccontare la complessità senza ridurla a uno slogan e sulla necessità di restituire valore al lavoro quotidiano di chi opera al fianco delle persone più fragili, ringraziando l'Ordine la Presidente Frezzotti per la costante e proficua collaborazione.
A seguire Alessandra Beghin, Avvocata Rappresentante Camera Civile di Ancona, è intervenuta dando rilevo a come nello svolgimento del lavoro dell’assistente sociale le parole, sia scritte che orali possono avere delle implicazioni giuridiche anche nella comunicazione di massa, ha portato la normativa in materia di segreto e privacy; il messaggio è cogliere una sfida ossia quella di passare da una mera comunicazione ad una responsabilità comunicativa in modo da dare alle parole un significante nella tutela dei diritti dell’individuo in termini di dignità, reputazione e riservatezza.
La collega Caterina Sabbatini, Responsabile Area tutela minori Comune di Ancona, tra le promotrici dell’evento, ha parlato di come comunicare il lavoro sociale nello spazio pubblico senza tradirne la complessità né violare la riservatezza delle persone. Ha proposto una distinzione tra il silenzio etico e la riservatezza strategica (positivi) dalla segretezza dannosa e dalla chiusura organizzativa (negativi). Confonderli, ha spiegato, è il primo passo verso la sfiducia. Da qui l'invito rivolto ai professionisti: raccontare la complessità senza tradirla. Gli assistenti sociali sono parte della narrazione pubblica e devono parlare dei processi, non dei casi, spiegando il senso delle tutele e i valori che guidano le scelte. Ha ricordato che le parole si riempiono di sensi diversi e che possiamo solo scegliere con quanta cura riempirle: di rispetto, verità professionale e attenzione per le persone di cui ci prendiamo cura.
Monica Frezzotti, Presidente Ordine Assistenti Sociali Regione Marche, ha portato una riflessione sul peso delle parole nel rapporto con i cittadini, con le istituzioni e anche fra professionisti e colleghi: “La nostra comunicazione deve essere chiara, trasparente, rispettosa, non soltanto con le persone che accedono ai nostri servizi, ma anche tra noi colleghi e colleghe e in contesti di multiprofessionalità. Ciò che noi diciamo, come lo diciamo porta l’immagine della nostra professione fuori nei contesti di comunità. Anche saper tacere, inteso come l'astensione consapevole dal dire determinate cose in un determinato modo, è un atto profondamente etico e un'espressione di massima competenza professionale. Ponderare le parole è prevenzione attiva del dolore, del conflitto e del rifiuto”.
Vera Gheno , Docente e Sociolinguista, ha parlato di "carità interpretativa", ovvero lo sforzo di interpretare l'altro nel modo più intelligente e benevolo possibile, tenendo conto dell'interlocutore, del contesto e della finalità comunicativa. Il linguaggio è uno dei luoghi in cui si manifestano le relazioni di potere: le ingiustizie linguistiche invalidano la voce di chi appartiene a gruppi stigmatizzati o di chi non possiede le parole “giuste”, creando squilibri profondi. La nostra responsabilità è riconoscere questi meccanismi e resistervi: dare tempo, ascoltare senza sostituirci, restituire spazio alla voce dell’altro.
Fernanda Alvaro, giornalista professionista da 40 anni, impegnata dal 2019 per la comunicazione del CNOAS ha scosso la platea con un intervento schietto, provocatorio, quasi tagliente: "C'è una congiura contro la professione di assistenti sociali? Fiction stereotipate, attacchi di chi non sa neanche di cosa parla o insulta e dà informazioni distorte per puro interesse politico o d’altro tipo, promesse mancate, indifferenza o peggio la denigrazione da parte di chi ha incarichi istituzionali…Tutto questo c'è, ma chi è assistente sociale dà il giusto valore al proprio ruolo per la tenuta del Paese? Disegnarsi sempre come vittime, ergersi sempre e comunque a paladini anche di chi sbaglia – e sbagliano tutti - non serve a nulla. Cambiare la narrazione significa, prima di tutto, credere in sé stessi, senza vittimismi e senza spocchia. E poi raccontarlo sempre, davanti a tutti, telecamere comprese, senza paura. I media diranno di voi quello che voi direte di voi e chi scappa, sbaglia sempre".
Andrea Marangoni, Presidente Coordinamento delle comunità per minori Regione Marche, ci ha riportato al cuore della tutela dell’infanzia, mostrando come l’attuale paradigma resti ancora profondamente adultocentrico, a partire dall’uso riduttivo del termine “minore”. Ha richiamato la responsabilità narrativa che abbiamo nel raccontare la sofferenza: parole e immagini devono proteggere, non esporre, perché la narrazione del trauma può diventare una nuova forma di vittimizzazione, soprattutto nell’ambiente digitale dove tutto resta e tutto circola. Ha evidenziato i dilemmi del ruolo dell'assistente sociale, mostrando la difficile coesistenza tra funzioni di sostegno e funzioni di controllo. Infine, ha ricordato la funzione di cura e il potere riparativo delle parole. Imparare a usare le parole giuste e costruire vocabolari più ampi è la vera cura che può guarire e riaprire possibilità di vita.
Ha chiuso i lavori la collega Vincenza Fichera, che ha moderato sapientemente l’evento portando le sue riflessioni conclusive: “Oggi, attraverso i contributi di tutti i relatori, abbiamo riconosciuto che il linguaggio, nel lavoro sociale e nel discorso pubblico non è mai neutro: può costruire ponti o innalzare muri, può sostenere la relazione o ferirla, può prevenire il conflitto oppure generare la “realtà del caso” anche quando non esiste”. E poi ancora: “Quando parliamo della nostra professione non posso non richiamare la prima frase che apre il preambolo del nostro Codice Deontologico: la professione dell’assistente sociale è indispensabile per la tutela dei diritti umani. Non dice “contribuisce”, non dice “collabora”, non dice “aiuta”, proclama che è indispensabile. E questo non è un dettaglio linguistico.”