Cittadella della Musica Concentrazionaria

Cittadella della Musica Concentrazionaria Il più grande polo internazionale relativo alla musica concentrazionaria prodotta tra il 1933 ed il 1953. Un patrimonio dell'umanità che prende vita.

01/09/2026

Intervistato dal regista e produttore cinematografico francese Claude Lanzmann nel fluviale documentario Shoah, Richard Glazar sopravvissuto a Treblinka dichiarò: “Faceva già buio, siamo entrati nella nostra baracca […] e improvvisamente uno di noi si alzò […] sapevamo che era cantante d’...

La musica può salvare una vita? Storie di musicisti vittime dei regimi sovietico e di nazista. Ne parla Lotoro nel suo n...
19/08/2026

La musica può salvare una vita? Storie di musicisti vittime dei regimi sovietico e di nazista. Ne parla Lotoro nel suo nuovo articolo per MOKED.

Rivoluzionario e politico sovietico di origine polacca, Feliks Dzeržinskij è noto principalmente per essere stato il fondatore e primo responsabile della Čeka, la famigerata polizia segreta bolscevica istituita nel dicembre 1917 per combattere la controrivoluzione e il sabotaggio nei territori ...

13/08/2026

"Non sostituirti alle acque del fiume.
L'acqua del fiume è l'universo, lasciala scorrere.
Piuttosto sii un buon letto sul quale scorre quell'acqua,
sii un solido ponte sotto il quale scorre quell'acqua,
sii un forte naviglio accanto al quale scorre quell'acqua.
Sii vigile perché l'acqua del fiume sta arrivando"

Finalmente, giungono le acque del fiume...

06/08/2026

Una collezione che riprende vita. La Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria (ILMC) di Barletta ha portato a termine la digitalizzazione della Collezione Emanuele Pacifici, uno dei patrimoni videofonografici più preziosi della musica religiosa e tradizionale ebraica. Si tratta

04/08/2026

La straordinaria e tragica vita di Walter Spies, pittore e musicista. Ce la racconta Francesco Lotoro nel nuovo articolo per MOKED

𝐖𝐚𝐥𝐭𝐞𝐫 𝐒𝐩𝐢𝐞𝐬 𝐞 𝐥𝐚 𝐭𝐚𝐯𝐨𝐥𝐚 𝐝𝐢 𝐌𝐞𝐧𝐝𝐞𝐥𝐞𝐞𝐯

di Francesco Lotoro

Musicista e pittore primitivista tedesco di solida preparazione artistico-musicale nato a Mosca nel settembre 1895, Walter Spies (foto) era fratello del compositore Leo Spies direttore della Deutsche Opernhaus di Berlino. Lasciò l’Europa nel 1923 e si trasferì sull’isola di Giava lavorando inizialmente come pianista accompagnatore di film muti a Batavia (l’attuale Giakarta), dove il sultano di Yogjakarta gli conferì l’incarico di pianista e direttore d’orchestra presso la sua corte.

Nel 1927 Spies si trasferì presso l’isola di Bali dove approfondì gli studi dell’arte balinese e, grazie al sostegno del principe Cocorde Gede Agung Sukawati, costituì un ensemble di gamelan, creò il Museo di Bali e trasformò la propria abitazione in polo culturale di Bali; nel 1937 si trasferì a Iseh (appartata località dell’isola di Bali) e dipinse autentici capolavori, da citare tra i suoi più famosi dipinti Iseh im Morgenlicht e Palmendurchblick entrambi del 1938.

La sua dichiarata omosessualità gli procurò seri problemi, il 31 dicembre 1938 fu arrestato per “condotta immorale” dall’autorità coloniale olandese nell’ambito di una campagna di repressione contro l’omosessualità e condotto nel carcere di Denpasar (Bali); nel gennaio 1939 fu trasferito a Giava per il proseguimento della detenzione che scontò nel carcere di Surabaya, la pena gli fu ridotta grazie a deposizioni in sua difesa presentate da personalità come l’antropologa Margaret Mead.

Durante la prigionia a Kalisosok gli fu consentito dipingere, nella sua cella completò due capolavori ossia Die Landschaft und ihre Kinder e Scherzo für Blechinstrumente. Scarcerato l’1 settembre 1939, giorno in cui la Germania invase la Polonia, rientrò nella sua residenza balinese.

