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A Jesi (AN), di fronte ai cartelli per i bagni pubblici neutri e accessibili, assistiamo a un atto inquietante, che va l...
24/08/2026

A Jesi (AN), di fronte ai cartelli per i bagni pubblici neutri e accessibili, assistiamo a un atto inquietante, che va letto per quello che è.

​Un vandalismo mirato, mosso dalla volontà di discriminare: dal cartello — che segnala servizi non divisi per sesso o genere e accessibili a persone con disabilità — sono state cancellate proprio le icone pensate per garantire accoglienza a due categorie di persone che non rientrano in certi ‘canoni tradizionali', e che affrontano ogni giorno ostacoli specifici di accessibilità e stigma. È stata coperta anche la traduzione in inglese, che estendeva questa accoglienza alle persone straniere.

Ancor più doloroso questo gesto perché si consuma nel tempo tra il Pride LGBTQIA+ e il Disability Pride delle Marche. Ma i servizi pubblici e l'inclusione non si cancellano con una bomboletta.

​La gravità dell'atto assume contorni ancora più grotteschi osservando la scritta sul cartello superiore, che indica la chiesa locale. L'ingiunzione a "svegliarsi" (wake up) risuona come un ribaltamento ostile dell'attenzione sociale per i diritti (woke), che vuole eliminare chiunque non si adegui a un presunto modello di "normalità". Ma la sveglia qui non è suonata solo per chi sembra rimasto fermo ai tempi degli logiche nazifasciste di esclusione di chiunque sia etichettato come ‘diverso’.

​Possibile lotta per una società aperta e che supporta chi affronta forme di marginalizzazione e minacce alla propria esistenza. Ci guida l’articolo 3 della Costituzione Italiana, a tutela della pari dignità di ogni persona, senza distinzione di condizioni personali o sociali quali sesso, genere e disabilità.

Intersezionalità vuol dire proprio questo: riconoscere come fattori identitari diversi vengano presi di mira insieme.

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22/08/2026
Come ogni anno in estate dobbiamo parlare della direttiva Bolkestein per le concessioni balneari, che quest’anno compie ...
18/08/2026

Come ogni anno in estate dobbiamo parlare della direttiva Bolkestein per le concessioni balneari, che quest’anno compie 20 anni ma che l’Italia, nonostante la procedura di infrazione aperta dall’UE e i richiami dell’antitrust italiana, continua a disattendere. Il suolo occupato dagli stabilimenti balneari è – anzi, dovrebbe essere – un bene pubblico, e sono intollerabili le reazioni violente dei gestori nei confronti di chi glielo fa notare.

Stavolta protagonista è il marchigiano Giuseppe Ricci, presidente della sigla sindacale ITB (sindacato dei balneari) e gestore dello Chalet Stella Marina di San Benedetto del Tronto. Un video pubblicato nei giorni scorsi lo vede aggredire Matteo Hallisey e Ivan Grieco. Un video che parla da solo, e che segue i commenti social di Ricci, in cui minacciava che un balneare avrebbe potuto rispondere e ‘fare male’.

Lo ha detto, lo ha fatto. Ricci e un membro dello staff hanno messo le mani addosso a loro e alle loro proprietà, con numerosi insulti e il solito mantra su qualche schiaffo di correzione. Azioni del tutto deplorevoli, che condanniamo con la massima fermezza.

Eppure nelle Marche, come pure dichiarato dal Consigliere Regionale Canafoglia (FdI), il 28% delle spiagge è libero: una percentuale secondo lui sufficiente per l’immobilismo, secondo noi lontanissima da quello che ci si aspetta quando si parla di spiaggia come bene pubblico e collettivo. Le Marche sono la quarta Regione in Italia con meno spiagge pubbliche, secondo il Rapporto Spiagge di Legambiente, e il 28% è una media, che in alcune aree scende invece a un risicato 10 o 20%.

La spiaggia è un bene di tutt3 – per noi, ma evidentemente né per il governo Meloni, che ha esteso ulteriormente la validità delle concessioni, né per i suoi rappresentanti locali, né per i gestori.

