PCL Ancona

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Il Partito Comunista dei Lavoratori intende recuperare e attualizzare il patrimonio programmatico del marxismo rivoluzionario riscattandolo dalla lunga rimozione teorica e pratica di cui è stato oggetto da parte della socialdemocrazia e dello stalinismo.

18/04/2026

È uscito il nuovo numero di Lotte Operaie 🛠️

il bollettino di intervento nelle fabbriche a cura della Commissione sindacale del Partito Comunista dei Lavoratori ☭

Ecco cosa trovate in questo numero:

Lettera dal fronte della fabbrica

Stellantis: vogliono scaricare la crisi su chi produce

Primotecs. Rabbia operaia e crisi del capitalismo industriale in Piemonte

A Chianciano i sindacati da tutto il mondo a raccolta

Minneapolis. Prove di lotta di classe negli USA

Licenziamenti negli stabilimenti Stellantis in Polonia. Lotta di classe e ristrutturazione globale del capitale

Argentina, la lotta dell’ospedale Garrahan di Buenos Aires 2004-2026

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15/04/2026

La sconfitta di Orbán: cosa vuol dire?

➡️ https://pclavoratori.it/la-sconfitta-di-orban-cosa-vuol-dire/

🟥 Dopo la recente sconfitta di Viktor Orbán alle elezioni ungheresi, alcune considerazioni si impongono, cercando per quanto possibile di uscire dal chiacchiericcio dei media borghesi.

La sconfitta del caudillo ungherese non va né minimizzata né sopravvalutata. È bene ricordare che Orbán, che era al potere dal 2010, aveva modellato lo stato ungherese a sua immagine e somiglianza, e che diceva esplicitamente di voler rimanere al potere almeno fino al 2030. Nel corso di questi sedici anni al potere, i risultati da lui ottenuti sono stati considerevoli, e sarà difficile eliminarli anche qualora il nuovo governo ne avesse l’intenzione (il che, come vedremo, è assai dubitabile).

Utilizzando l’inconsistenza della sinistra, infatti, Orbán ha istigato i peggiori istinti nazionalisti del Paese, ha utilizzato un discorso esplicitamente xenofobo, omofobo, e fondamentalista cristiano; ha modificato la costituzione innumerevoli volte; ha riempito le istituzioni (a partire dalla magistratura) di suoi fedeli; ha agito come una sorta di agente di Putin all’interno dell’Ue e della Nato; ha cianciato di “pace” aumentando le spese militari e riempiendo la società di propaganda militaresca; è stato uno dei sostenitori più sfacciati del genocidio contro i palestinesi. Forse, il paradosso più grande della xenofobia di Orbán è stata la fantasia del complotto, ampiamente distribuita dai media di regime, secondo la quale l’Ungheria (uno dei Paesi europei con meno immigrati) rischierebbe di essere invasa da immigrati musulmani inviati da un banchiere ebreo (ovviamente, Soros).

Innanzitutto, è opportuno vedere chi ha sconfitto Viktor Orbán, di quanto, è perché. Il partito Tisza, fondato da Péter Magyar (un ex del partito di Orbán) solo due anni fa, ha ottenuto circa il 52% delle preferenze, con più di tre milioni di voti. Orbán, invece, si è fermato al 39%, con circa due milioni e trecentomila voti. Guardando il risultato delle precedenti elezioni politiche (2022), salta agli occhi che all’epoca Orbán aveva ottenuto poco più di tre milioni di voti. Insomma, è chiaro che benché il sostegno a Orbán sia diminuito, in termini assoluti la diminuzione non è stata grande come si potrebbe pensare. Questo conferma che il partito Fidesz ha ancora solide radici del Paese, e che ha uno zoccolo duro di elettori molto consistente. Orbán è stato sconfitto non dalla vecchia pseudo-opposizione, che infatti in queste elezioni è quasi scomparsa, ma da un suo ex compagno di partito particolarmente astuto che ha puntato molto sull’opposizione alla corruzione e alla Russia, e che ha badato bene di non scostarsi da Orbán su alcuni punti fondamentali, anzi.

Un altro dato fondamentale è che l’affluenza alle urne alle ultime elezioni è stata molto alta, oltre il 77%. Insomma, Orbán è stato sconfitto non tanto per aver perso consensi, ma perché Péter Magyar ha canalizzato sia molti voti della ex “opposizione”, sia molti voti di persone che solitamente si astengono. In realtà, perché tante persone si siano accorte solo adesso del carattere corrotto e anti-democratico del regime di Orbán è una cosa che lascia perplessi e che non è facile spiegare.

Per quanto riguarda le promesse di democrazia e di lotta alla corruzione di Magyar, bisogna attendere i fatti. È possibile che Magyar abbia goduto del sostegno di molti che erano stanchi della posizione filo-russa del governo di Orbán, che ha cercato di sostenere l’aggressione imperialista della Russia contro l’Ucraina in tutti i modi, senza rifuggire dalla retorica più grottesca (non solo dare la colpa all’Ucraina della guerra, ma anche presentare Zelenski come un nemico pubblico interno). Certamente Putin, “compagno” di una certa sinistra campista e rossobruna, sarà un po’ dispiaciuto per la sconfitta di Orbán, ma questo non allenterà la stretta imperialista sull’Ucraina.

