21/04/2026
Nella Puglia che brilla nelle classifiche del turismo balneare, tra bandiere blu e storytelling da cartolina, c’è un altro primato di cui si parla molto meno: quello dell’inaccessibilità.
Sì, perché lungo quei chilometri di “perle” affacciate sul mare, l’accesso resta troppo spesso un privilegio. Per molti solo economico, per altri doppio: economico e ambientale. Inclusione, ma a pagamento. O a ostacoli.
E no, non basta una passerella o uno scivolo e una rampa a mare. O una JOB buttata nella cabina 27 nascosta sotto una catasta di unicorni gonfiabili. Le spiagge non sono set fotografici da rendere “accessibili” giusto il tempo di un bando. Sono sistemi complessi, e l’accessibilità, quella vera, non si esaurisce nella disabilità motoria né in qualche intervento simbolico. Le dotazioni materiali hanno un senso se sono accompagnate da servizi a supporto. La stessa sedio JOB se viene mollata li e deve usata da un papà o una mamma con immane sforzo e senza aiuto esterno qualificato, evvoglia a restare bella e gialla sulla battigia.
Ieri siamo stati a un tavolo convocato dal dei diritti delle persone con disabilità Antonio Giampietro e da Marina Leuzzi - Assessora Urbanistica, Casa e Mare. Bene. Un tavolo utile e prezioso che ha bisogno di una visione politica sulle coste. Una visione d'insieme, permamente e non episodica.
Perché i “progettini” a tempo determinato servono più a chi li racconta che a chi dovrebbe beneficiarne e spesso durano un batter d'ali.
Serve un’idea permanente di accessibilità: strutturale, esigibile, finanziata. Non gentile concessione, ma diritto. Serve la spiaggia pubblica con punte e percentuali come l'acqua nel corpo umano. E non come il sodio.
E forse è arrivato il momento di dirlo chiaramente: meno concessioni , più affidamenti e servizi nelle spiagge pubbliche. Da "Mare Vostrum" a Mare nostrum la differenza la fa la politica e lo Stato.