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Il Senato ha dato il suo via libera al DDL Caccia (il ddl 1552), un provvedimento ideologico e violento che tenta di sma...
03/07/2026

Il Senato ha dato il suo via libera al DDL Caccia (il ddl 1552), un provvedimento ideologico e violento che tenta di smantellare trent’anni di tutele ambientali e della fauna selvatica.

Non è una “riforma”: è una deregolamentazione spietata che risponde alle lobby più retrograde, ignorando la comunità scientifica e la maggioranza dei cittadini.

Cosa prevede questa “legge sparatutto”?
• Scienza calpestata: Il parere dell’ISPRA non sarà più vincolante ma solo consultivo. Le Regioni potranno decidere i calendari venatori ignorando i dati scientifici.
• Nessun confine alla violenza: Si rischia l’estensione della caccia in tempi di migrazione e nidificazione, e persino l’apertura a contesti fragili come parchi e aree protette.
• Deregolamentazione ecologica: Specie finora protette finiscono nel mirino, in aperta violazione delle direttive europee Habitat e Uccelli, esponendoci all’ennesima procedura d’infrazione.

Nelle Marche, una regione cerniera tra l’Appennino e la costa, fatta di equilibri complessi e di una biodiversità straordinaria, questo schiaffo alla natura è estremamente doloroso.

La fauna selvatica è un patrimonio indisponibile dello Stato, cioè è qualcosa che appartiene a tutte e a tutti noi.

Appartiene alla collettività, alla terra, al futuro.
Non può essere sacrificata sull’altare del consenso elettorale e del divertimento di pochi.

Difendere la natura significa praticare un’ecologia profonda e intersezionale: significa riconoscere che la logica del dominio e della sopraffazione sui corpi dei viventi e sui territori è la stessa che genera diseguaglianze e ingiustizie sociali.

La Terra non è un poligono di tiro.
La vita selvatica ha diritto al proprio spazio, alla propria dignità, al proprio silenzio.

Ora la battaglia si sposta alla Camera e noi non faremo un passo indietro.

Insieme alle associazioni ambientaliste, ai territori e a chiunque creda nel rispetto della vita, faremo risuonare la nostra voce.

L’armonia non si caccia. Si custodisce.

Nelle Marche il divieto di aprire attività e ristoranti etnici nei centri storici viene mascherato da tutela delle tradi...
01/07/2026

Nelle Marche il divieto di aprire attività e ristoranti etnici nei centri storici viene mascherato da tutela delle tradizioni e “decoro urbano”. In realtà, nasconde una dinamica profonda di esclusione culturale. Ma l’identità di una regione non è un fossile da museo da preservare sotto una teca di vetro.

​Le Marche sono, per vocazione, una terra plurale: un margine teso tra Appennino e Adriatico, fatto di passaggi e approdi. Imporre barriere gastronomiche nei borghi non protegge la nostra storia: la spegne, privandola della linfa vitale che nasce dall’incontro.
​C’è una violenza politica sottile nel considerare le cucine di altri popoli come “degrado”. Il cibo è memoria viva. Portare i propri sapori in un luogo significa portare i propri corpi e le proprie radici. Confidare queste culture nelle periferie crea una gerarchia intollerabile, in cui il lavoro è benaccetto ma l’identità va nascosta.
​Il vero degrado dei nostri borghi non è l’odore del cumino o del coriandolo, ma le saracinesche abbassate, lo spopolamento e la desertificazione sociale. La retorica del “decoro” non può diventare un’arma per decidere chi ha il diritto di abitare lo spazio pubblico.

​Noi di Possibile Marche crediamo che i centri storici debbano essere spazi di cittadinanza vissuta, in cui l’armonia nasce dall’ascolto e dalla risonanza tra le differenze. Una comunità è autenticamente decorosa solo quando è aperta e inclusiva.
​E tu, che città vuoi abitare? Scrivilo nei commenti e condividi se credi in uno spazio pubblico che appartenga a tutte e tutti.

19/06/2026

Indirizzo

Ancona

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