Ma un’altra chiave per capire il successo di Magyar (il quale, tra l’altro, è accusato da più parti di molestie e violenza sulle donne) è notare dove non si è scostato dal programma di Orbán, anzi. La retorica anti-immigrati della campagna elettorale è stata particolarmente schifosa. Entrambi i partiti, Fidesz e Tisza, si sono accusati esplicitamente a vicenda: «Non votare quell’altro, altrimenti fa entrare gli immigrati!». Il Tisza ha dichiarato che dal 1 giugno farà entrare zero immigrati, Magyar si è sgolato a dire che il muro dell’infamia costruito al confine della Serbia da Orbán (e che è stato teatro di numerose violenze contro chi tentava di passare) verrà mantenuto. Sul fatto che un personaggio come Magyar mantenga il muro non c’è da nutrire dubbi. Sul fatto della chiusura totale agli immigrati, naturalmente non sarà possibile, perché anche l’Ungheria ha bisogno di una piccola ma crescente forza lavoro straniera, sia a causa della crisi demografica, sia a causa di una forte emigrazione degli ungheresi all’estero. Ciononostante, questa retorica non solo uguale a quella di Orbán, ma che si sforza di superarla, dovrebbe fare riflettere.

Un analogo paradosso si è registrato sulla retorica contro le multinazionali. È vero che le multinazionali straniere fanno in Ungheria il bello e il cattivo tempo, offrendo ai lavoratori locali paghe relativamente elevate ma pagando pochissime tasse, e sfruttandoli in spregio delle pur permissive leggi locali. Anche qui, nella retorica contro le multinazionali il Tisza non è diverso dal partito di Orbán. Al di là delle chiacchiere, è assai difficile che il nuovo governo prenda qualche misura concreta per tutelare i lavoratori, per chiunque essi lavorino. Un buon inizio sarebbe far rispettare almeno le leggi esistenti, ma si può star tranquilli che ciò non avverrà.

Infine, Magyar ha fatto dichiarazioni molto timide sui diritti civili. Non è chiaro se abolirà le leggi omofobe di Orbán, così come tante altre leggi-vergogna, né risulta che prenderà una posizione sostanzialmente diversa sul genocidio dei palestinesi (forse, sarà un po’ meno sfacciato nel sostegno a Israele, ma anche qui, è importante saper distinguere le chiacchiere dai fatti).

In conclusione, il giubilo con il quale una certa sinistra a livello internazionale ha accolto la vittoria di Magyar risulta quanto meno eccessivo. In molte, troppe questioni fondamentali Magyar non si discosta da Orbán, ha anzi cercato di fare di tutto per superarlo (e ahinoi, ha in buona parte vinto proprio per questo). Se davvero Magyar ripristinerà maggiori libertà democratiche, sarà compito delle forze politiche davvero alternative – che, bisogna ammettere, adesso sono assai deboli – sfruttare queste libertà per cercare di rafforzarsi e per chiedere e ottenere dei cambiamenti concreti, per quanto piccoli possano inizialmente essere.

📰 Elia Spina

14/04/2026

Lettera aperta ai compagni e alle compagne della “componente Ferrero” di Rifondazione Comunista

➡️ https://pclavoratori.it/lettera-aperta-ai-compagni-e-alle-compagne-della-componente-ferrero-di-rifondazione-comunista/

🚩 Cari compagni e care compagne,

l’incredibile richiesta della Federazione di Bologna del PRC (Partito della Rifondazione Comunista) di vietare un pubblico dibattito nel centro sociale Labàs con i compagni del collettivo anarchico ucraino Solidarity Collectives – una richiesta di censura poliziesca – nel nome… della resistenza al nazismo (!!?) ci ha suggerito considerazioni più ampie sulla parabola del PRC, e in particolare della vostra componente di minoranza.

La vostra componente abbraccia una metà del PRC attuale. Formalmente si presenta come ala sinistra del partito. In realtà coinvolge compagni segnati da pulsioni diverse. Una parte di voi è animata prevalentemente da una sana contrapposizione alla prospettiva di ricomposizione col centrosinistra liberalborghese: probabilmente si tratta della maggioranza dei vostri compagni. Un’altra parte invece ha fatto proprie posizioni ideologiche campiste di sostanziale sostegno all’imperialismo russo e cinese quale polo progressivo dello scenario mondiale. Disgraziatamente si tratta del gruppo dirigente della vostra componente, a partire dall’ex ministro Paolo Ferrero. Un gruppo dirigente che fa leva sulla vostra giusta ostilità al centrosinistra per subordinarvi ad una visione ideologica del mondo che ha sostituito il criterio di classe con la geopolitica. Con risvolti davvero imbarazzanti.

Vogliamo dunque distinguere i due ingredienti di questo impasto. Perché sono di segno esattamente opposto.

🔴 LA SANA CONTRAPPOSIZIONE AL CENTROSINISTRA

L’ostilità al centrosinistra liberalborghese muove da una pulsione classista, giustamente contraria all’attuale corso politico del PRC.

La maggioranza dirigente del PRC, a partire dal segretario Maurizio Acerbo, sta perseguendo secondo ogni evidenza un ritorno del PRC nella coalizione di governo del centrosinistra. Potremmo dire: nulla di nuovo sotto il sole, l’eterno richiamo della foresta.

Infatti, nella loro storia politica, i gruppi dirigenti di Rifondazione hanno ciclicamente subordinato la propria opposizione alla ricomposizione di governo. Accadde alla metà degli anni ’90 con l’ingresso nella maggioranza del primo governo Prodi (1996-1998). Accadde dieci anni dopo con l’ingresso diretto nel secondo governo Prodi (2006-2008). In entrambi i casi i gruppi dirigenti e parlamentari di Rifondazione votarono il peggio: finanziarie lacrime e sangue, l’introduzione del lavoro interinale (1997), il record delle privatizzazioni in Europa (1996-1998), i campi di detenzione per i migranti (legge Turco-Napolitano del 1997), la più drastica detassazione dei profitti delle imprese (col passaggio dell’IRES dal 33% al 27,5% nella finanziaria del 2007), il finanziamento delle missioni militari e dei bilanci NATO.