A seguito dell’occupazione tedesca dei Paesi Bassi nel maggio 1940, Spies fu preso in consegna dall’autorità olandese di Bali poiché munito di passaporto tedesco e pertanto classificato straniero nemico e trasferito sull’isola di Giava presso il campo d’internamento civile della fortezza di Ngawi. Successivamente fu trasferito sull’isola di Sumatra e qui internato presso l’Interneringskamp Lawe Sigala-gala, durante l’internamento gli fu consentito dipingere e scrivere musica.

Poco prima dell’invasione giapponese di Sumatra, nel gennaio 1942 Spies e altri 476 internati tedeschi furono condotti al porto di Sibolga e là imbarcati sul piroscafo olandese a uso militare KPM Van Imhoff per essere trasferiti all’isola di Ceylon; il 18 gennaio la nave fu intercettata e bombardata al largo dell’isola di Nias da un aereo giapponese causandone l’affondamento.

Contro ogni condotta di codice nautico e le convenzioni internazionali, l’equipaggio olandese ricevette l’ordine di non evacuare i passeggeri tedeschi e abbandonò la nave imbarcandosi sulle scialuppe di salvataggio, mentre i prigionieri tedeschi rimasero chiusi in stiva. Ciò causò la tragica morte per annegamento di 411 prigionieri mentre 66 sopravvissero riuscendo a liberarsi e a salire sull’unica scialuppa lasciata a loro disposizione. Walter Spies non era tra i 66 sopravvissuti.

Anni fa un antiquariato olandese di Maastricht mi vendette per una cifra a quel tempo spropositata un enorme libro di 2.500 pagine di carta patinata contenente tutte le riproduzioni dei quadri di Spies giunti a noi (circa 750) e oggi esposti in un museo di Bali. Al centro di questo libro, in una carta così fine da sembrare carta velina al tatto, erano riprodotte le sue opere musicali (prevalentemente pianistiche), alcune delle quali stese durante la prigionia a Kalisosok. Era un artista immensamente avanti di decenni sullo sviluppo del linguaggio musicale, quella di Spies è stata una grave perdita.

La musica è un essere senziente, crediamo che viva grazie a noi e invece ha soltanto bisogno di una spinta iniziale e poi procede da sola, tanto più se è scritta in prigionia e in concentramento.

Come vulcano in attività, il Novecento erutta continuamente nuovi capolavori che vanno a occupare gli spazi vuoti di una sorta di tavola di Mendeleev (quella degli elementi chimici che abbiamo studiato al liceo) in chiave musicale; in una storia della musica del secolo scorso lasciata intenzionalmente lacunosa e incompleta, la letteratura musicale concentrazionaria non si può contingentare.

Siamo la generazione che non riesce a pagare il debito del rispetto postumo dovuto a questi grandi musicisti e artisti, forse riusciremo a preservare il materiale musicale ma sarebbe bello salvare anche il messaggio culturale. Questa musica rende migliori noi, oggi.

Tocca a noi aprire quella maledetta stiva e mettere in salvezza Walter Spies. Completeremo la fatidica tavola musicale di Mendeleev.

https://moked.it/2026/08/04/walter-spies-e-la-tavola-di-mendeleev/

30/07/2026
21/07/2026

𝐉𝐚̄𝐧𝐢𝐬 𝐕𝐢̄𝐭𝐢𝐧̧𝐬̌, 𝐉𝐚̄𝐧𝐢𝐬 𝐒̌𝐦𝐢𝐭𝐬, 𝐑𝐨𝐛𝐞𝐫𝐭 𝐄𝐦𝐚𝐧𝐮𝐞𝐥 𝐇𝐞𝐢𝐥𝐛𝐮𝐭: 𝐭𝐫𝐞 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐞 𝐭𝐫𝐚 𝐦𝐮𝐬𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐭𝐫𝐚𝐠𝐞𝐝𝐢𝐚. 𝐂𝐞 𝐥𝐞 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐜𝐨 𝐋𝐨𝐭𝐨𝐫𝐨 𝐧𝐞𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐨 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐌𝐎𝐊𝐄𝐃

𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐚𝐥𝐥’𝐀𝐧𝐝𝐫𝐞𝐚 𝐂𝐡𝐞́𝐧𝐢𝐞𝐫 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐀𝐬𝐭𝐫𝐚𝐤𝐡𝐚𝐧

di Francesco Lotoro

Nel 1919, durante la Guerra d’indipendenza lettone, il cantante Jānis Vītiņš (nella foto) arruolato con il grado di tenente nell’esercito nazionale, amava esibirsi in un quartetto vocale. A Daugavpils rimase ferito nei combattimenti contro unità militari antinazionalistiche guidate dal generale russo Pavel Bermondt-Avalov mentre nel novembre 1919 da eroe di guerra espugnò Dreimaņi. Dal 1920 studiò canto con Ernests Vītings presso il conservatorio di Riga e, dato il ritardo negli studi accumulato da combattente al fronte, superò un esame accademico equivalente a sei classi di scuola superiore.

Vītiņš debuttò nell’opera in qualità di tenore lirico nel ruolo di Wilhelm in Mignon di Ambroise Thomas e, dopo il forfait del tenore Rūdolfs Bērziņš, interpretò Radamès nella Aida di Giuseppe Verdi; assunto stabilmente nel corpo solisti della Latvijas Nacionālā Opera di Riga, grazie a una borsa di studio si perfezionò nel 1928 a Milano con Giuseppe Anselmi, nel medesimo anno ottenne uno strepitoso successo interpretando Andrea Chénier nell’omonima opera di Umberto Giordano.

Dal 1929 in poi calcò i più grandi palcoscenici di Dessau, Berlino, Lipsia, Colonia, Duisburg, Stettino, Breslavia ed Essen come pure in Cecoslovacchia, Jugoslavia, Svizzera, Paesi Bassi e Finlandia utilizzando lo pseudonimo Jan Wittin. Nel 1937 rientrò stabilmente nel corpo solisti della Latvijas Nacionālā Opera e portò per la prima volta in Lettonia il capolavoro di Giordano, Andrea Chénier.

A seguito dell’occupazione sovietica nel 1940 rifiutò la nomina a direttore della Latvijas Nacionālā Opera propostagli dal governo fantoccio della Lettonia socialista e si unì alla resistenza antisovietica ma il 6 marzo 1941 fu arrestato a Riga dalla polizia segreta del NKGB con la falsa accusa di spionaggio a favore della Germania. Pochi giorni dopo, il tribunale militare del presidio di Stalingrado condannò Vītiņš alla pena di morte per tradimento della patria e, trasferito su treno merci presso la prigione di Astrakhan, all’alba del 29 novembre 1941 fu giustiziato mediante fucilazione.

Prima di essere fucilato Vītiņš chiese e ottenne il permesso di cantare un’aria dalla sua opera preferita, Andrea Chénier, uno strano e tragico destino fece sì che morisse giustiziato come l’eroe giordaniano che nell’opera viene ghigliottinato alle prime ore del mattino del 25 luglio 1794 nel cortile del carcere di San Lazzaro a Parigi. Come consuetudine del regime comunista sovietico nei riguardi dei musicisti caduti in disgrazia, le registrazioni discografiche di Vītiņš nonché la sua memoria artistica e biografica furono cancellati dai programmi storici, musicali e radiotelevisivi del Paese.

𝐉𝐚̄𝐧𝐢𝐬 𝐒̌𝐦𝐢𝐭𝐬

Riparato in Canada dopo aver partecipato ai moti rivoluzionari antizaristi del 1905, tra il 1911 e il 1917 il direttore di coro lettone Jānis Šmits lavorò come responsabile della biblioteca russa di Winnnipeg (Manitoba) dedicandosi parallelamente a lingue e teologia, organizzò una notevole attività corale; dotato di profonda coscienza ideologica, rifiutò la Chiesa luterana baltica controllata dall’élite nobiliare tedesca per abbracciare il presbiterianesimo, nel 1917 si trasferì a Vladivostok dove lavorò come docente di inglese sino al 1919 allorquando poté finalmente tornare in Lettonia.

