03/08/2026
Era il 2 agosto 1980. Quella mattina, ottantacinque persone stavano aspettando un treno.
Andavano al mare, tornavano dalle ferie, accompagnavano i figli dai nonni. Sei di loro erano semplicemente al lavoro, dietro il bancone del self-service della stazione.
Alle 10:25 il terrorismo fascista le ammazzò tutte insieme.
23 chili di esplosivo dentro una valigia, lasciata lì da chi aveva calcolato ogni dettaglio: il sabato prefestivo, il pieno dell'esodo estivo, l'ora in cui una stazione è più affollata di gente comune.
Chi mise quella valigia cercava il numero più alto di vittime possibile. Voleva l'ala della stazione venuta giù, la pensilina crollata sui binari, i corpi.
Ecco cos’è il fascismo quando arriva al suo esito naturale: persone qualunque fatte a pezzi per terrorizzare un Paese intero e spingerlo a invocare l'uomo forte o la fine dello Stato di diritto e democratico.
Angela Fresu aveva 3 anni. Antonio Montanari ne aveva 86.
In mezzo a loro una madre tedesca con i suoi bambini di 14 e 8 anni anni, due britannici, uno spagnolo, una francese, una svizzera, un giapponese.
E in mezzo a loro c'era Bologna, che in poche ore trasformò gli autobus in ambulanze, aprì le porte delle case, fece la fila davanti agli ospedali per donare il sangue.
Da una parte chi calcolò quante persone potesse uccidere in un colpo solo. Dall'altra una città intera che scavò a mani n**e per salvare degli sconosciuti.
A mettere la bomba furono i NAR, Nuclei Armati Rivoluzionari, organizzazione terroristica neofascista.
A coprirli furono uomini pagati dallo Stato italiano. Il Gran Maestro della P2 Licio Gelli incontrò un alto dirigente del SISMI per spingere le indagini lontane dall'estrema destra. Nacquero una pista austriaca, una libanese, una francese.
Fecero perfino ritrovare una valigia con dentro esplosivo dello stesso tipo di Bologna e biglietti aerei intestati a persone mai esistite.
Il fascismo mise la bomba. Pezzi deviati dello Stato hanno passato anni a provare a nasconderlo.
Quella firma, alla fine, i giudici l'hanno ricostruita nome per nome.
A mettere la bomba, secondo le sentenze definitive, furono Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, condannati all’ergastolo nel 1995. Luigi Ciavardini, 30 anni, minorenne all'epoca dei fatti. Gilberto Cavallini, ergastolo definitivo a gennaio 2025.
Tutti dei NAR, Nuclei Armati Rivoluzionari. Insieme a loro Paolo Bellini, ex Avanguardia Nazionale, ergastolo definitivo il 1° luglio 2025 per concorso in strage.
Sopra di loro, indicati dai giudici come mandanti, finanziatori e organizzatori: Licio Gelli e Umberto Ortolani, vertici della loggia P2. Federico Umberto D'Amato, capo dell'Ufficio Affari Riservati del ministero dell'Interno. Mario Tedeschi, senatore del Movimento Sociale Italiano e direttore del Borghese.
Sono morti tutti e quattro prima di arrivare in un'aula. Ma i loro nomi restano scritti nelle motivazioni delle sentenze.
Sulla facciata della stazione, sotto gli 85 nomi delle vittime, c'è una targa con quattro parole: vittime del terrorismo fascista. E il Presidente Sergio Mattarella, lo scorso anno, ha parlato di spietata strategia eversiva neofascista e di complicità annidate dentro apparati dello Stato.
Giorgia Meloni, nello stesso giorno, ha parlato di terrorismo e di ferocia. La parola "fascista" è rimasta fuori. Come nel 2023. Come nel 2024. Come nei messaggi del presidente del Senato Ignazio La Russa.
La parola che spiega tutto continua a mancare nelle dichiarazioni di chi governa il Paese.
Oggi ricorrono 46 sei anni dalla strage fascista di Bologna.
Ci sarà il corteo. Ci saranno le famiglie. Ci saranno gli ottantacinque nomi letti uno per uno e quell'orologio fermo alle 10:25 che continua a segnare l'ora esatta in cui il fascismo ha provato ad ammazzare la democrazia italiana e ha ammazzato ottantacinque persone comuni.
Oggi Bologna torna in piazza. Andateci. E portateci i vostri figli.