In entrambi i casi il compagno Paolo Ferrero sostenne apertamente queste politiche, in un duro contrasto con l’opposizione di sinistra interna al partito. Nel secondo caso (2006-2008) con un ruolo di massima responsabilità: sia in quanto ministro del PRC sia in quanto principale propugnatore da subito della estromissione dalle liste del PRC di chi a sinistra si opponeva. Di chi aveva la “colpa” di rivendicare il diritto della resistenza irachena contro le truppe d’invasione imperialiste, anche italiane.

“Errori” di cui Ferrero avrebbe fatto ammenda? Non risulta. Anche perché non si tratta affatto di “errori”. Si possono commettere infiniti errori nel perseguimento di una linea classista e socialista. Ma quando si vota con l’avversario di classe le misure dell’avversario di classe, della propria borghesia, del proprio imperialismo, non si commette un errore, si commette un crimine politico. Un crimine contro la propria classe e a maggior ragione contro il comunismo.

Il fatto che oggi Ferrero si presenti candidamente come capo della sinistra interna del PRC in opposizione al centrosinistra appartiene al genere letterario del trasformismo. Forse funzionale al tentativo di recupero di un proprio controllo sul partito. Di certo, almeno ai nostri occhi, privo di qualsiasi credibilità politica.

Il compagno Acerbo oggi persegue il ritorno del PRC nel centrosinistra proprio con gli stessi argomenti di fondo usati ogni volta (in primis da Ferrero) per motivare questa scelta: l’esigenza di “contrastare la destra”, di fare “una politica non minoritaria”, di rifiutare la “testimonianza”, di assegnare “un ruolo utile al partito”… ecc. ecc. Il fatto che ogni volta proprio i governi di centrosinistra abbiano colpito i lavoratori, che abbiano spianato la strada alle destre peggiori, che la compromissione sia stata utile solo all’avversario, viene semplicemente rimosso. Nel nome di una coazione a ripetere degna di miglior causa. La vostra opposizione a questa prospettiva è dunque sacrosanta.

Ci permettiamo di ricordare che il Partito Comunista dei Lavoratori nacque esattamente da questa opposizione. Dal rifiuto dell’ingresso del PRC nel governo di centrosinistra. Un ingresso che, come avevamo previsto, avrebbe distrutto il PRC e contribuito a innescare un grande riflusso. Questo riflusso investì l’intero campo della sinistra politica, gravando anche su chi, come noi, si era opposto alla capitolazione. Ma certo la responsabilità politica di quanto è avvenuto ricade interamente sui gruppi dirigenti del PRC. Ed è una responsabilità politica enorme nei confronti dell’intero movimento operaio italiano.

🔴 L’INSANA SUBORDINAZIONE ALL’IMPERIALISMO RUSSO E CINESE. E ALLA LORO PROPAGANDA

Invece l’opzione ideologica campista a favore della Russia, della Cina, dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) non solo non ha nulla a che spartire con una pulsione classista, ma la capovolge nel suo stesso impianto. Di fatto subordina la classe lavoratrice a uno dei due poli imperialisti oggi in lotta per la spartizione del mondo. In altri termini, nega l’idea stessa di una sinistra di classe indipendente da ogni imperialismo.

Che logica c’è nel combinare la giusta richiesta di indipendenza dal centrosinistra su scala nazionale con la subalternità a un polo imperialista cosiddetto “progressista” su scala mondiale? Nel primo caso giustamente si rigetta il bipolarismo borghese, e dunque la falsa credenza di una alternativa progressista tra i due schieramenti a confronto. Nel secondo caso ci si inchina esattamente al bipolarismo imperialista, teorizzando che uno dei due blocchi svolgerebbe una funzione avanzata, quando non addirittura antimperialista e socialista. Lo stesso schema subalterno che si respinge in Italia lo si assume su scala mondiale. Non potrebbe esservi contraddizione più profonda.

Soprattutto non può esservi contraddizione più profonda con la realtà. La realtà di una lotta spietata per la spartizione del mondo fra vecchie e nuove potenze imperialiste. Dove sarebbe il polo “progressista” in questa lotta?

Naturalmente non c’è bisogno di ribadire la natura reazionaria dei vecchi imperialismi NATO a guida USA, la loro storia criminale contro la classe lavoratrice e i popoli oppressi, la loro falsa democrazia, il loro sostegno determinante al sionismo genocida… E potremmo continuare a lungo.

Non siamo certo sospetti di indulgenza verso l’imperialismo di casa nostra. A differenza dei gruppi dirigenti del PRC, non abbiamo mai sostenuto governi NATO, aumento delle spese belliche, missioni militari, né abbiamo mai propagandato la falsa illusione di una possibile «riforma sociale e democratica» dell’unione degli imperialismi europei (UE). A differenza delle organizzazioni del Partito della Sinistra europea, le sezioni della Lega Internazionale Socialista in Europa non sostengono il governo del capitalismo spagnolo, non votano l’ingresso della Finlandia nella NATO, non coprono le posizioni filosioniste del governo tedesco come ha fatto la Linke, hanno sempre contrastato la truffa del “due popoli, due stati”, a difesa del diritto incondizionato di autodeterminazione del popolo palestinese, hanno sempre difeso ogni popolo oppresso, ogni paese invaso, dalle aggressioni degli imperialismi USA e NATO, incluso il suo diritto alla resistenza armata. Sempre.

🔴 PERCHÉ DUE PESI E DUE MISURE?

Ma per quale ragione contrastare l’imperialismo di casa nostra dovrebbe significare negare e/o abbellire l’imperialismo di casa d’altri? Perché due pesi e due misure?

Dopo il crollo dell’URSS e la restaurazione capitalista in Russia e Cina, nuovi imperialismi sono emersi nel mondo. Non meno reazionari delle vecchie potenze. Non meno ambiziosi. Cina e Russia cercano di capitalizzare la crisi dell’egemonia americana, la disfatta USA in Iraq e in Afghanistan, la crisi dei rapporti tra l’imperialismo USA e gli imperialismi europei, per allargare la propria area di influenza. È naturale.