Tra il 1920–1939 Šmits fu direttore dell’Istituto di lingua inglese di Riga, scrisse libri di testo per lo studio della lingua inglese ma il 14 giugno 1941, poco prima del ritiro delle truppe sovietiche dalla Lettonia a seguito dell’operazione Barbarossa, fu arrestato dalla polizia segreta sovietica e trasferito presso il gulag Usol’skij ITL di Solikamsk nell’Oblast’ di Molotov. A causa delle severe condizioni di detenzione le sue condizioni fisiche precipitarono notevolmente rendendolo inabile ai lavori forzati, pertanto l’autorità del gulag ne dispose il trasferimento in regime di confino obbligatorio presso un insediamento urbano speciale nel territorio di Krasnojarsk.

Šmits morì nell’agosto 1942 di consunzione fisica e inedia in un vagone bestiame ferroviario stipato di prigionieri durante il trasferimento verso il sito di confino: in base alle testimonianze dei sopravvissuti il suo ca****re fu scaricato frettolosamente dal treno e seppellito con altrettanta fretta lungo i margini della linea ferroviaria siberiana.

𝐑𝐨𝐛𝐞𝐫𝐭 𝐄𝐦𝐚𝐧𝐮𝐞𝐥 𝐇𝐞𝐢𝐥𝐛𝐮𝐭

Medesimo destinò toccò al compositore ebreo olandese Robert Emanuel Heilbut imbarcato sull’ultimo treno partito da Bergen-Belsen il 19 aprile 1945, morì nel tratto ferroviario tra Finsterwalde e Falkenberg in un vagone di treno merci piombato e riempito all’inverosimile di deportati, ma in questo caso i soldati britannici che fermarono il treno a Tröbitz riportarono pietosamente il ca****re di Heilbut a Bergen-Belsen e lo seppellirono. Quando l’uomo in agonia rende lo spirito declamando “commendo spiritum meum” al 30° minuto dell’oratorio Transitus animae di Lorenzo Perosi, l’ascoltatore prova come un sussulto proveniente da profondità inimmaginabili, il cuore letteralmente si arresta per un secondo quando entra l’arpa con un immenso arpeggio in mi minore a segnare il trapasso; è un momento ma la musica ha il raro dono di eternare l’attimo in una sorta di eco che si sgancia dal tempo reale perpetuandosi.

Mi piace immaginare che gli ultimi pensieri di questi uomini siano stati belli e liberi, pensieri di musica come le note dell’Andrea Chénier sulle quali il tenore Vītiņš si spense; dopo 40 anni di ricerche abbiamo appena scalfito la superficie di questa inesplorata letteratura musicale concentrazionaria.

Nelle profondità dell’oceano di musica prodotta in ghetti, l***r e gulag si nascondeva la volontà e determinazione di cambiare il mondo e gli uomini che lo abitano; nei prossimi 40 anni toccherà lavorare di trivella e perforare il tunnel che ancora ci divide da uomini e donne sui quali si accanì la peggior sorte possibile del Novecento.

fonte: https://moked.it/2026/07/21/quellaria-dallandrea-chenier-nella-prigione-di-astrakhan/

07/07/2026

La tragica e struggente storia del compositore e direttore d’orchestra ebreo polacco Paul Kletzki. La racconta Francesco Lotoro nel suo nuovo articolo per MOKED.

𝐐𝐮𝐞𝐥 𝐛𝐚𝐮𝐥𝐞 𝐬𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐥’𝐇𝐨𝐭𝐞𝐥 𝐌𝐞𝐭𝐫𝐨𝐩𝐨𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐌𝐢𝐥𝐚𝐧𝐨

di Francesco Lotoro

Nel 1921 il compositore e direttore d’orchestra ebreo polacco Paul Kletzki (nell’immagine) si trasferì a Berlino dove studiò composizione con Friedrich Koch presso la Hochschule für Musik. Nel 1925 fu invitato da Wilhelm Furtwängler a dirigere i Berliner Philharmoniker, e nel novembre 1928 sul medesimo podio diresse il proprio Konzert für Violine und Orchester g-moll op.19 (violinista Georg Kulenkampff).

A seguito dell’ascesa al potere del nazionalsocialismo, Kletzki subì episodi di antisemitismo tra i quali la distruzione delle lastre di rame delle sue musiche pubblicate dalle case editrici Simrock di Amburgo e Breitkopf & Härtel di Lipsia; nel 1933 riparò a Venezia e infine a Milano dove dall’autunno 1935 insegnò composizione e orchestrazione presso la Scuola Superiore di Musica.

