04/06/2026
𝗜𝗟 𝗣𝗖𝗜 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗢 𝗜𝗟 𝗥𝗜𝗔𝗥𝗠𝗢 𝗘 𝗟𝗔 𝗚𝗨𝗘𝗥𝗥𝗔, 𝗣𝗘𝗥 𝗟𝗔 𝗣𝗔𝗖𝗘, 𝗟𝗔 𝗖𝗢𝗦𝗧𝗜𝗧𝗨𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘, 𝗟'𝗔𝗟𝗧𝗘𝗥𝗡𝗔𝗧𝗜𝗩𝗔!
La fase politica con la quale si è chiamati a misurarsi ai diversi livelli è oltremodo complessa, oggettivamente aperta a molteplici sbocchi.
Essa è fortemente segnata da un'alternativa sempre più stringente tra pace e guerra, il rischio di un conflitto su scala globale è sempre più evidente, l'opinione pubblica è da tempo fatta oggetto di una campagna di disinformazione volta a farla entrare in tale ordine di idee, a prepararla alla ineluttabilità della guerra.
Le politiche che ne sono discese, ne discendono, sono evidenti: la corsa al riarmo, l'economia di guerra, a ciò tutto finisce con l'essere sacrificato, a partire dalle condizioni di vita dei ceti popolari. Evidente è la motivazione che è alla base di tale propensione al conflitto: l'ordine internazionale.
L'assetto geopolitico affermatosi dopo la “guerra fredda”, ossia quello unipolare a guida statunitense, non regge più, esso è da tempo messo in discussione dalla Russia, dalla Cina e da altri Paesi, i quali, pur assai diversi tra loro, propugnano un assetto multipolare che il blocco occidentale è intenzionato ad impedire ad ogni costo, anche con la guerra.
Le statistiche hanno in questi anni certificato la crisi del sistema capitalista a guida statunitense e all'opposto la crescita cinese, le difficoltà degli USA sono dunque alla base di quella che si è proposta da tempo come una vera e propria strategia di contenimento dello sviluppo e ruolo della Cina.
In un contesto così drammaticamente segnato, caratterizzato dalla messa in discussione del diritto internazionale, con l'ONU ridotto a simulacro, l'Unione Europea, e con essa il nostro Paese, ha evidenziato la sua subalternità all'interno dell'Alleanza Atlantica a guida statunitense.
Il sostegno alla guerra condotta dall'Ucraina per conto della NATO nei confronti della Russia, l'assunzione di 20 pacchetti di sanzioni nei confronti della stessa, la rinuncia ad acquistarne il gas a basso prezzo, la scelta di investire a debito 800 miliardi di euro in spese militari per gli Stati membri, di portare in 10 anni al 5% del PIL la spesa militare sono scelte emblematiche della preparazione dell'Unione Europea al conflitto.
Scelte che hanno determinato e determinano pesanti ripercussioni sulla finanza e sull'economia del vecchio continente, che acuiscono la già grave crisi sociale da tempo in atto, scelte che con quella del Governo Meloni hanno registrato, registrano, nel Parlamento Europeo ed in quello nazionale, anche la condivisione di tanta parte delle forze politiche che oggi si pongono all'opposizione dello stesso.
Ciò che viene proposto è una sorta di “suprematismo occidentale”, una presunta superiorità morale
dell'Occidente che non ha retto, non regge alla prova dei fatti.
Ciò che riecheggia di nuovo è lo scontro di civiltà, la lotta tra il bene ed il male.
Noi siamo contro il riarmo, contro la guerra, per la pace, che è la questione di fondo, che sovrordina tutte le altre, senza se e senza ma, e questo dovrebbe valere anche e soprattutto per la sinistra, che è tale solo se assume la stessa come discriminante.
Noi siamo contro la NATO, siamo per l'uscita dell'Italia dalla Nato, per ciò che essa è e si prefigge di essere.
Il liberismo economico, la crescente centralizzazione dei processi decisionali evidenziano il vero volto del processo di integrazione capitalista rappresentato dall'Unione Europea; il militarismo e l'interventismo nelle relazioni internazionali ne segnano la politica estera; l'ipocrisia, il doppiopesismo, la complicità la connotano nel caso della politica genocida portata avanti dal governo israeliano, sempre più immerso in una deriva sionista, illiberale, fascista, nei confronti dei palestinesi, sempre più proteso alla costruzione della “grande Israele; l'ambiguità ne è il tratto distintivo se guardiamo a come si è posta in relazione all'aggressione del Venezuela da parte degli USA, in ultimo dell'Iran da parte degli USA e di Israele, di quest'ultimo nei confronti del Libano, etc.
Per noi la questione non è più Europa, ma quale Europa: no a quella in essere del grande capitale, dei poteri forti, sì ad un'Europa dei lavoratori e dei popoli.
Noi siamo per una Confederazione di stati indipendenti e sovrani, “dall'Atlantico agli Urali”. L'elezione di Donald Trump a 47° Presidente degli USA non è un “incidente di percorso”, ma il prodotto della degenerazione di quel sistema democratico, più in generale della democrazia liberale, della torsione autoritaria che ha investito quel Paese, la stessa Unione Europea, e con essa l'Italia, l'altra faccia del sistema capitalista immerso nella propria crisi strutturale.