L’imperialismo cinese ha allargato la propria area d’influenza su scala globale, assoggetta con la leva del debito numerosi paesi dell’Africa e dell’Asia, si accaparra ovunque terre e materie prime, ha esteso la propria presenza in America Latina, ha moltiplicato le proprie esportazioni di capitale in tutte le direzioni. Nei fatti, a partire dalla propria potenza economica, contende agli Stati Uniti l’egemonia planetaria sul mercato mondiale. Non si può comprendere nulla dell’attuale scenario internazionale, tanto meno il trumpismo, se non nel quadro della competizione globale tra USA e Cina.

L’imperialismo russo si è inserito in questa competizione, appoggiandosi sull’imperialismo cinese, per rilanciare le proprie ambizioni imperiali. In Europa, come poi diremo, con la guerra di invasione dell’Ucraina (“contro l’autodeterminazione concessa all’Ucraina dalla follia di Lenin e dei bolscevichi” disse Putin il 22 febbraio 2022); in Medio Oriente nello scorso decennio con la sponsorizzazione alla fine fallita del regime sanguinario di Assad; in Africa offrendo protezione militare e gangsteristica a diversi regimi militari subsahariani – nati dalla crisi del vecchio colonialismo francese – in cambio di concessioni minerarie e altre utilità.

Peraltro sia la Russia che la Cina, come tutte le potenze imperialiste, mercanteggiano le ragioni dei popoli in base ai propri interessi. Pronte ad esempio ad astenersi nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU sull’infame Consiglio di Pace di Trump in Palestina in cambio dell’apertura di Trump sull’invasione dell’Ucraina: una invasione difesa in sede ONU in occasione di ogni suo anniversario, dal voto unitario – guarda caso – di Russia, USA e Israele.

I rapporti della Russia con lo Stato sionista e con lo stesso governo Netanyahu sono peraltro intensi e reciproci. Come lo sono gli affari delle grandi aziende cinesi nella Cisgiordania occupata, col benestare di Israele. Quanto alle rituali frasi di “critica” o di “preoccupazione” per singole scelte o “eccessi”del governo israeliano, valgono quanto quelle dei governi europei: cortina fumogena a copertura della complicità.

Cosa vi è di progressivo in tutto questo? Si aggiunga che il regime cinese, sorretto da una gigantesca pletora di nuovi capitalisti miliardari, si regge su un sistema dittatoriale obiettivamente totalitario, oltretutto sempre più verticalizzato attorno al capo supremo Xi Jinping. Mentre il regime bonapartista reazionario di Putin, che ha messo ormai nella semiillegalità ogni sinistra di opposizione, si caratterizza per un suprematismo grande-russo profondamente misogino e confessionale, nemico dei più elementari diritti civili. La malcelata invidia di Trump per i due regimi politici rivali è per molti aspetti rivelatrice.

Quanto ai BRICS, rappresentano semplicemente un amalgama eterogeneo a porte girevoli dominato da Cina e Russia in funzione dei loro interessi imperialistici. Un amalgama popolato da regimi dispotici spesso tra loro confliggenti (Iran ed Emirati Arabi, Egitto ed Etiopia, ad esempio); regimi che a loro volta usano la propria collocazione nei BRICS quale strumento negoziale di rapporti mutevoli e disinvolti con tutti i poli imperialisti. In ogni caso, rappresentare i BRICS come possibili vettori di democrazia internazionale sembra, da ogni punto di vista, una battuta di pessimo gusto.

Russia, Cina, BRICS, quali vettori di pace dentro un possibile nuovo mondo multipolare e pacificato? Non scherziamo. La compresenza di diversi poli imperialisti (il multipolarismo reale) non è un possibile futuro ma il presente. Un presente che non porta la pace, ma l’acutizzarsi della lotta per la spartizione del pianeta, e con essa la corsa mondiale agli armamenti, che è oggi la corsa di tutti i poli imperialisti, nessuno escluso.

Certo, l’imperialismo USA è ancora militarmente dominante su scala globale. Ma l’imperialismo russo poggia ormai su una economia di guerra. E l’imperialismo cinese ha accresciuto enormemente nell’ultimo quindicennio il proprio bilancio militare. Si tratta di una tendenza planetaria che nella prospettiva storica moltiplica i rischi di una nuova grande guerra. Il multipolarismo imperialista è la forma attuale della corsa alla guerra. Presentarlo come possibile via della pace significa solamente fare il verso alla propaganda russa e cinese. E per di più vendere la fiaba di un possibile mondo pacificato nell’età dell’imperialismo: un’illusione pacifista che i comunisti debbono contrastare, e non assumere.

🔴 LA GUERRA DI INVASIONE DELL’UCRAINA: LE MISTIFICAZIONI DEL CAMPISMO

Peraltro Russia e Cina praticano o minacciano la guerra nei propri “cortili di casa” o in quelli che considerano tali. Il caso della Russia è emblematico. Il regime di Putin si è costruito e consolidato attraverso due guerre spietate di annientamento della Cecenia, ha sostenuto attivamente la repressione poliziesca del regime bielorusso di Lukašenko contro gli scioperi operai nel 2020-2021, è intervenuto con le sue truppe speciali a protezione del regime kazako contro la rivolta dei salariati nel 2022.