Nel 1936, avvertendo il pericolo in quanto ebreo apolide, Kletzki nascose i propri manoscritti musicali in un baule di legno borchiato in metallo nei sotterranei dell’Hotel Metropole di Milano e fuggì in Unione Sovietica dove si cimentò nei panni di direttore d’orchestra della Filarmonica di Leningrado e tra il 1937 e il 1938 come direttore della Filarmonica di Charkov; era cambiato il regime ma non l’antisemitismo che parimenti li accomunava e così, sotto Stalin, Paul Kletzki assistette giorno dopo giorno alla progressiva sparizione dei professori d’orchestra ebrei dalle fila della Filarmonica.

L’ebreo Kletzki realizzò che prima o poi sarebbe toccato anche a lui e pertanto fuggì nuovamente per fare ritorno a Milano dove riprese la docenza presso la Scuola Superiore di Musica ma nel 1938, a causa delle leggi razziali fasciste e con la perdita della cattedra, riparò a Clarens in Svizzera; nell’ottobre 1939 completò la sua Sinfonia n.3 op.31, nel 1940 gli fu conferita la cattedra di direzione d’orchestra presso il Conservatorio di Losanna ma qualcosa si ruppe in lui, definitivamente.

Nel 1942 Kletzki smise di comporre, dichiarò che lo shock causato dal nazionalsocialismo gli aveva distrutto lo spirito e la volontà di creare ma il destino aveva in serbo per lui qualcosa forse di più doloroso che smettere di scrivere musica; nel 1946 a Parigi, mentre dirigeva un grande concerto sinfonico e si accingeva ad attaccare il monumentale movimento lento della sua Sinfonia n.3 op.31, l’ambasciatore polacco (invero con discutibile tempismo) lo avvicinò al podio e gli riferì a bassa voce che i suoi genitori, la sorella e suo fratello Mieczysław avevano tutti perso la vita nei l***r.

Disgrazia su disgrazia, tempo dopo gli comunicarono che l’Hotel Metropole di Milano presso il quale nel 1936 aveva nascosto i suoi manoscritti era andato completamente distrutto a causa dei bombardamenti Alleati; Kletzki, al quale null’altro ormai poteva fare più male, ritenne la sua produzione musicale interamente perduta ma nel 1965 gli giunse notizia che, durante alcuni scavi edilizi nell’area dove una volta sorgeva l’Hotel Metropole, alcuni operai rinvennero intatto un baule di legno borchiato in metallo, quello delle sue opere musicali.

Dopo aver comunicato la bella notizia a Kletzki, le autorità di Milano provvidero con un trasporto speciale a fargli recapitare il baule presso la sua residenza svizzera di Clarens ma accadde qualcosa di imprevisto; Kletzki non volle per nessuna ragione al mondo aprire quel baule, accampò scuse del tipo che dopo tanti anni avrebbe trovato soltanto polvere e muffa e, persino sotto insistenza della moglie Yvonne, non retrocesse di un millimetro.
Quella che Paul Kletzki portava nell’anima non era una ferita rimarginabile con il tempo ma una devastazione incolmabile; quando mente e cuore dicono ‘stop’, nulla è possibile.

Tra i più grandi direttori del secolo scorso (tanti anni fa il mio maestro Aldo Ciccolini mi confidò di aver imparato la vera arte del pianoforte dopo averlo visto dirigere durante le prove di un concerto a Zagabria), il 5 marzo 1973 Paul Kletzki morì in Gran Bretagna stroncato da un malore durante una sessione di prove con l’orchestra filarmonica di Liverpool; a quel punto la vedova Yvonne si sentì libera di aprire il famoso baule, le partiture di Kletzki erano intatte, leggibili dalla prima nota all’ultima e nel 2000 furono donate alla Zentralbibliothek di Zurigo.