Tramontata la sua risibile aspirazione al premio Nobel per la pace, peraltro sempre più screditato stante le ultime assegnazioni, Trump ha gettato la maschera, esplicitando una politica che non solo si rifà alla “dottrina Monroe” in relazione al continente americano (Venezuela, Cuba sono di ciò esempi oltremodo emblematici) ma proietta la stessa su altri scenari (la vicenda Groenlandia lo sottolinea) più in generale ha spazzato via ciò che restava del diritto internazionale riconducendo la relazione tra gli Stati ai rapporti di forza, sottolineando ancora una volta che gli USA sono i veri nemici della pace.
La politica di Trump ha pesato e pesa oltremodo per l'Unione Europea, chiamata a fare i conti con la sua politica protezionista, con il suo approccio circa la NATO, con la sua politica internazionale (l'attacco all''Iran, le sue ripercussioni sull'economia del vecchio continente lo sottolineano).
Di certo la politica assunta da Trump ha pesato e pesa anche relativamente alla realtà politica italiana, una realtà fortemente segnata dalle scelte del governo Meloni, che dal rapporto con Trump si attendeva ben altro ed è stata costretta a prenderne le distanze, a rompere.
Un governo, quello Meloni, che conferma il proprio approccio regressivo sul piano dei diritti sociali e civili, che ha ristretto gli spazi di partecipazione, di democrazia, che assecondando la deriva autoritaria in atto in Europa, nella quale l'estrema destra è o si propone al governo dei diversi Paesi, ha puntato ad un riassetto istituzionale che fra riforma della giustizia, autonomia differenziata, premierato mina alle fondamenta l'assetto statuale costituzionale.
Un governo che non solo ha tradito le promesse fatte al proprio elettorato, ma presenta un risultato, a circa quattro anni dal suo insediamento, che, al di là della propaganda diffusa a piene mani, è riassumibile in più povertà, insicurezza, solitudine.
Il no al referendum sulla riforma della giustizia tenutosi nei mesi scorsi ha segnato un punto di rottura di assoluto rilievo nell'azione del governo.
Che ci sia bisogno di un'alternativa al governo Meloni, alle sue politiche è fuori di dubbio, e le elezioni che, salvo possibili anticipazioni, si dovrebbero tenere nell'autunno del 2027 costituiscono un passaggio decisivo.
Noi abbiamo colto nella vittoria del no al referendum sulla giustizia, resa possibile dal voto di tanti che da tento tempo disertavano le urne, di tanti giovani, oltre al dissenso sul merito, un giudizio negativo sull'operato del governo, in politica estera ed interna, soprattutto una richiesta di profondo radicale cambiamento della situazione data.
Un no alle politiche largamente sovrapponibili, perché espressione della medesima cultura liberista, portate avanti nel tempo dal centrodestra, dal centrosinistra, dai governi tecnici che si sono succeduti alla guida del Paese.
Politiche che hanno visto precipitare la condizione lavorativa, ricondurre lo Stato Sociale, nelle sue articolazioni, a partire dalla sanità, dà diritto a possibilità legata alle condizioni reddituali, a piegare il sistema dell'istruzione prima alla centralità dell'impresa ed oggi anche all'imperante militarismo, a negare diritti centrale come quello dell'abitare, a declinare i processi migratori come invasioni dalle quali difendersi, etc.
Politiche che stanno privando le nuove generazioni di un futuro all'altezza delle loro legittime aspettative.
In molti si attendevano che il no di tanti al referendum sulla giustizia si traducesse nel sostegno alle forze di centrosinistra in occasione dell'ultima tornata amministrativa, così non è stato, a conferma del significato profondo che in tanti hanno inteso dare al proprio voto.
Ciò che è emerso da quel no, ma anche dalle piazze dei mesi scorsi contro la guerra, il riarmo, per la Palestina, etc. è per noi chiaro: c'è bisogno di un'alternativa radicale.
C'è bisogno di una politica volta alla pace, ad un diverso modello di sviluppo, di un'altra idea di società, dove l'interesse generale, il bene comune, tornino al centro, dove il noi si contrapponga all'io imperante.
Serve un'alternativa di sistema quale risposta alla crisi di civiltà prodotta dal capitalismo.
Per quanto ci riguarda non basta aggregarsi contro il governo Meloni, serve anche e soprattutto mettere in campo un programma di reale rottura con le politiche in essere, prospettate.
Siamo consapevoli delle difficoltà date, della sfiducia di tanti nei confronti di una politica percepita come altro da sé, ma siamo convinti che è necessario e possibile dare uno sbocco politico al grande movimento che è sceso in campo contro il riarmo, la guerra, in difesa della democrazia, della Costituzione.
Uno sbocco che non è possibile entro il quadro di compatibilità dato, entro la logica bipolare imperante.
Al di là delle denominazioni assunte, assumibili, contano le politiche, e gli schieramenti di centrodestra e di centrosinistra ad oggi si sono largamente mossi all'insegna di quello che chiamiamo il “pensiero unico”.
Serve operare per un blocco sociale e politico il più ampio possibile contro le politiche date, per dare vita ad un fronte di battaglia comune attorno ai contenuti sottolineati, per la costruzione di un polo alternativo volto a rappresentare il radicale cambiamento del quale vi è bisogno.
In tale direzione, per tali obbiettivi il PCI è in campo.
Il Comitato Centrale del PCI