La guerra d’invasione dell’Ucraina nel 2022, che sicuramente ha segnato un salto, è parte di questo percorso. Non una guerra di difesa delle popolazioni del Donbass, ma una guerra prima mirata alla dominazione sull’Ucraina, poi, fallita questa, all’annessione di parti rilevanti del suo territorio. Presentare questa guerra come guerra per procura dell’Occidente contro la Russia significa non solo negare la realtà ma fare propria la propaganda sciovinista dell’imperialismo invasore. Una propaganda oggi tanto più grottesca a fronte del negoziato fra Trump e Putin per la spartizione del paese invaso, alla ricerca di una… pace per procura. Una pace coloniale stipulata da briganti.

Difendiamo l’Ucraina, e il suo diritto a difendersi, da una guerra imperialista d’invasione. Perché difendiamo i diritti di autodeterminazione di ogni popolo. Come abbiamo difeso le repubbliche del Donbass nel 2014, quando furono aggredite dal governo nazionalista della destra ucraina (nonostante la natura rossobruna dei loro governi e l’appoggio interessato dell’imperialismo russo), così difendiamo l’Ucraina dall’invasione russa (nonostante il carattere borghese del governo Zelensky e l’appoggio interessato degli imperialismi NATO). Non facciamo, per l’appunto, due pesi e due misure. Rivendichiamo il ritiro delle truppe russe di occupazione entro i confini preesistenti all’invasione del febbraio 2022. Così come difendiamo il diritto di autodeterminazione delle popolazioni del Donbass, che è incompatibile con l’occupazione russa.

Il fatto che in quattro anni di guerra il grosso della sinistra italiana, politica e sindacale – a differenza che in tanta parte d’Europa – non abbia rivendicato neppure il ritiro delle truppe russe di occupazione dall’Ucraina è la misura dell’influenza diretta o indiretta di posizioni campiste al suo interno. E persino una contraddizione clamorosa rispetto a un “pacifismo” che volesse essere coerente.

Sì certo, l’Ucraina si difende con armi occidentali. E le armi (in realtà progressivamente decrescenti) che gli imperialismi d’Occidente hanno inviato all’Ucraina mirano a consolidare la propria area di influenza nel paese. È vero. Per questo a differenza di diversi partiti della sinistra europea (inclusa La France Insoumise di Mélenchon), non avremmo mai votato nel Parlamento Europeo a favore dell’invio delle armi. Ma certo non avremmo mai votato contro. Perché riconosciamo all’Ucraina il diritto di difendersi da una guerra imperialista di invasione con tutti i mezzi disponibili, come lo riconosciamo ad ogni popolo e paese invaso. Come l’abbiamo riconosciuto ai curdi. Come lo riconosciamo all’Iran, che avrebbe avuto tutto il diritto di usare armi dell’imperialismo alleato russo cinese (…se mai gli fossero state offerte) contro la guerra d’aggressione sionista americana. Come l’avremmo riconosciuto al Venezuela, se il suo regime bonapartista avesse scelto di resistere e non di capitolare all’imperialismo americano come purtroppo è avvenuto (nel silenzio generale dei campisti e con l’avallo passivo obtorto collo di Russia e Cina, in altre faccende affacendate).

🔴 DIFESA DELL’UCRAINA E OPPOSIZIONE A ZELENSKY. LE INFAMIE SULL’UCRAINA “NAZISTA”

La difesa dell’Ucraina dalla guerra d’invasione dell’imperialismo russo non significa affatto difesa politica del governo Zelensky. La sezione ucraina della Lega Internazionale Socialista dirige un sindacato (“Protezione del lavoro”) che è in aperta opposizione al governo, contesta le sue politiche antioperaie, le sue misure antidemocratiche, la sua subordinazione al Fondo Monetario Internazionale e ai suoi ricatti, le sue privatizzazioni di beni e servizi pubblici per compiacere la UE.

Ma un conto è l’opposizione a Zelensky da un versante di classe, per una alternativa operaia e socialista. Altra cosa è l’opposizione a Zelensky da parte di un regime imperialista neozarista che vuole rimpiazzarlo con un proprio burattino “alla Lukašenko”. In altri termini, è la classe operaia ucraina che ha il diritto di rovesciare Zelensky, non l’imperialismo russo per i propri interessi neoimperiali e coloniali. Opposizione a Zelensky e difesa dell’Ucraina dall’imperialismo russo sono dunque parte di una medesima politica di classe. Come lo sono l’opposizione di massa al regime clerico-fascista dell’Iran (un regime di certo incomparabilmente più a destra di Zelensky) e al tempo stesso la giusta difesa incondizionata dell’Iran dall’imperialismo sionista americano. Non dovrebbe essere questa la posizione naturale dei comunisti?

Non a caso il grosso della sinistra classista in Ucraina unisce l’opposizione a Zelensky con la difesa del paese dall’imperialismo russo. Difesa civile, difesa militare. Anche il contestato anarchismo ucraino, non a caso, è apertamente difensista in tutte le sue principali componenti, anche se la Federazione Anarchica Italiana non se ne è accorta o non lo dice. Come resta difensista del proprio paese la larga maggioranza della popolazione ucraina e della sua classe lavoratrice.

Ucraina “nazista”? Una calunnia vergognosa. Le organizzazioni fasciste in Ucraina (Pravyi Sektor) ebbero un ruolo che noi denunciammo nella rivolta reazionaria di Maidan del 2014. Poi crollarono. Il loro peso elettorale non ha mai superato il 3%. La loro stessa presenza nel governo di destra di Porošenko, poi rimpiazzato dal centrosinistra populista di Zelensky, durò non più di tre mesi. Nelle elezioni del 2019 non presero neppure un seggio. Il famoso battaglione Azov, un tempo egemonizzato da Pravyi Sektor, è stato prima drasticamente disarticolato e poi riassorbito nell’esercito regolare. Il suo ruolo, per intenderci, è oggi pari a quello della Folgore nell’esercito italiano.

