01/05/2026
IL MIO 1° MAGGIO
Tra ricordi e riflessioni
"Che cos'è il lavoro, oggi"?
A questa domanda risponderei...una tavola imbandita, dalla quale, inevitabilmene attingere, perché da quel cibo, dipende il nostro sostentamento.
Ma le pietanze esposte, risultano essere talmente insipide, se non indigeste, che l'atto del mangiarle, che dovrebbe costituire momento di gratificazione, diventa qualcosa di inevitabile, puramente finalizzato alla nostra sopravvivenza.
E allora, mi viene da aggiungere, che quella sorta di proverbio, quel detto che recita, "il lavoro nobilita l'uomo," dovrebbe forse essere completato ed integrato aggiungendo "nella misura in cui, siamo noi, a farlo diventare momento di crescita ed emancipazione."
E questo, non ha nulla a che vedere con il tipo di lavoro che svolgiamo, quanto il nostro approccio ad esso.
Per quello che mi riguarda, già nell'immediatezza del mio approdo in fabbrica, ho avuto la netta sensazione che lei, non facesse per me; e forse, ancora di meno, io, per lei.
Quella, quindi, sarebbe stata una sfida, ma io già sapevo di possedere gli strumenti per affrontarla: continuare ad essere me stessa, manifestando apertamente le mie posizioni, reagendo.
Senza paura di espormi.
Mai, spettatrice silenziosa.
Il messaggio, dovrebbe essere passato, perché un anno dopo il mio ingresso in fabbrica, vengo eletta in quello che allora veniva definito "consiglio di fabbrica."
Quei 97 voti su 98, (mancava ovviamente il mio) mi avevano indotta a ritenere che avrei avuto ampi spazi di azione, vista la fiducia che mi era stata accordata in massa, dai colleghi (in realtà, il 90% donne).
Sbagliavo... Solitamente, all'interno di un'azienda, la controparte dei lavoratori e di chi, è chiamato a rappresentarli, dovrebbe essere la proprietà.
Alla Vignola, non funzionava, esattamente, solo così.
A contrapporsi, erano due fazioni di lavoratori: quelli disposti ad esprimersi, a prendere posizione, la parte che definirei più sindacalizzata.
E gli altri, che ovviamente e giustamente, beneficiavano del poco, o del tanto, che il sindacato riusciva in quel momento a mettere in campo, ma si guardavano bene dal reagire, dall'essere partecipi.
Che tenevano un comportamento palesemente dissociato, orientato a marcare la distanza dal sindacato, nonché dalle RSA, alla cui elezione, avevano anche loro contribuito.
Il ruolo di vittima, proprio non mi si addice, e mi sono sempre rifiutata di interpretarlo.
Ma io ero la meno "mansueta," quella che quindi andava maggiormente attenzionata, da contrastare e limitare.
Nel corso di quegli anni, sono passata attraverso critiche, cattiverie, scorrettezze, e aggiungerei, che tutto ciò è sfociato anche in violenza fisica, nel momento in cui, nel corso di un picchetto davanti all'azienda, vengo strattonata, spinta, fatta cadere a terra, subendo pure una denuncia; perché secondo la versione fornita ai carabinieri da alcune colleghe, dell'opposta fazione, la violenta, sarei stata io.
Anni duri.
Se non fossi stata fortemente motivata, avrei desistito...Non c'erano premi, non c'erano medaglie, e nessun riconoscimento.
E, non l'ho certo fatto, per compiacere qualcuno.
Ma quelle esperienze, mi hanno dato tanto; dal punto di vista umano, e oserei dire, anche sindacale... Ricordo con piacere, quell' 8 marzo, trascorso, su richiesta del sindacato a distribuire mazzolini di mimosa, e la solidarietà portata alla Icap, realtà in crisi, in quel momento in stato di occupazione.
E le giornate di studio e approfondimento sindacale, alle quali sono stata invitata a partecipare; a Lavinio, e Ariccia, rispettivamente, Centro studi UIL e CGIL.
Momenti di contatto e confronto, con realtà molto diverse dalla mia.
Con una ben più solida tradizione sindacale, più ampia e strutturata, consolidata nel tempo...E, per arrivare all'oggi.
Il mondo del lavoro è attraversato da problemi annosi e irrisolti.
Precarietà, lavoro nero, contratti pirata; salari, che in ogni caso, sono tra i più bassi d'Europa.
E la sicurezza.
"Zero morti sul lavoro," al momento, purtroppo, resta solo uno slogan.
Io, l'aria della fabbrica, la respiro ancora.
Ho occhi per vedere, orecchie per sentire.
E non sono attrezzata per girarmi dall'altra parte.
Il mio lavoro, mi consente, inoltre, un confronto costante con molte altre realtà.
Accanto agli obiettivi da perseguire, ci sono, i diritti acquisiti.
Quelli che sono costati lotte, sacrifici, impegno; sovente messi in discussione, quando non vanificati.
Perché?
A chi attribuire la responsabilità?
La risposta ricorrente è la società.
Ma, è la stessa, della quale, anche noi, siamo parte!
Che non è, un blocco granitico, impenetrabile e invalicabile.
Ma il risultato delle nostre scelte, o le non, scelte.
Di quel sì, o magari quel no, che dovremmo pronunciare, e che ci rimane nella gola.
Di tutte le volte che decidiamo di restare nella nostra comfort zone, rinunciando ad esporci.
Perché, esporsi, può essere "pericoloso."
Di tutte le volte che commettiamo l'errore di scambiare un diritto acquisito, per una sorta di "regalia".
I diritti, non sono mai scontati; non ammettono distrazioni.
Vanno protetti, difesi, custoditi...E questa società, che spesso contestiamo, che non ci piace, abbiamo noi, gli strumenti per poterla cambiare.
Dovremmo essere noi, artefici, del necessario cambiamento.
Noi, a modellarla, a plasmarla, adattandola alle nostre esigenze e aspettative.
Per poterla vivere, appieno.
Anziché limitarci a subirla.
"L'oppressore non sarebbe così forte, se non avesse complici tra gli oppressi" (Simone De Beauvoir)
Marinella Guadi.