25/03/2026
Dallo stop all’autonomia differenziata, che avrebbe rischiato di ampliare divari già oggi evidenti (con una spesa sanitaria pro capite che oscilla da oltre 2.200 euro in alcune regioni del Nord a meno di 1.800 in diverse aree del Mezzogiorno), alla vittoria del “No” al referendum sulla giustizia, si è affermata una linea chiara: la difesa dell’unità nazionale e dell’uguaglianza sostanziale dei diritti, come sancito dall’articolo 3 della Costituzione. Non è stata una vittoria di parte, ma una scelta di merito. Come ha ricordato il nostro Presidente della Repubblica Mattarella, “la Costituzione non è un semplice insieme di norme, ma un progetto di convivenza”: e i cittadini hanno scelto di non alterarne gli equilibri fondamentali.
Non esistono riforme che soddisfino tutti, si sa, ma questa volta si è posto un limite netto a un’impostazione che avrebbe rischiato di spostare l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Non si trattava di togliere potere alla magistratura, bensì di indebolire le garanzie dei cittadini. In gioco non c’era un assetto tecnico, ma la qualità della democrazia. È il cuore di ciò che già Montesquieu indicava come condizione essenziale della libertà: l’equilibrio e la separazione dei poteri.
Il dato politico è inequivocabile: quando i cittadini sono chiamati a decidere su questioni che toccano diritti e garanzie, la partecipazione cresce e orienta scelte consapevoli. Non è una sconfitta dei progressisti, ma la dimostrazione che esiste uno spazio politico per una proposta credibile, fondata su giustizia, trasparenza e coerenza. Come ha sottolineato Elly Schlein, “i diritti o sono di tutti o non sono diritti”: ed è esattamente questa la direzione indicata dal voto.
La domanda, ora, è inevitabile: siamo all’inizio di un nuovo ciclo politico? I segnali ci sono, ma non bastano. Servono una visione unitaria e un rinnovato pluralismo per affrontare le sfide che ci attendono. Perché mentre il PNRR (oltre 190 miliardi di euro) si avvia verso la sua fase conclusiva, l’Italia si prepara a un contesto economico complesso: crescita debole (intorno allo 0,7-1%), inflazione ancora sopra il target europeo e tensioni sociali crescenti. Uno scenario che rischia di tradursi in una nuova stagione di stagnazione con inflazione.
È proprio qui che la politica deve dimostrare di essere all’altezza: trasformare questa prova di democrazia in un progetto solido di futuro, capace di tenere insieme diritti, sviluppo e coesione. Perché l’obiettivo, oggi più che mai, non è solo governare il presente, ma garantire dignità e opportunità alle generazioni che verranno.