Da ogni punto di vista, presentare l’Ucraina e la resistenza dell’Ucraina come naziste è una delle peggiori infamie che circolano nella sinistra italiana. È una pura fotocopia della propaganda di guerra putiniana, e di tutti gli ambienti reazionari che la sostengono (Vannacci, Salvini, Orban, AfD tedesca, settori MAGA…). E si appoggia, alimentandola, su una vera e propria ucrainofobia che attraversa in Italia il senso comune diffuso e politicamente trasversale di una parte significativa dell’opinione pubblica. Sicuramente presente più che in ogni altro paese (ad eccezione ovviamente della Russia).

Arrivare addirittura a chiedere di vietare agli anarchici ucraini il diritto a dibattere in Italia della difesa del proprio paese da una invasione imperialista (per di più facendolo nel nome della Resistenza) è qualcosa di più: una inaccettabile provocazione poliziesca, oltre che un insulto alla Resistenza. Ed è anche la misura di dove può giungere purtroppo la deriva campista del vostro gruppo dirigente.

🔴 CLASSISMO E CAMPISMO, DUE FRONTI OPPOSTI E INCONCILIABILI

In conclusione. Classismo e campismo militano più che mai su fronti opposti. Non possono stare insieme. Non sappiamo quanti di voi vorranno combinare la giusta battaglia contro la capitolazione annunciata al centrosinistra col rifiuto del campismo e della sua deriva. A chi lo farà diamo la piena disponibilità a discutere insieme della costruzione e del rilancio di una prospettiva comunista e rivoluzionaria. Per costruire insieme il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista. Fuori e contro ogni nuova capitolazione al centrosinistra. Contro ogni imperialismo, vecchio e nuovo. Come sempre.

🟥 Partito Comunista dei Lavoratori

13/04/2026

🟥 Tra resistenza ucraina e pacifismo imperialista. Una piccola grande storia ignobile italiana

➡️ https://pclavoratori.it/tra-resistenza-ucraina-e-pacifismo-imperialista-una-piccola-grande-storia-ignobile-italiana/

🔴 I SOLIDARITY COLLECTIVES E LA SCELTA DELLA RESISTENZA

I Solidarity Collectives (originariamente conosciuti come Operation Solidarity) sono una rete di attivisti antiautoritari, anarchici e libertari nata in Ucraina allo scoppio dell’invasione russa nel febbraio 2022. Il collettivo è emerso dalla necessità immediata di organizzare la resistenza e il mutuo soccorso all’interno dei movimenti di sinistra radicale ucraini. Molti dei fondatori facevano parte di collettivi anarchici preesistenti, gruppi antifascisti e sindacati studenteschi che si sono trovati di fronte a un bivio: fuggire o resistere. Hanno scelto la resistenza.

🔴 LA CAMPAGNA IN ITALIA E L’EPISODIO DI TORINO

Alla rete non mancano contatti in Italia, dove quest’anno ha promosso una campagna di informazione (o forse, a fronte del campismo imperante a sinistra, sarebbe più giusto definirla controinformazione), sensibilizzazione e raccolta fondi per i compagni al fronte. Prima tappa è stata Torino, stabilita al Cecchi Point, noto spazio culturale e aggregativo, con la presenza del sociologo e reporter di guerra Davide Grasso e la proiezione del documentario «Anti-authoritarians at War», diretto dai compagni del Nouveau Parti Anticapitaliste (Segretariato Unificato – Quarta Internazionale) Manon Boltansky e Nico Dix. Il circolo subisce intimidazioni che annunciano contestazioni contro coloro che sarebbero solo fascisti mascherati da compagni «agenti del nazista Zelensky».

Chissà cosa spinge un reazionario pro Ucraina a mascherarsi da compagno e a raccogliere donazioni a sinistra, con l’ucrainofobia che imperversa tra stalinisti, economicisti, santoristi e gli stessi anarchici, quando, a dichiararsi per quel che è, avrebbe la protezione delle istituzioni o addirittura un ministero? È domanda che in via Cecchi 17 non sorge, e così la disponibilità dello spazio viene revocata. L’iniziativa si sposta in via San Paolo, presso la sede torinese del Partito Comunista dei Lavoratori, dove non si fa attendere uno sparuto drappello tra FAT-FAI e Lotta Comunista. Una parte dell’anarchismo, quella che in Ucraina fa riferimento ad Assemblea, sola tra tutte le organizzazioni anarchiche su posizioni disfattiste, non tollera che altri anarchici infanghino la confessione della A cerchiata violandone la virtù cardinale della diserzione.

🔴 IL DISFATTISMO DA RETROGUARDIA

Per FAI e Assemblea, come in generale per i propiziatori della resa ucraina, unico modo perché cessi il fuoco, e non importa a favore di chi, la via giusta è voltare le spalle al fronte di guerra perché non c’è un campo progressivo tra il fuoco ucraino e quello russo. La soluzione è il ripiego individuale. A meno che non si formino gruppi partigiani che combattano al contempo sia contro l’esercito nazionale ucraino che contro l’esercito invasore russo, il che dovrebbe comunque avvenire secondo un drastico cambio di bobina, cioè rinunciando a ogni impegno transitorio (unirsi alla guerra di liberazione dell’esercito nazionale, affermare in esso una egemonia politica alternativa, sostituirne la direzione di classe). In Ucraina non sussistono le condizioni di una resistenza a conduzione maggioritariamente operaia come nel ‘43-‘45 italiano, quando l’invasore tedesco fu voluto dal governo italiano, e anche per questo la liberazione dal nazismo fece tutt’uno con la liberazione dal fascismo. In assenza di tale quadro, hic et nunc la linea dei pacifisti imperialisti, quei fautori di una pace purchessia, anche la pace dei cimiteri di Putin, si traduce così: l’esercito russo spari su quello ucraino, l’esercito ucraino spari su quello russo, chiunque vinca e chiunque perda a noi non importa: nemici entrambi, pratichiamo il disfattismo bilaterale.