Nel 1940 nel Ghetto di Cracovia il cantautore ebreo polacco Mordechaj Gebirtig scrisse in un suo canto: «È bene che l’uomo impari a sopportare il dolore con dignità, è bene che l’uomo sappia cosa significhi essere un ebreo (‘S iz gut der mentsh zol lernen leydn mit koved dem tser, ‘s iz gut der mentsh zol visn vos dos heyst a yid tsu zayn)»; non concedere al nemico la soddisfazione di aver causato disperazione a un intero popolo e vantarsi di ciò, restare tenacemente saldi diventa un atto rivoluzionario per negare al carnefice il potere di distruggere lo spirito della vittima.

Talora insopportabile, la sofferenza può diventare un percorso di autoguarigione e comprensione della propria storia e identità, sapere cosa significhi essere ebreo è sinonimo di millenaria resilienza; se l’uomo non può scegliere di non soffrire può tuttavia scegliere come farlo per preservare la propria dignità e umanità da implacabili attacchi di deumanizzazione.

Paul Kletzki decise di non aprire quel baule poiché esso non conteneva soltanto la propria storia musicale bensì quella di un intero popolo, e ci sono momenti della storia durante i quali alcuni bauli debbono rimanere gelosamente tenuti sotto chiave perché l’oylem goylem, il mondo stupido e decerebrato come quello attualmente in corso, non sarebbe capace di capire.

Per imperscrutabili meccanismi antropologici, l’uomo sa esattamente quando aprire i bauli della conoscenza; una volta aperti troverà in essi la nostra storia, la storia del popolo ebraico.
La storia di Paul Kletzki.

https://moked.it/2026/07/07/quel-baule-sotto-lhotel-metropoledi-milano/

23/06/2026

Le sevizie sui musicisti deportati e la musica come mezzo che spesso li aiutava a lenire il dolore del corpo e dell'anima. Ne parla Francesco Lotoro nel suo nuovo articolo per MOKED

𝐑𝐢𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐍𝐨𝐯𝐞𝐜𝐞𝐧𝐭𝐨, 𝐜𝐮𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐦𝐮𝐬𝐢𝐜𝐚

di Francesco Lotoro

Quando i suoi parenti riuscirono a parlargli nel carcere di Regina Coeli e lo rincuorarono che sarebbe tornato a cantare, il tenore Nicola Ugo Stame rispose che comunque non avrebbe potuto più farlo dato che i militari tedeschi gli avevano fracassato la scatola toracica. Stame fu prelevato all’indomani dell’attentato di via Rasella e ucciso alle Fosse Ardeatine.

A Sachsenhausen i medici delle SS compirono per ben tre volte esperimenti sull’ingegnere e cantante polacco dalla memoria prodigiosa Aleksander Kulisiewicz ma, non appena i medici si allontanavano, un infermiere polacco gli iniettava l’antidoto; questi esperimenti, uniti a percosse e torture, proseguirono sino a quando le corde vocali di Kulisiewicz non rimasero a lungo danneggiate.
Pupillo di Alois Hába, Štěpán Lucký era un pianista con una brillante carriera dinanzi ma nel 1941 i tedeschi lo trasferirono a Ilava, Auschwitz e infine Buchenwald dove gli storpiarono la mano destra; a Birkenau una kapò fracassò i denti con una spranga alla cantante ebrea livornese Frida Misul la quale comunque cantò con la bocca insanguinata Mamma son tanto felice di C.A. Bixio e Ave Maria di F. Schubert al comandante tedesco che desiderava ascoltarla (la sera stessa la kapò che le aveva fracassato i denti, forse colta dal rimorso, le portò pane e della carne); al saxofonista statunitense Earl Whaley, che si trovava a Shanghai mentre Pearl Harbor era sotto attacco aereo i giapponesi, dopo averlo condotto a Weihsien, gli spezzarono entrambe le mani e ancora nel settembre 1973 presso lo stadio di Santiago del Chile i golpisti di Pinochet massacrarono le mani del poeta e cantante Victor Jara con le quali si accompagnava alla chitarra nei suoi concerti, la vedova Joan Turner dichiarò che le mani di Victor pendevano con una terribile angolatura, erano distorte e maciullate.

