18/05/2026
Forse non ve ne siete accorti, ma al centro del grande dramma che stiamo guardando da un anno non c’è più solo un delitto, ma l’immaginario di un Paese ossessionato dal sesso.
Video intimi, immagini po**o, ricatti sessuali veri o ipotizzati, discorsi ricorrenti su stu**o, inc**to, prevaricazione dell’uomo sulla donna. Un tempo c’era lui, Alberto Stasi, ingiustamente - lo dimostrano le sentenze - tacciato di essere un consumatore e detentore di immagini pedopornografiche. Poi è arrivato Andrea Sempio, il bravo ragazzo che ha sbagliato una frase, che non sta inneggiando allo stu**o, fa antropologia.
Al primo possono essere affibbiate prafilie e devianze nell’arena pubblica senza che qualcuno distingua tra fatti e accuse. Il secondo può minimizzare la violenza sessuale e ve**re comunque protetto dal riflesso automatico del “in fondo non ha detto nulla di grave”. Due pesi due misure. Prima il moralismo assoluto, poi l’assoluzione culturale e tutto con il medesimo ardore e senza mai affrontare il vero punto: in Italia la sessualità non è mai stata davvero sdoganata. Solo giudicata o sbirciata di nascosto.
Questo genera contraddizioni e schizofrenie a catena. Siamo ossessionati dalla po**ografia, ma scandalizzati all’idea di fare educazione affettiva. Pronti a usare il corpo femminile per vendere qualsiasi cosa, ma ancora terrorizzati da una conversazione adulta sul consenso, sul desiderio, sul corpo. Di notte voyeristi, di giorno bacchettoni.
Così ancora una volta nello specchio di Garlasco guardiamo chi siamo. E mentre restiamo qui a rimettere insieme i pezzi del puzzle, ci accorgiamo che di irrisolto resta solo il rapporto con il sesso, il potere e le donne.