🔴 LA DISTINZIONE TRA GUERRE AGGRESSIVE E GUERRE DIFENSIVE

«Noi non poniamo e non abbiamo mai posto tutte le guerre sullo stesso piano. Marx ed Engels appoggiarono la lotta rivoluzionaria degli irlandesi contro la Gran Bretagna, quella dei polacchi contro lo zar, nonostante in entrambe le guerre i dirigenti fossero, in gran parte, membri della borghesia e financo a volte dell’aristocrazia feudale (…) Il patriottismo giapponese è la maschera odiosa del saccheggio mondiale. Il patriottismo cinese è legittimo e progressivo. Porre entrambi sullo stesso piano e parlare di “socialpatriottismo” è cosa che può fare solo chi non ha mai letto Lenin, di chi non ha mai compreso la posizione dei bolscevichi sulla guerra imperialista, di chi può solo compromettere e prostituire gli insegnamenti del marxismo» (Trotsky, 1937, sulla guerra sino-giapponese). Che da tradizione l’anarchia non brilli per acume dialettico non è un fatto nuovo. Le polemiche tra Bakunin e Marx, Stirner e Marx, Kropotkin e Lenin, Malatesta e Gramsci non erano passatempi. Può far specie che a cadere in queste deformazioni ideologiche siano alcuni «comunisti». Ma andiamo con ordine.

Le uniche guerre in cui praticare il disfattismo bilaterale sono quelle in cui, da qualunque parte si attesti la vittoria, il risultato sarà una espansione imperialistica, con annessioni territoriali, militarizzazione dei mercati, soggiogamento dei popoli e non esclusivamente alla difesa nazionale. Quando la difesa nazionale si intreccia con l’offesa coloniale, è quello e solo quello in caso in cui il proletariato, in difesa e in solidarietà col proletariato dell’altro Stato imperialista che esso naturalmente non può colpire negli interessi della propria borghesia, deve voltare le armi contro i propri generali. E anche in tale circostanza, vale la pena ricordarlo, per i comunisti non va praticata la diserzione, ma la bolscevizzazione degli eserciti. Quello e solo quello è il caso in cui entrambi i fronti di guerra sono reazionari, perché nessuno dei due è impegnato in una sola causa giusta, cioè la difesa dell’autodeterminazione nazionale: l’autodifesa è semplicemente la precondizione logica di una dinamica di aggressione. È il caso delle guerre interimperialiste, cioè combattute da fazioni tutte imperialiste seppure variamente caratterizzate, ed è stato il caso delle due sole guerre – appunto –mondiali. La schiacciante maggioranza delle guerre che l’età contemporanea ha conosciuto sono state guerre di aggressione coloniale da una parte e paesi subalterni dall’altra.

Lenin riempì volumi e impegnò dibattiti internazionali nel tentativo di trarre in salvo la politica progressiva del socialismo dal cretinismo ultrasinistro incapace di leggere nelle guerre imperialiste la prosecuzione della guerra di classe, per la quale la borghesia più forte si rafforza ulteriormente e il proletariato più arretrato nel mondo si indebolisce immensamente di più, trovandosi indietro di secoli le lancette della storia della sua emancipazione. Tentativo in cui Lenin, Trotsky e il bolscevismo in generale pareva esser riuscito. Per limitarci all’ultimo scorcio di secolo, durante le aggressioni atlantiche all’ex Jugoslavia, all’Afghanistan, all’Iraq, alla Libia, quasi nessuno a sinistra – se si eccettuano gli economicisti di coccio o la sinistra di governo – riteneva indifferente chiunque fosse a vincere né tanto meno che a vincere dovesse essere il paese con un regime interno di democrazia più avanzato.

🔴 NUOVO ASSETTO MONDIALE E RIFLUSSO DELLA SINISTRA

I tempi però cambiano. Con l’approfondirsi del riflusso, il popolo della sinistra perde partecipazione e identità, perde l’abitudine all’analisi e al confronto, si assottiglia. Causa principale è il tradimento continuo dei partiti che tale popolo hanno millantato di rappresentare. E dove i tempi cambiano in peggio per il proletariato, significa che cambiano in meglio per la borghesia. Ex stati operai degenerati come Russia e Cina liquidano l’economia pianificata e restaurano il capitalismo. In breve, tra colonizzazioni militari in piena regola ed espansioni finanziarie, emergono nel ventunesimo secolo altre potenze imperialiste in concorrenza col nord America e col vecchio continente. L’assenza di un dibattito operaio e rivoluzionario fa sì che si tardi a svolgere le debite analisi in merito e ad assumere una aggiornata complessità. A far da padroni, in un campo della sinistra radicale svuotato di militanza, restano o si creano formazioni social-reazionarie che in parte sono il prodotto e in parte la causa del termometro politico della fase.

🔴 L’INVASIONE DEL 2022 E LE CONTRADDIZIONI A SINISTRA

Febbraio 2022, Putin invade l’Ucraina. Nessuna ambiguità sull’obiettivo: dichiara lui stesso di voler lavare l’onta della «invenzione dell’Ucraina» arrecata alla Grande Russia da Lenin e dai bolscevichi. Ad oggi, dopo più di quattro anni, la guerra che una temibile potenza con ambizioni neoimperiali muove alla nazione più povera d’Europa è sempre rimasta una guerra isolata tra Ucraina e Russia. Logica vorrebbe che la sinistra si fosse schierata con l’Ucraina. Ma non accade. Tutte le considerazioni che non trovavano posto per giustificare l’aggressione dell’imperialismo atlantico verso le sue prede (il carattere arcireazionario dei regimi interni, i massacri commessi da quei governi, le «provocazioni», categoria oggi diffusa, come gli attentati kamikaze fuori dal proprio paese) improvvisamente compongono il corollario di una sinistra arruolata nell’esercito ideologico del «denazificatore» a capo della Wagner.

