17/08/2026
Ho sentito dire da alcuni che l’Italia è il primo paese in Europa ad avere leggi migliori sui data center. Devo essere sincero con voi: non è vero, e i numeri lo confermano, anche se vanno presi con cautela perché cambiano di mese in mese.
Le stime più recenti danno la Germania sopra i 500 data center, il Regno Unito poco sotto, la Francia attorno ai 300-400, e l’Italia oscilla tra le 200 e le 270 strutture a seconda della fonte e del momento della rilevazione. Restiamo comunque indietro rispetto al Nord Europa, siamo dei ritardatari in questa corsa. Ma essere arrivati tardi può anche essere un vantaggio, perché possiamo imparare dagli errori degli altri e scrivere una legge migliore, più moderna, più giusta. E qui in Lombardia, dove si concentra oltre il 60 per cento delle richieste di connessione nazionali a Terna, questa opportunità ci riguarda da vicino: parliamo di più di 200 pratiche per oltre 30 gigawatt di potenza richiesta, quasi la metà di tutte le infrastrutture esistenti in Italia.
Il 20 febbraio scorso è entrato in vigore il decreto legge che introduce il procedimento autorizzativo unico nazionale per i data center, riconoscendoli come infrastrutture strategiche; è diventato pienamente operativo solo a fine luglio, con la pubblicazione della modulistica da parte del Ministero dell’Ambiente. A livello regionale, la Lombardia ha approvato la sua prima legge sui data center, entrata in vigore il 20 giugno, che vieta l’uso di acqua da acquedotto pubblico, acqua potabile, acqua irrigua e corpi idrici tutelati per il raffreddamento. È un passo più ampio di quanto si dica in giro, perché non riguarda solo l’acquedotto ma anche fiumi e falde sottoposti a tutela.
Resta però un limite: la norma non impone il circuito chiuso come tecnologia obbligatoria, e i criteri tecnici concreti dovranno ancora essere definiti dalla Giunta regionale. Secondo me, per i nuovi impianti sopra i 500 kilowatt dovrebbe essere obbligatorio il raffreddamento a circuito chiuso o tecnologie equivalenti a zero consumo idrico netto, come il dry cooling o il raffreddamento per immersione.
Ma c’è di più. Parliamo di elettricità. In Irlanda i nuovi data center devono garantire che entro sei anni l’80 per cento dell’energia consumata arrivi da fonti rinnovabili aggiuntive, e nella fase iniziale devono addirittura produrre in autonomia il 100 per cento del proprio fabbisogno, senza pesare sulla rete nazionale. Un modello che gli inglesi chiamano “bring your own power”: il data center non è più un semplice consumatore che si attacca alla presa, ma deve portarsi la corrente da casa. Io credo che anche da noi dovrebbe essere così, magari con gradualità: ogni nuovo data center obbligato a coprire almeno l’80 per cento del fabbisogno con energia verde, e per gli impianti più grandi pannelli solari o turbine eoliche in loco per coprire almeno una quota della potenza di picco.
E poi c’è la questione delle tasse. La Finlandia, dal primo luglio 2026, ha deciso di tassare l’energia elettrica dei data center molto di più: è passata da 0,05 a 2,24 centesimi per kilowattora, un aumento confermato dal governo finlandese di circa 44 volte. Io propongo qualcosa di simile ma più intelligente: per i consumi base l’aliquota normale, ma quando un data center supera una certa soglia annua dovrebbe pagare un’imposta progressiva aggiuntiva, e quei soldi dovrebbero andare direttamente in un fondo per calmierare le bollette delle famiglie e delle piccole imprese del territorio dove quel data center è stato costruito.
Parlando di efficienza, in Germania i nuovi data center devono avere un indice di efficienza, il PUE, pari o inferiore a 1,2. Quelli esistenti devono scendere sotto 1,5 entro luglio 2027, e sotto 1,3 entro il 2030. Attenzione però: ad aprile 2026 il governo tedesco ha proposto un emendamento che allenterebbe queste soglie, portandole rispettivamente a 1,3 e 1,6. Se passasse, sarebbe un segnale preoccupante di arretramento proprio nel paese che finora ha fatto da modello. Da noi non c’è nulla di simile a un obbligo vincolante sul PUE, e io dico che dovremmo introdurlo prima che la corsa agli investimenti diventi corsa al ribasso sulle regole.
C’è poi il calore. I data center producono calore di scarto enorme, e in Germania i nuovi impianti devono recuperarne una quota crescente: il 10 per cento dal 2026, il 15 per cento dal 2027, il 20 per cento dal 2028, convogliandolo nelle reti di teleriscaldamento. Secondo me dovremmo fare lo stesso in Lombardia: per i nuovi data center, il recupero del calore dovrebbe essere condizione indispensabile per ottenere l’autorizzazione, e la presenza di una rete di teleriscaldamento dovrebbe essere criterio prioritario nella scelta del terreno.
Un altro punto che mi sta molto a cuore è il rapporto con le comunità locali. Un data center, una volta costruito, occupa in modo permanente relativamente poche persone rispetto agli spazi e alle risorse che consuma. Le persone che vivono accanto a questi impianti devono avere un beneficio diretto. Propongo quindi la creazione di un fondo obbligatorio per il beneficio della comunità, alimentato da una quota sul consumo elettrico o da un contributo proporzionato alla potenza installata, gestito con i cittadini, per ridurre le bollette locali, installare pannelli solari nelle scuole, finanziare formazione professionale e pagare un monitoraggio ambientale indipendente. A Lancaster, in Pennsylvania, il consiglio comunale ha ottenuto proprio così, da un accordo con gli operatori dei data center, un fondo garantito da 20 milioni di dollari per lo sviluppo economico e sostenibile della città. Se ci sono riusciti loro, perché non noi?
Infine, voglio parlare di trasparenza. L’Europa chiede già ai data center grandi un reporting annuale sui consumi. Ma io voglio di più: una dashboard pubblica, sul sito del ministero, in tempo reale, per ogni data center sopra i 5 megawatt, con consumo istantaneo, fonte dell’energia, acqua consumata, indice PUE, calore recuperato, emissioni di CO2. Tutto visibile, tutto verificabile da chiunque, perché la trasparenza totale è l’unico antidoto contro il greenwashing.
In conclusione, cari lombardi, non dobbiamo accontentarci di una legge che, per quanto più ampia di come viene raccontata, lascia ancora aperti troppi margini di discrezionalità. Abbiamo l’opportunità di scrivere una normativa che unisca il rigore tedesco, la visione irlandese sulle rinnovabili, la tassazione finlandese e la tutela delle comunità viste in Pennsylvania. Il DDL è al Senato, la legge regionale è appena entrata in vigore. Questo è il momento in cui cittadini, consiglieri regionali e sindaci devono pretendere di più. I data center del futuro non possono essere semplici magazzini di computer che ci svuotano le tasche e le risorse. Devono diventare nodi attivi, efficienti, responsabili e utili al territorio che li ospita. Voi cosa ne pensate: la Lombardia ha davvero l’occasione di fare da apripista in Europa, o rischiamo di restare, ancora una volta, un passo indietro?