La lista continua con strumentisti dalle dita frantumate mentre trasportavano enormi pietre a Gusen, dita di virtuosi della tastiera che si aprirono per i geloni sino a perderne l’uso per congelamento; dissenteria e polmonite ridusse a scheletro vivente il grande compositore cecoslovacco Rudolf Karel (foto 1) il quale morì lasciato all’addiaccio la notte tra il 5 e 6 marzo 1945 nella Kleine Festung di Theresientadt, il figlio Ivan Karel oggi centenario (foto 2) ha donato tutte le opere di suo padre (incluse quelle scritte con carbone vegetale durante la prigionia) alla Fondazione ILMC di Barletta.

In onore del famoso musicista ebreo polacco Artur Gold giunto a Treblinka il comandante Kurt Franz fece assemblare un’orchestra di alto livello, dispose l’acquisto di strumenti musicali nuovi di zecca e uniformi da concerto, assicurò a Gold e all’orchestra razioni supplementari di cibo; fece persino giungere da Varsavia una ballerina, cantanti e artisti per quella che probabilmente fu il più importante ensemble musicale polacco di quel periodo e che, guarda caso, si trovava in un campo di sterminio. Infine, i musicisti dell’orchestra e Gold furono uccisi durante la rivolta di Treblinka dell’agosto 1943.

Viene da pensare all’animale da macello fatto prima ingrassare e dopo abbattuto, non si potrebbe descrivere altrimenti il comportamento di alcuni comandanti di l***r che hanno prima assecondato i desiderata dei musicisti deportati fornendogli strumenti e un mucchio di agevolazioni salvo poi sopprimerli come se ciò fosse normale, consuetudinario; un perverso meccanismo mentale spingeva l’autorità del l***r a far suonare i musicisti, procurare loro carta e strumenti e allo stesso tempo comprometterne il talento fisico (dalle mani alla voce) indispensabile ai fini della carriera: comunque fosse andata a finire il musicista non avrebbe più praticato poiché ucciso o infortunato.

All’indomani della famigerata Notte dei Cristalli, il 9-10 novembre 1938, grazie ai visti forniti da un omonimo di New York, il compositore e pianista ebreo austriaco Erich Zeisl (foto 3) riparò a Parigi con la moglie, la suocera e il fratello Wilhelm ma lasciò a Vienna i propri genitori, troppo avanti in età per seguirlo nell’esilio; giunto in seguito negli Stati Uniti, Zeisl apprese che il padre Sigmund (al quale era molto legato) fu deportato a Theresienstadt e infine a Treblinka dove fu ucciso mentre la madre Kamilla Feitler era già deceduta a Vienna nell’aprile 1940.

Il dolore di Zeisl per non aver potuto salvare il suo papà fu devastante e lo accompagnò per il resto della sua vita; chissà, forse avrebbe potuto far qualcosa per suo padre, una lettera all’ufficiale amante della musica di sua conoscenza, un ultimo disperato imbarco su un treno per Amsterdam…

Molti di noi hanno memoria di quel dolore, il nostro popolo ne è letteralmente intriso nel profondo dell’anima; quell’ultima frase non detta alla madre prima di lasciarla a Berlino, quell’abbraccio non dato all’anziano papà per la fretta di fuggire da Vilnius, l’ultimo sguardo al di là del filo spinato alla sorella e alla mamma che non rivedrai più, come si fa a sopravvivere a tutto ciò? Con la musica, l’unica forza universale in grado di guarire il passato e redimere il futuro.

Nel 1945 Zeisl scrisse Requiem Ebraico per soli, coro misto e orchestra su testo del Salmo 92 in memoria del caro papà e di tutte le vittime della Shoah; il Requiem fu eseguito l’8 aprile 1945 presso la Hollywood First Methodist Church di Los Angeles sotto la direzione di Hugo Strelitzer.

La musica ricostruisce mani spezzate e corde vocali deteriorate, lenisce sofferenze inconsolabili, asciuga lacrime; come in un gioco esistenziale da farsi con le carte della vita e della morte, il musicista conosce mille risorse, rimescola e imbriglia le carte affinché a fine partita vinca la vita.

Il modo migliore di riprendersi il Novecento sfuggito dalle mani è riscriverlo; sul pentagramma.

https://moked.it/2026/06/23/riscrivere-il-novecento-curare-con-la-musica/

Nella foto il compositore ceco Rudolf Karel

Indirizzo

Via Vittorio
Barletta
76121

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Cittadella della Musica Concentrazionaria pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Scelte rapide

Condividi