🔴 IDEALISMO RIVOLUZIONARIO VERSUS MATERIALISMO MILITANTE

Queste necrosi sofistiche possono solo riguardare chi non è morso dalla necessità. Quando al materialismo dialettico non si arriva con l’onestà intellettuale, sono le condizioni reali a portare sul suo terreno. È per questo che gli anarchici, la cui dottrina prescriverebbe certo il comandamento della diserzione, in Ucraina si emancipano dall’idealismo e combattono – anche collaborando con l’esercito regolare, come da sempre risulta indicazione dei marxisti rivoluzionari quando si subisce un’invasione – mentre i loro cugini italiani predicano il martirio. Ed è per questo che i Solidarity Collectives non si fermano e, incuranti delle scomuniche e incoraggiati dalla solidarietà ricevuta a Torino, procedono col loro tour.

🔴 L’INIZIATIVA BOLOGNESE E LA REAZIONE DELL’ASINISTRA

La seconda tappa è prevista il 9 aprile a Bologna, presso il centro sociale Làbas. A insorgere stavolta non sono più pochi malatestiani in inedito braccetto con qualche cervettista, ma la federazione bolognese di Rifondazione Comunista, legata a Paolo Ferrero, che arriva scandalosamente a invocare l’intervento del Comune (leggi, della polizia) per impedire lo svolgimento dell’iniziativa, e l’ex Sinistra Classe Rivoluzione, oggi Partito Comunista Rivoluzionario. La nenia è la medesima, riducibile a «aiutare l’Ucraina significa aiutare i nazisti», coi soliti riferimenti improbabili al battaglione Azov, il cui nucleo originale, quello che nel 2014 ha commesso i noti crimini nel Donbass, è stato annientato nel corso di questa guerra. Quello che ne resta è ad oggi integrato nell’esercito ufficiale. Se la presenza di milizie paramilitari all’interno di un Paese rende quel paese nazista, sono nazisti gli USA dell’ICE ed erano ancora più nazisti i talebani e i Fedayyin di Saddam Hussein. Come mai in quel caso, nonostante l’abiezione dei regimi politici in piedi al momento dell’invasione, molti di quelli che oggi si svegliano campisti difendevano lo Stato aggredito mentre oggi questo non vale per l’Ucraina che ha, certamente, un governo molto meno reazionario?

🔴 «LA CRISI STORICA DELL’UMANITÀ SI RIDUCE ALLA CRISI DELLA DIREZIONE RIVOLUZIONARIA»

Le risposte spaziano, ma ci limitiamo alle due più importanti, divise tra base e vertici. Grazie alla vittoria della Rivoluzione russa, per quasi tutto il secolo scorso l’imperialismo fu relegato in un solo emisfero. Per questo oggi larga parte del popolo di sinistra che viene da quel mondo fatica a cambiare lenti. Ma i dirigenti esistono per risvegliare le coscienze. Quindi veniamo all’altra spiegazione: apparati dirigenti di partiti che di comunista conservano solo il nome e che non operano per la trasformazione dell’attuale stato, ma per i propri interessi. Perché contrastare il veleno ucrainofobo diffuso a sinistra grazie a figure mediatiche come Travaglio, quando si può cavalcare l’onda? Perché mettersi su posizioni corrette ma minoritarie, quando puoi rinunciare a emancipare un senso comune arretrato e anzi lisciargli il pelo, in cambio di quote e in cambio di voti? Così facendo, oggi con Putin e ieri con la NATO (per la quale il ministro Paolo Ferrero votò tutti i rifinanziamenti delle missioni militari), tali sedicenti comunisti si ritrovano indefettibilmente ruota di scorta della borghesia.

🔴 LA NECESSITÀ DEL VERO PARTITO COMUNISTA

A cosa servono «comunisti» così? È stata la domanda di molti operai negli anni del tradimento di Rifondazione, domanda che oggi si consegna intatta ai tanti che in alcuni momenti si trovano capaci, sorpresi in prima persona, di riempire piazze, ma sprovvisti di quella progettualità che dà solo l’organicità al partito, strumento del perseguimento della rivoluzione. La parabola del grillismo si è largamente incaricata di dimostrare come il qualunquismo non sia la strada. Se indubbiamente dai partiti che servono la borghesia bisogna girare alla larga, ciò non va fatto per lasciarli operare indisturbati, ma per dargli una guerra senza quartiere. I partiti della borghesia si combattono col partito operaio. L’alternativa al partito che tradisce non è il non partito; è il partito coerente.

Come nel caso della difesa dell’Ucraina, anche nel rifiuto di posture antipartitiche, spesso assunte da soggetti che, a dispetto del nome e delle dichiarazioni, si sono poi fatti partiti a tutti gli effetti, il Partito Comunista dei Lavoratori sceglie la via più difficile, ma in linea con la verifica storica. Il potere della borghesia si distrugge contrapponendo il potere del proletariato. I partiti del capitale si distruggono contrapponendo il partito della rivoluzione. «Senza il partito, al di fuori del partito, aggirando il partito, con un surrogato di partito, la rivoluzione proletaria non può vincere». Lev Trotskij. Ucraino.

Solidarietà ai compagni dei Solidarity Collectives contro la campagna di diffamazione! Per l’Ucraina libera e indipendente, precondizione per un’Ucraina socialista! Nessuna pace sotto occupazione! Nessun disfattismo nella guerra tra una potenza imperialista e la più povera nazione europea! Nessuna equidistanza tra aggressore e aggredito! Né ieri né oggi né mai.

📰 Partito Comunista dei Lavoratori - Torino

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